Le microalghe sono spesso raccontate come una delle risorse più promettenti della bioeconomia marina. Possono trovare applicazione nel feed, nella nutraceutica, nella cosmetica e in diversi ambiti industriali. Ma anche una produzione considerata sostenibile deve fare i conti con consumi energetici, utilizzo di nutrienti e gestione dei reflui.
Per questo è interessante uno studio dedicato alla Tetraselmis striata, una microalga marina coltivata in impianti pilota nelle Canarie. La ricerca ha valutato una soluzione semplice ma importante: riutilizzare l’acqua di coltura dopo la raccolta della biomassa, invece di sostituirla ogni volta con nuovo mezzo fresco.
Dopo la centrifugazione, infatti, resta una frazione liquida che contiene ancora acqua, sali e nutrienti residui. In un modello tradizionale questa parte diventa refluo. In un modello più circolare, invece, può essere recuperata e rimessa nel ciclo produttivo, riducendo sprechi e consumi.
Il dato più rilevante è che il ricircolo del mezzo di coltura non ha compromesso la crescita della microalga. Nelle prove condotte in vasche da 10 metri cubi, quindi in condizioni più vicine alla produzione reale rispetto al semplice laboratorio, il mezzo è stato riutilizzato con successo per circa due mesi. La produttività della biomassa è rimasta sostanzialmente paragonabile a quella ottenuta con mezzo fresco.
Anche la qualità della biomassa è rimasta interessante. Nelle colture all’aperto con ricircolo, il contenuto proteico ha superato il 54% sul secco privo di ceneri. È un elemento che conferma il potenziale della Tetraselmis striata come materia prima per possibili applicazioni nel feed, inclusa l’acquacoltura, pur senza trasformare questo risultato sperimentale in una soluzione già automaticamente pronta per ogni contesto produttivo.
Lo studio segnala anche la presenza di acidi grassi omega-3, in particolare ALA ed EPA. Questo rafforza l’interesse verso le microalghe come ingredienti funzionali, non come risposta unica alle esigenze della mangimistica, ma come una delle strade possibili per diversificare le fonti e costruire filiere più efficienti.
Il vantaggio ambientale è altrettanto significativo. Secondo le stime dei ricercatori, in uno scenario produttivo di 10 ettari il ricircolo del mezzo potrebbe ridurre dell’84% il volume dei reflui generati e del 7,5% il consumo elettrico stimato per il processo di coltivazione considerato. Il risparmio annuo stimato sarebbe di circa 3 tonnellate di nitrato e 1 tonnellata di fosfato.
Sono numeri da leggere con prudenza, perché riferiti a un preciso contesto sperimentale e a condizioni climatiche favorevoli. Tuttavia indicano una direzione chiara: la sostenibilità delle microalghe non dipende solo dal prodotto finale, ma anche dal modo in cui vengono coltivate.
Ridurre i reflui significa limitare la dispersione di nutrienti. Ridurre l’uso di fertilizzanti significa contenere costi e dipendenza da input esterni. Ridurre l’energia necessaria al pompaggio significa rendere il processo più efficiente.
Lo studio mostra anche un altro aspetto interessante: cambiando la disponibilità di nutrienti, cambia la composizione della biomassa. Quando la microalga cresce con nutrienti disponibili, mantiene un profilo più proteico. Quando invece entra in carenza di nutrienti, diminuiscono le proteine e aumentano carboidrati e lipidi, aprendo la strada ad applicazioni diverse.
Il messaggio, quindi, è molto concreto. Le microalghe possono avere un ruolo importante nella bioeconomia marina e nell’acquacoltura, ma il loro sviluppo passerà dalla capacità di produrle in modo più efficiente, con meno sprechi e costi più sostenibili.
La Tetraselmis striata non rappresenta una risposta definitiva alle sfide del feed o della mangimistica, ma offre un caso interessante di produzione più circolare. Un tassello utile per capire come la ricerca possa aiutare a costruire filiere marine più controllate, meno dispersive e più coerenti con l’economia circolare.











