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Home Sostenibilità

L’inquinamento da microplastiche può essere peggio di quello da petrolio

Mariella Ballatore by Mariella Ballatore
30 Agosto 2016
in Sostenibilità

La prossima volta che farete una gita al mare, spendete qualche minuto a guardare sotto i vostri piedi. Anche sulla spiaggia più ordinata, tra conchiglie, alghe, pietre e sabbia troverete inevitabilmente plastica. A volte la plastica sarà riconoscibile, sotto forma di un frammento bottiglia o di un sacchetto. Spesso troverete delle piccole sfere colorate, ovvero le microplastiche. Ogni singola spiaggia ed ogni tratto di costa in tutto il mondo, da Riccione alle Hawaii, è ora invaso da queste plastiche nocive. Ci sono cinque miliardi di particelle di plastica che misurano meno di 5 mm in giro i mari – e pesano complessivamente circa 270.000 tonnellate. Intorno all’1-4% provengono da microsfere aggiunte nei gel doccia, scrub per il viso, dentifrici e altri cosmetici. Il resto proviene da resti di sacchetti di plastica, reti e lenze da pesca scartate o pneumatici vecchi.

Secondo molti esperti, la plastica può rappresentare una minaccia per la fauna selvatica più di quanto non lo siano le fuoriuscite di petrolio. La peggior marea nera degli ultimi tempi è stata causata dall’esplosione sulla piattaforma Deepwater Horizon della BP nel Golfo del Messico nel 2010. Essa ha portato a una sconcertante fuoriuscita di 4,9 milioni di barili di greggio – 668.000 tonnellate – nel Golfo del Messico per 87 giorni. La fuoriuscita si estendeva per 176.119 chilometri quadrati di oceano e ha ricoperto più di 800 chilometri di costa. L’impatto sulla fauna selvatica è stato orrendo. Le barriere coralline sono state distrutte, è triplicato il numero di delfini morti, mentre gli spiaggiamenti di tartarughe marine sono aumentati. Quattro anni dopo l’incidente, 14 specie hanno mostrato sintomi di esposizione al petrolio, secondo la U.S. National Wildlife Federation. Eppure, incredibilmente, l’impatto delle microplastiche potrebbe essere ancora più grave nel lungo periodo.

Daniel Steadman, marine plastics project manager di Fauna and Flora International, ha dichiarato: “Il problema dell’inquinamento da plastica è che non va via; una volta che è negli oceani è molto più difficile da pulire rispetto al petrolio. Il petrolio è un prodotto biologico che può essere distrutto da microbi. La plastica no”. Il dott. Erik van Sebille, oceanografo presso l’Imperial College di Londra, è d’accordo. “Sia il petrolio sia la plastica hanno un impatto ambientale grave” dice. “Ma il petrolio è meno dannoso nel lungo periodo, perché ci sono batteri che lo ‘mangiano’. Non rimanere in mare per più di un paio di mesi rispetto alle centinaia di anni che la plastica può impiegare per scomparire.”.

Il danno che la plastica sta facendo è incalcolabile. Esistono prove convincenti che le minuscole particelle di plastica blocchino la crescita degli animali che le ingeriscono, in particolare le piccole creature alla base della catena alimentare, come vermi, plancton, cozze e ostriche. “Sembra che le creature più piccole spendano troppa energia cercando di digerire la plastica non digeribile comportando così una diminuzione di peso” afferma la professoressa Tamara Galloway, Exeter University, una delle maggiori esperte del Regno Unito in materia di inquinamento marino. La salute, le dimensioni e il numero di queste piccole creature è importante perché la rete della vita marina dipende da loro. Se il plancton mangia la plastica, le creature che si nutrono di plancton la ingeriranno di conseguenza e in quantità maggiore. Gli effetti potrebbero propagarsi attraverso la catena alimentare – pesci, uccelli, tartarughe, delfini, balene e anche noi. Alcuni studi hanno dimostrato che il 30% del pesce pescato nel canale della Manica contiene microplastiche nelle loro viscere, mentre più dell’83% di scampi venduti in Gran Bretagna, contiene queste plastiche.

Si stima che ogni piatto di cozze su una tavola contiene tra 20 e 50 microsfere. Ma il danno diretto scaturito dall’ingerimento di plastica è solo una parte del problema. Microsfere e altre microplastiche si rivelano eccellenti ad assorbire gli inquinanti tossici che le persone hanno pompato nell’atmosfera e mari a partire dalla Rivoluzione Industriale. Molte di queste tossine sono chiamate POP dall’inglese persistent organic pollutants (inquinanti organici persistenti) sottoprodotti di fabbriche, centrali elettriche e agricoltura. Si tratta di sostanze chimiche vietate da tempo, che hanno dimostrato di provocare il cancro, contribuire alla sterilità e alla nascita deformità.

Altri sono i metalli tossici, come il mercurio, che viene emesso nell’aria dalle centrali elettriche che avvelenano il sistema nervoso e i reni. Non solo questi inquinanti permangono a lungo, sono anche idrofobi. Se si imbattono nella plastica in mare sono attratti come una calamita. “Nel 2001, un gruppo di ricercatori ha raccolto pellet di polipropilene, utilizzato nella fabbricazione di plastica, dalle acque costiere del Giappone”, dice la professoressa Galloway. “Essi hanno scoperto che nel corso del tempo, queste palline avevano accumulato tossine in concentrazioni fino a un milione di volte maggiori rispetto a quelle che hanno trovato nelle acque circostanti.”

Gli scienziati sanno che queste tossine passano dall’acqua di mare ai corpi degli animali. Quello che non sanno ancora è se le tossine passano dalla plastica agli animali, e in caso affermativo, quale sia l’impatto sulla loro salute. E non sanno se l’esposizione a queste tossine nella fauna ittica potrebbe danneggiare l’uomo, aumentando il rischio di cancro e infertilità. “Sarà praticamente impossibile filtrare microplastiche dall’oceano”, afferma il dottor van Sebille. “Sono così piccole che non vi è alcun modo di catturare la plastica senza portarsi dietro plancton e larve che sono essenziali per tutta la vita nell’oceano. Spero che l’attuale attenzione sul tema renda le persone consapevoli che l’umanità ha bisogno di porre attenzione ai rifiuti. Non è la plastica il problema, ma il nostro modo di scartarla una volta che l’abbiamo usata”. La Galloway è d’accordo. “La proliferazione crescente di plastica in mare è il risultato della nostra ultra-consumistica società usa e getta, dove così tanti prodotti, in particolare cosmetici e imballaggi, vengono smaltiti senza porre la dovuta attenzione.”

Tags: inquinamentomicroplastiche
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Mariella Ballatore

Co-founder e Direttrice di redazione. Pubblicista dal 2006 racconta il mondo da oltre un trentennio attraverso giornali, televisione e radio. Come conoscitrice del settore pesca e acquacoltura è stata più volte invitata a moderare e relazionare in convegni organizzati tra gli altri dalla Conferenza Episcopale Italiana – Ufficio nazionale dell’Apostolato del Mare, AquaFarm, Blue Sea Land.

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