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Scognamiglio: “La pesca italiana capro espiatorio della politica Ue”

La pesca italiana muore perché essa è considerata responsabile dell’inquinamento e del conseguente depauperamento del Mar Mediterraneo

Redazione by Redazione
20 Maggio 2021
in Associazioni di categoria, In evidenza, News, Pesca
nuova strategia UE tutela ambiente marino e pesca

nuova strategia UE tutela ambiente marino e pesca

Proprio così. Mentre i principi del Green Deal e della transizione ecologica si pongono come parametro di riferimento assoluto in fatto di strategia gestionale europea; mentre PNRR, PSN e nuova PAC si volgono completamente a quegli stessi principi, la pesca italiana muore.
Muore perché essa è considerata la principale, se non unica responsabile, dell’inquinamento e del conseguente depauperamento del Mar Mediterraneo.
Muore perché i pescatori sono ritenuti i colpevoli della distruzione degli ecosistemi marini e degli stock ittici.
Muore perché individuata come capro espiatorio!

Il sacrificio degli uomini e delle famiglie che di pesca vivono, servirà a salvare il mare e l’ambiente?
Ecco quindi che si susseguono, uno dopo l’altro, i colpi mortali inferti dalla Commissione Europea alla pesca italiana; colpi ferali destinati a decretare la fine di uno dei settori strategici dell’economia italiana e importante garante del Made in Italy. Per la CE la parola d’ordine è “sostenibilità”, declinata in chiave esclusivamente ambientale; conseguentemente, in materia di gestione e tutela di risorsa ittica, le misure unionali sono sempre più restrittive e penalizzanti per i nostri pescatori. Zero attenzione alla “sostenibilità economica” di una attività che, storicamente inserita nel solco della tradizione economica e anche culturale dell’Italia, ha le carte in regola per inserirsi a pieno titolo in nuovi contesti di opportunità di occupazione e di reddito.
E invece no! Il destino sembra essere stato già scritto in maniera diversa.

L’epocale questione legata alla gestione del West Med e la relativa risorsa demersale, si pone come vera e propria condanna: la proiezione di una contrazione del 40% dell’attività di pesca da realizzarsi entro i prossimi 5 anni, si traduce in una drastica riduzione spazio temporale dell’attività che mina la sopravvivenza di moltissime imprese ittiche italiane. I Reg. Ue e i Rec. GFCM applicati al Mediterraneo occidentale, riflettono l’inesatta opinione secondo la quale la pesca a strascico è l’unica responsabile dell’erosione dei fondali marini: motivo per cui essa va ridotta ai minimi termini senza ulteriori considerazioni di carattere economico e sociale.
Non va meglio sul versante Adriatico.
Qui il nodo fondamentale riguarda la pesca dei piccoli pelagici: ridurre lo sfozo di pesca attraverso la riduzione delle giornate dedite all’attività estrattiva e del numero di pescherecci autorizzati sembra, ad oggi, essere la soluzione privilegiata dalla DG Pesca UE. Nuovi Map e nuove zone protette, con relativa interdizione alla pesca, è ciò vogliono i Commissari Pesca UE e i membri della CGPM. Schematizzazioni, restrizioni, penalizzazioni che vengono formalizzate in base a luoghi comuni che vedono il pescatore responsabile unico dell’inquinamento del mare e dell’impoverimento della risorsa. Di conseguenza le politiche conservative che vengono definite e applicate, non solo fanno riferimento alla sola componente ambientale della questione, ma prescindono completamente da ogni intenzione di salvaguardia economica dell’attività di pesca.

Eppure, l’obiettivo principale della PCP è chiaro: garantire che le attività di pesca siano sostenibili da un punto di vista ambientale, sociale ed economico nel lungo termine, attraverso un approccio precauzionale alla gestione delle attività di pesca. E’ importante tutelare l’ambiente, gestire la risorsa, ma lo è in via principale altrettanto sostenere le nostre imprese e i nostri pescatori assicurando loro reddito e un futuro lavorativo sicuro. I pescatori, più consapevoli di chiunque altro, ben consci che la tutela del mare si pone a salvaguardia della risorsa e quindi del proprio reddito, sono i primi che hanno interesse a tutelare il mare. Tutti dovrebbero ricordare che sulla salute del mare influiscono anche altri fattori come i trasporti marittimi, gli sversamenti di varia natura, le attività turistico balneari, le attività legate a diversi sport etc. Salvare il mare e la risorsa non significa uccidere la pesca. Tutelare il mare deve voler dire salvaguardare la sostenibilità ecologica ma anche quella economica di una attività che assicura approvvigionamento ittico di qualità certificata alle tavole italiane.
Tuteliamo il mare, tuteliamo la risorsa, ma anche la pesca, le imprese, i consumatori.

Così in una nota Gennaro Scognamiglio, presidente UNCI Agroalimentare

Tags: pesca pesca italianasettore ittico
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