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Home Pesca

La complessa realtà della pesca fantasma

Mariella Ballatore by Mariella Ballatore
19 Ottobre 2016
in Pesca

La conferenza finale del progettoLife-Ghost, che si terrà a Venezia il prossimo 20 ottobre, è solo il più recente degli step inerenti al contrasto della cosiddetta pesca fantasma.
Di che cosa si tratta è ormai purtroppo largamente noto. La cattura indiscriminata provocata da reti e attrezzature da pesca perse o abbandonate in mare ha provocato non pochi danni, con reti che diventano delle vere e proprie trappole per gli animali marini, come pesci, delfini, tartarughe, uccelli, granchi, che incastrati tra queste trovano la morte, impossibilitati come sono a cercare nutrimento.

E se non bastasse la fauna, le reti fantasma nuociono gravemente anche alla flora marittima. Infatti le ripercussioni sono evidenti anche per quel che concerne il potenziale altamente inquinante delle reti e delle attrezzature stesse che, abbandonate sott’acqua, collaborano all’accrescimento dei livelli di microplastiche già presenti nelle acque e rilasciano composti tossici, come il piombo, che entrano direttamente nella nostra catena alimentare perché assorbiti dai pesci.

Lo scenario è ancora più preoccupante se si pensa ai progressi e innovazioni tecnologiche, che nella costruzione degli strumenti da pesca prevedono materiali sintetici più galleggianti e duraturi, i quali necessitano di lunghi periodi per degradarsi. Discorso affine è quello che può essere fatto per i tramagli, reti flottanti da pesca in nylon, capaci di impigliare animali acquatici e organismi per molti anni.
Inoltre, rimuovere queste reti dismesse e abbandonate può risultare davvero costoso.

Solo problemi e niente soluzioni, sembrerebbe.
Non è proprio così, perché stando a una ricerca pubblicata ultimamente dalla rivista scientifica Animal conservation e affrontata dagli studiosi del coreano National institute of fisheries science in collaborazione con la FAO, sarebbe possibile un materiale biodegradabile alternativo per la realizzazione dei tramagli. Inoltre, oltre ad avere le stesse qualità delle reti tradizionali e convenienza dal punto di vista economico, questa nuova e possibile tipologia di strumento avrebbe il vantaggio di essere degradato dai microrganismi presenti nell’acqua nel giro di due anni.
Sia ben chiaro che l’utilizzo di tali reti biodegradabili non risolverebbe in toto il problema della pesca fantasma, ma lo ridurrebbe soltanto in maniera più o meno incisiva.

Candida Ciravolo

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Mariella Ballatore

Co-founder e Direttrice di redazione. Pubblicista dal 2006 racconta il mondo da oltre un trentennio attraverso giornali, televisione e radio. Come conoscitrice del settore pesca e acquacoltura è stata più volte invitata a moderare e relazionare in convegni organizzati tra gli altri dalla Conferenza Episcopale Italiana – Ufficio nazionale dell’Apostolato del Mare, AquaFarm, Blue Sea Land.

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