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Home Acquacoltura

Anguillicoltura. Possibile chiusura degli allevamenti per l’ecosostenibilità

Luna Lorito by Luna Lorito
4 Giugno 2018
in Acquacoltura
Auguillicoltura, Specie in estinzione Mediterraneo

L’anguilla è un prodotto molto apprezzato nelle aree lagunari, tuttavia molteplici minacce causano un declino continuo nella popolazione dell’anguilla europea. Infatti, già negli anni ’70 era considerata una specie vulnerabile e adesso è in stato critico nella Lista Rossa IUCN. Le problematiche maggiori sono legate al ciclo vitale, all’eccessiva pesca e al commercio di anguilla europea in Asia orientale.

Il ciclo vitale dell’anguilla europea è decisamente complesso. Inizia nel Mar dei Sargassi, dove gli adulti vanno a riprodursi per poi morire. Le uova schiudono dando alla luce i leptocefali, che sono trasparenti e di forma fogliacea. Questi sono trasportati dalla corrente del Golfo verso l’Europa in circa 2-3 anni, anche se in alcuni casi possono volerci anche solo 7 mesi. In prossimità delle coste europee, i leptocefali subiscono la prima metamorfosi diventando cieche di 4-8 cm. Una volta che le cieche passando ai torrenti o ai canali, mutano in ragani pigmentati, che maturano nel corso di alcuni anni (variabili tra maschio e femmina, rispettivamente 3-8 e 5-15 anni) in anguille gialle. Queste ultime diventano anguille argentate pian piano che maturano sessualmente e poi iniziano la migrazione verso il Mar dei Sargassi.

Come è facilmente intuibile, un’eccessiva pesca non permette un mantenimento dello stock, che subirà un declino. Inoltre, purtroppo, non si è ancora capito come riprodurre questi animali in cattività, quindi gli allevamenti che sono presenti devono sempre rifornirsi di novellame naturale, continuando così il depauperamento dello stock.

Oltre alla pesca, il declino è causato anche da altre opere dell’uomo, come, ad esempio, la canalizzazione dei fiumi, le dighe oppure le bonifiche di territori che riducono l’habitat dell’anguilla. In secondo luogo, l’inquinamento delle acque influisce sia sugli adulti (indebolendoli durante la migrazione e una riduzione della fecondità) sia sulla prole (deformazioni) diminuendo la popolazione. L’anguilla europea, poi, è sottoposta a predazione naturale e a malattie parassitarie che incidono anch’essi sugli stock. Infine, negli ultimi anni, sono diventanti importanti anche i cambiamenti climatici, che, nel caso delle anguille, interessano la corrente del Golfo: infatti, essa si è indebolita con il riscaldamento globale riducendo le probabilità che il novellame raggiunga le coste europee.

Per tutti questi motivi, la Commissione europea vorrebbe vietare temporaneamente la pesca dell’anguilla europea. Tuttavia FEAP, sollecitata dall’API (associazione Piscicoltori Italiani), ha invitato l’Europea a non formalizzare la proposta, poiché: in primo luogo, porterebbe solo a benefici limitati, essendo il divieto temporaneo e, in secondo luogo, si avrebbe la scomparsa dell’anguillicoltura, se questo divieto fosse generalizzato e se ciò accadesse, inizierebbe un commercio di prodotti di origine sconosciuta provenienti dall’Asia orientale.

L’anguillicoltura, quindi, si vedrà scomparire per permettere un aumento della popolazione dell’anguilla oppure verranno trovate altre soluzioni? La discussione è ancora aperta.

Luna Lorito

Tags: anguillaanguillicoltura
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Luna Lorito

Luna Lorito

Laurea in Sicurezza e qualità delle produzioni animali e già laureata in Acquacultura e Igiene della produzione ittica.

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