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Home Pesca

La pesca non dichiarata mette a rischio gli stock ittici

Mariella Ballatore by Mariella Ballatore
20 Gennaio 2016
in Pesca

Secondo lo studio “Catch reconstructions reveal that global marine fisheries catches are higher than reported and declining” pubblicato su Nature Communications, un terzo della quantità di pesci realmente pescati in tutto il mondo, non viene registrato e ciò impedisce di capire quale sia il calo reale delle catture. La nuova stima porta le catture globali annue di pesci a circa 109 milioni di tonnellate, il 30% in più dei 77 milioni di tonnellate riportate nel 2010 sommando i dati forniti da più di 200 Paesi e Territori del mondo. «Ciò significa – dicono i ricercatori Daniel Pauly e Dirk Zeller di Sea Around Us – che 32 miliardi di chilogrammi di pesce vengno fatti sparire ogni anno, più del peso di tutta la popolazione degli Stati Uniti». Il team di Sea Around Us, sostenuto da The Pew Charitable Trusts e Vulcan Inc., è convinto che le discrepanze si spieghino con il fatto che la maggior parte dei Paesi concentrano la raccolta dei dati sulla pesca industriale, ma trascurano i dati più difficilmente reperibili della pesca artigianale e di sussistenza e, soprattutto, la pesca illegale e sportiva e il pesce che viene rigettato in mare. Secondo Pauly, «Il mondo sta prelevando dal conto bancario comune del pesce senza sapere cosa sia stato ritirato o quale sia il saldo residuo. Stimare meglio il valore di quanto stiamo prelevando può contribuire a garantirci il pesce per sostenerci in futuro». Informazioni accurate sulle catture sono fondamentali per aiutare i gestori pubblici e i manager della pesca a capire qquale sia la reale salute delle popolazioni ittiche e a determinare su basi certe le politiche della pesca, come le quote di cattura e le limitazioni stagionali o per area. Utilizzando il metodo catch reconstruction, Pauly, Zeller e centinaia di loro colleghi hanno analizzato e rivisto i dati sul pescato di tutto il mondo e li hanno confrontati con i dati ufficiali presentati alla Fao. Si è trattato di un lavoro certosino che ha incrociato stime provenienti da molte fonti, comprese la letteratura accademica, le statistiche della pesca industriale, i pareri di esperti locali in materia di pesca, applicazioni delle leggi sulla pesca, i dati sulla popolazione umana, la documentazione delle catture di pesce da parte di turisti e sportivi. Joshua S. Reichert, vice presidente esecutivo e responsabile delle iniziative ambientali della Pew, ha detto: «Questo studio innovativo conferma che stiamo prendendo molto più pesce dai nostri mari rispetto a quel che suggeriscono i dati ufficiali. Non è più accettabile segnare, nei documenti ufficiali dei dati, come zero le catture della pesca artigianale, di sussistenza, o dati delle catture accessorie». Reichert ha sottolineato che «Queste nuove stime forniscono ai Paesi le valutazioni più accurate mai avute dei livelli di cattura, insieme a un quadro con molte più sfumature della quantità di pesce che viene rimossa ogni anno dagli oceani di tutto il mondo». Secondo Raechel Waters, che si occupa del programma per la salute dell’oceano per Vulcan Inc, «I dati sono una parte integrante della gestione globale della pesca. Senza una comprensione accurata del pesce pescato, si rischia di sottostimarlo o di fare false comunicazioni, il che può essere un handicap per i Paesi nei loro sforzi per attuare misure politiche e di gestione efficaci della pesca. Ciò è particolarmente importante per i Paesi che non hanno le risorse per condurre valutazioni complete della pesca». Lo studio ricorda che la pesca indiscriminata, sia industriale sia locale, potrebbe avere forti impatti molto prima di quanto si crede e che, se la pesca industriale sta svuotando gli oceani, quella non controllata e illegale da un contributo che potrebbe essere il colpo di grazia, in particolare per le popolazioni dei Paesi poveri che attualmente riforniscono i Paesi ricchi e che domani si potrebbero trovare praticamente privi di una delle poche fonti di proteine animali di cui dispongono. Pauly conclude: «Gli oceani hanno un grosso problema. Se non cominciamo da subito a ridurre il sovrasfruttamento ittico, sarà molto difficile che gli stock ittici crescano fino a un livello decente. Questo incremento è essenziale per raggiungere le quantità che sono necessarie per alimentare a prezzi accessibili una popolazione che cresce di un miliardo di persone a decennio. Una soluzione effettiva al problema globale è quella di eliminare i sussidi per i combustibili e per la costruzione di nuove imbarcazioni o per rendere più efficienti quelle esistenti, che arrivano a circa 20 miliardi di dollari all’anno. Eliminare questi sussidi non farà aumentare i costi della commercializzazione. Non c’è una relazione tra i sussidi e il prezzo del pescato».

Tags: Daniel PaulyNature Communications,
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Co-founder e Direttrice di redazione. Pubblicista dal 2006 racconta il mondo da oltre un trentennio attraverso giornali, televisione e radio. Come conoscitrice del settore pesca e acquacoltura è stata più volte invitata a moderare e relazionare in convegni organizzati tra gli altri dalla Conferenza Episcopale Italiana – Ufficio nazionale dell’Apostolato del Mare, AquaFarm, Blue Sea Land.

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