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L’Italia della pesca tra resistenza e stanchezza: il 2024 visto dal MASAF

La Relazione annuale sugli sforzi compiuti dall’Italia nel 2024 descrive una flotta in riduzione ma ancora vitale, sospesa tra passato e transizione ecologica

Davide Ciravolo by Davide Ciravolo
3 Novembre 2025
in Istituzioni, Nazionali, News, Pesca
Relazione annuale sugli sforzi compiuti dall’Italia nel 2024

C’è un filo sottile che lega le cifre fredde della Relazione annuale sugli sforzi compiuti dall’Italia nel 2024 per il raggiungimento di un equilibrio sostenibile tra la capacità e le possibilità di pesca, pubblicata dal MASAF lo scorso 29 ottobre.
Dietro i numeri si intravede la stanchezza di un mestiere antico, che resiste ma fatica a cambiare pelle. La flotta italiana continua a ridursi, ma il mare resta il suo orizzonte necessario.

Un ridimensionamento che non è solo quantitativo

Alla fine del 2024 le imbarcazioni registrate erano 9.642, con una stazza complessiva di 137.438 tonnellate lorde e 908.086 kW di potenza motrice.
Pochi numeri, ma densi di significato: la flotta ha perso altre 73 unità in un solo anno, e il calo non è più soltanto statistico. È il segnale di un’economia che si contrae, di un ricambio mancato, di una generazione che fatica a trovare eredi.
Eppure, la pesca italiana continua a rappresentare un presidio produttivo e sociale in decine di porti, soprattutto al Sud, dove l’identità di un territorio coincide ancora con il ritmo delle maree.

Un patrimonio che invecchia e consuma troppo

Più del 60% delle barche italiane supera i trent’anni di età.
Una fotografia che racconta molto più di un problema tecnico: racconta la difficoltà di investire, la lentezza di un apparato normativo che rende quasi impossibile sostituire i motori, l’assenza di strumenti davvero efficaci per stimolare l’innovazione.
Le barche più moderne operano nella piccola pesca, ma è lo strascico, con appena il 16% delle unità, a detenere oltre la metà della capacità di pesca nazionale.
Una flotta pesante, costosa, energivora — che continua a lavorare in acque fragili dal punto di vista biologico e sociale.

Il Sud tiene in piedi la pesca, ma a fatica

Il 57% della flotta italiana naviga tra Sicilia, Puglia e Campania.
Il Sud rimane il cuore pulsante della pesca nazionale, ma è anche il luogo dove più evidente è la fatica.
In molte marinerie la pesca artigianale sopravvive grazie alla tenacia di famiglie che non hanno mai lasciato il mare, mentre i giovani guardano altrove.
Nel Nord Adriatico, invece, le imprese sono più strutturate, più forti sul piano organizzativo e più capaci di accedere ai fondi europei.
L’Italia della pesca è sempre più divisa tra chi riesce a innovare e chi, pur volendo, non può.

Il prezzo dell’energia e quello del tempo

Il carburante resta il vero ago della bilancia economica.
Nel 2024 la volatilità dei prezzi ha inciso in modo diretto sulla redditività, spingendo molti armatori a ridurre le uscite in mare.
La Relazione del MASAF non lo dice apertamente, ma tra le righe emerge una verità chiara: senza un piano energetico per la pesca, la transizione ecologica rischia di restare solo una dichiarazione d’intenti.
Il mare costa, e senza incentivi mirati alla sostituzione dei motori e all’efficienza dei consumi, la sostenibilità resta un orizzonte lontano.

Un mestiere senza eredi

Il documento ministeriale dedica spazio anche a un tema spesso sottovalutato: il ricambio generazionale.
Ogni anno crescono i pescatori con più di cinquant’anni e diminuiscono quelli sotto i trenta.
Non bastano i fondi del FEAMPA a invertire la tendenza. Mancano percorsi di formazione tecnica, ma soprattutto manca una visione che renda la pesca un mestiere dignitoso e contemporaneo.
La flotta italiana non può rinnovarsi se prima non si rinnova la narrazione del mare.

Un futuro da costruire

L’analisi del MASAF restituisce un quadro complesso ma non privo di segnali positivi: la capacità di pesca risulta oggi coerente con lo stato degli stock, segno che gli sforzi di gestione stanno funzionando.
Il problema, semmai, è come trasformare questa sostenibilità biologica in sostenibilità economica.
La pesca italiana ha bisogno di regole più snelle, incentivi reali e un piano industriale che la consideri parte dell’economia blu, non un settore residuale.
Perché nel 2024, come nel 2030 e oltre, non si può parlare di mare italiano senza parlare di chi lo vive ogni giorno.

Tags: economia bluFEAMPAflotta pescherecciaMasafpesca italianasostenibilità
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Davide Ciravolo

Autore Pesceinrete, retail ittico e mercati seafood Davide Ciravolo è autore Pesceinrete. Si occupa di mercati, distribuzione e scenari commerciali della filiera ittica, con particolare attenzione al rapporto tra prodotto, retail e consumi. La sua esperienza come ex buyer di Esselunga gli permette di osservare il settore seafood anche dal punto di vista della GDO e delle dinamiche di assortimento.

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