Tonno: come sta davvero la specie più pescata del pianeta

A due giorni dalla Giornata Mondiale del Tonno, una ricognizione su stock globali, ritorno del bluefin nel Mediterraneo, nuove quote 2026 e nodi ancora aperti: dalla pesca illegale all'oligopolio dei contingenti

Tuna sustainability, bluefin recovery and the new balance of Mediterranean fisheries

Tuna sustainability, bluefin recovery and the new balance of Mediterranean fisheries

Mancano due giorni alla Giornata Mondiale del Tonno, l’appuntamento ONU del 2 maggio istituito nel 2016. Per chi guarda al Mediterraneo, è l’occasione per fare i conti con un paradosso: la specie più iconica e per anni più minacciata di queste acque, il tonno rosso, non solo è tornata, ma oggi si pesca in quantità crescenti. Solo nel porto di Marsala, primo scalo nazionale per sbarchi di bluefin, nel 2025 sono arrivati a terra circa 178 tonnellate di pesce, quasi duemila esemplari (dato reso pubblico dalla Capitaneria di Porto). Vent’anni fa una cifra simile sarebbe stata uno scandalo ambientale. Oggi è il segno che un sistema di gestione condivisa, faticosamente costruito, ha funzionato.

Il quadro globale resta articolato. Il rapporto Status of the World Fisheries for Tuna pubblicato a marzo 2025 dall’International Seafood Sustainability Foundation (ISSF) ha valutato 23 stock delle sette specie commerciali principali: il 65% si trova in condizioni di abbondanza sana, il 26% in una zona intermedia, il 9% in stato di sovrasfruttamento. Il 91% degli stock non è più soggetto a overfishing, e l’87% delle catture mondiali – pari a circa 5,2 milioni di tonnellate nel 2023 – proviene da popolazioni considerate in salute. A trainare il dato è soprattutto il tonnetto striato, che da solo vale più della metà del pescato globale e tiene bene nelle aree dove viene catturato.

La FAO è arrivata a conclusioni convergenti: nella Revisione dello stato delle risorse ittiche marine mondiali 2025, presentata a giugno alla Conferenza ONU sugli Oceani, i tonni e le specie affini risultano sostenibili nell’87% degli stock valutati, con il 99% degli sbarchi che proviene da fonti gestite responsabilmente. È un risultato sproporzionatamente migliore rispetto alla media della pesca marittima mondiale. Restano aree fragili – alcune popolazioni di tonno obeso e tonno rosso atlantico occidentale – e l’aumento dei FAD, i dispositivi di concentrazione dei pesci, preoccupa per le catture accessorie.

La storia europea è quella che merita più attenzione. A inizio anni Duemila, il tonno rosso atlantico era a un passo dal collasso. Le catture stimate erano scese a 10.000 tonnellate nel 2007, anno in cui l’ICCAT, la Commissione Internazionale per la Conservazione dei Tonnidi dell’Atlantico, varò un piano di recupero severo: quote rigide, flotte ridotte, stagioni accorciate, ispezioni internazionali. Nei vent’anni successivi la biomassa adulta si è risollevata fino a circa il 60% del livello di riferimento per la sostenibilità, all’incirca il doppio del minimo. I risultati hanno spinto l’ICCAT, riunita a Siviglia a fine 2025, ad alzare i TAC per il triennio 2026-2028: +19,3% per lo stock dell’Atlantico orientale, +13% per quello occidentale.

Per l’Italia, il decreto del MASAF firmato lo scorso 1 aprile, fissa la quota nazionale 2026 a 6.182,6 tonnellate, in crescita di circa il 17% rispetto alle 5.283 della stagione appena chiusa. Cambia anche l’architettura: una parte del nuovo contingente entra finalmente nella piccola pesca costiera, finora largamente esclusa, e cresce di circa il 40% la platea delle imbarcazioni autorizzate. Sul provvedimento si è discusso a Trapani, l’11 aprile, in un incontro promosso dal Libero Consorzio Comunale e moderato da Pesceinrete, con la presenza del sottosegretario al MASAF Patrizio La Pietra e della direttrice generale della pesca marittima Graziella Romito. Il sottosegretario ha definito il decreto “sperimentale” e ha aperto a verifiche con i territori: segnale che la fase di assestamento è tutt’altro che chiusa.

Sotto la superficie del successo restano nodi non risolti. WWF e altre organizzazioni avvertono da tempo che aumentare le quote troppo in fretta rischia di compromettere la ripresa, mentre stime dell’ICCAT indicano che in alcune aree del bacino fino al 20-30% del tonno rosso pescato potrebbe provenire da attività illegali, non dichiarate o non regolamentate, la cosiddetta IUU. Inchieste recenti hanno poi raccontato l’oligopolio delle quote italiane: 19 pescherecci hanno accesso al sistema della circuizione, in mano per lo più ad armatori siciliani e campani, e i piccoli pescatori che provano a rientrare sbattono contro un meccanismo che tende a rafforzare chi è già dentro. Resta poi aperto il capitolo allevamenti di ingrasso, in cui per produrre un chilo di tonno servono circa quindici chili di pesce-foraggio: un settore concentrato a Malta e in Spagna, in Italia normato in modo opaco, tanto che nei mesi scorsi Greenpeace ha costretto l’amministrazione di Battipaglia a revocare la concessione a un nuovo impianto.

Sul fronte del consumo, l’Italia resta il secondo produttore europeo di tonno in scatola dopo la Spagna. I dati ANCIT relativi al 2024, presentati a maggio scorso, indicano un valore di mercato di 1,65 miliardi di euro (+1,5% sull’anno prima), pari a quasi il 70% dell’intero comparto delle conserve ittiche. Le esportazioni hanno toccato 30.600 tonnellate (+9,57%), dirette principalmente verso Germania, Grecia e Croazia, ma anche Canada e Paesi del Golfo.

Sei italiani su dieci consumano tonno in scatola almeno una volta a settimana, e il consumo pro capite – calcolato su dati ISTAT – si attesta intorno ai 2,36 chili l’anno. Nelle scatolette finiscono soprattutto due specie: il tonnetto striato e il pinna gialla, quest’ultimo prediletto dall’industria italiana per le qualità organolettiche.

Dal 2014 il regolamento europeo obbliga i produttori a indicare specie e zona FAO di pesca. Le aree 71, 77 e 81 del Pacifico occidentale e centrale, e la 37 del Mediterraneo, sono quelle considerate più affidabili per stato degli stock e qualità della gestione; le 51 e 57, nell’Oceano Indiano, restano le più critiche. Quando indicato in etichetta, il “pescato a canna” o la “circuizione su banchi liberi” – cioè senza FAD – segnalano metodi più selettivi. Sono dettagli minimi. Ma è da lì che, in fondo, passa anche la parte che riguarda il consumatore.

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