Durante la XXXIV Rassegna del Maredi Trapani, Franco Andaloro, componente del comitato Scientifico della Fondazione Italiana Biologi (Fib), ha pronunciato uno degli interventi più lucidi e disarmanti dell’intera manifestazione.
Con la schiettezza di chi conosce il settore dall’interno, ha ripercorso tre decenni di pesca italiana nel Mediterraneo, riconoscendo gli errori di un sistema in cui la ricerca scientifica, la politica e le stesse associazioni di categoria hanno contribuito, seppure in modi diversi, al progressivo impoverimento del comparto.
Non un atto d’accusa, ma una riflessione collettiva: “abbiamo sbagliato tutti”, è il messaggio che Andaloro ha consegnato al pubblico.
Un modello costruito su presupposti sbagliati
Secondo Andaloro, la pesca italiana nel Mediterraneo è stata gestita per trent’anni come se questo mare fosse un oceano.
Le politiche comunitarie, con la complicità della ricerca che non ha mai applicato davvero un approccio ecosistemico, hanno sviluppato per il Mediterraneo piani di gestione delle risorse nati per i mari a biomassa elevata e bassa biodiversità, e fondati esclusivamente sul raggiungimento del Maximum Sustainable Yield
Applicati al Mediterraneo, mare chiuso e multispecifico, questi modelli si sono rivelati non solo inefficaci, ma devastanti.
L’Italia ha ridotto di oltre il 50% la propria flotta, ha demolito centinaia di pescherecci e disperso competenze storiche, senza ottenere l’aumento delle catture né il recupero degli stock ittici promessi, ciò nonostante la politica della demolizione della flotta permane l’unico strumento adottato.
È il paradosso di una gestione che ha scelto la matematica al posto dell’ecologia.
Scienza, politica e rappresentanza: un’alleanza mancata
Nel suo intervento, Andaloro ha puntato il dito anche contro la frammentazione delle responsabilità.
La scienza, ha spiegato, ha preferito produrre dati “comodi”, facilmente spendibili nei tavoli tecnici, anziché farsi interprete della complessità del Mediterraneo.
La politica ha privilegiato la logica delle deroghe e degli ammortizzatori sociali, rinunciando a una programmazione strutturale.
Le associazioni di categoria, infine, troppo spesso si sono fermate alla gestione del quotidiano, difendendo il contingente invece di investire in visione e innovazione.
Il risultato è stato un sistema che, per trent’anni, ha agito come se la fine della pesca fosse un evento annunciato e inevitabile.
Un Mediterraneo fragile e dimenticato
Andaloro ha ricordato che la crisi della pesca non è solo questione di flotta o di licenze.
È il sintomo di un mare alterato, in cui la somma di fattori ambientali e antropici ha cambiato in modo irreversibile gli equilibri ecologici.
L’inquinamento costiero, le plastiche in mare, l’acidificazione e l’aumento della temperatura hanno modificato la distribuzione delle specie.
La modifica delle correnti marine levantine dovuta al climate change hanno spostato il trasferimento dei nutrienti dallo Stretto di Sicilia ad altri mari causando il collasso della biomassa del pesce azzurro nell’area che alimentava l’economia della pesca delle flotte siciliane e tunisine
In questo scenario, la ricerca ha continuato a descrivere fenomeni senza tradurli in strumenti gestionali efficaci, e la politica ha reagito con lentezza.
La tempesta perfetta e l’accaparramento del mare
La pesca italiana nel Mediterraneo vive oggi una “tempesta perfetta”: a una crisi strutturale si è aggiunto il nuovo fronte dell’accaparramento dello spazio marittimo.
Andaloro ha richiamato l’attenzione sugli oltre 100 progetti di impianti eolici offshore presentati in assenza di un reale coinvolgimento delle comunità costiere.
La pianificazione dello spazio marittimo, prevista dalle direttive europee, è rimasta sulla carta o è stata elaborata con logiche burocratiche che ignorano le economie locali.
È un fenomeno che rischia di marginalizzare ulteriormente la pesca, confinandola ai margini di un mare sempre più prezioso per altre attività che non riconosce più come proprio e dal quale rischia di rimanere esclusa. Questo sta portando a una perdita di identità e sostenibilità sociale delle comunità costiere rischiando di compromettere anche il turismo.
Il Mediterraneo come ecosistema, non come statistica
Andaloro ha concluso con un appello alla responsabilità condivisa.
Il Mediterraneo non può essere governato con gli stessi strumenti applicati agli oceani, né la pesca può essere ridotta a numeri da compensare con sussidi.
Serve una gestione ecosistemica, basata su conoscenza reale, partecipazione e adattamento.
Scienza, istituzioni e associazioni devono tornare a lavorare insieme, superando la frammentazione che ha indebolito il settore e affrontando adeguatamente la questione mediterranea ovvero la gestione del mare e delle sue risorse in uno scenario geopolitico complesso in assenza di efficaci autorità transazionali essendo le normative unionali non valide per i paesi nord africani e quelle internazionali da loro disattese.
Il mare, ha ammonito, “non si governa con modelli astratti, ma con consapevolezza, etica e rispetto”.











