2/2/15 – NEWS – La tradizione culinaria italiana e il pesce: una relazione senza tempo. I prodotti ittici sono sempre stati parte integrante della dieta degli abitanti del Bel paese, che sono soliti utilizzare il pescato nella preparazione di ricette tra cui zuppe, sughi, grigliate, ripieni, stufati.
Data la versatilità che lo contraddistingue, il pesce è largamente impiegato nella realizzazione di molti piatti, e contenendo tutti gli elementi di base (proteine, glucidi, lipidi, vitamine, sali minerali) è alimento apprezzato e cardine nelle cucine locali della penisola.
Uno dei principali fattori che permettono un ampio consumo del prodotto ittico è la sua conservazione, tramite la quale si può consumare il pesce in un lasso di tempo maggiore rispetto al consueto. Affumicamento, salagione, congelamento e conservazione in scatola sono tra i metodi più diffusi. In quest’ottica, secondo l’Ismea, ovvero, Istituto di servizi per il mercato agricolo alimentare, sembra che il pesce fresco venga consumato sempre meno (-5% nei volumi e -20% in termini monetari), configurandosi sempre più come lusso occasionale. Colpevole la crisi del settore e il vantaggio dei conservati, le stime del fresco peggiorano negli anni. A fronte di aumenti nel consumo e nelle vendite di salmone affumicato e di tonno in scatola, si registrano diminuzioni nella diffusione sul mercato di alici, calamari, polpi, naselli e merluzzi. Le trote resistono con una crescita del 2,7% per quantità consumate e 16% per valore.
In tale contesto si insinua anche un’altra importante questione: la superiorità, nel nostro Paese, delle importazioni ittiche sulle esportazioni. L’Italia dipende strettamente dall’estero, da Paesi quali la Spagna o la Slovenia per il fresco e da Pesi iberici e asiatici per il congelato. I dati sono esplicativi: circa tre quarti del fabbisogno nazionale è soddisfatto dall’estero, bloccando l’economia del settore che da solo non riesce ad essere competitivo.
Candida Ciravolo










