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Home Istituzioni Europee

Pesca, l’Italia alza il livello dello scontro: “La Politica comune europea è un fallimento”

A Lefkosia, nell’incontro informale dei ministri della pesca dell’UE, Lollobrigida contesta l’impostazione di Bruxelles: basta tagli alle giornate di pesca, servono risorse, equilibrio nel Mediterraneo e una strategia capace di dare futuro alle marinerie

Davide Ciravolo by Davide Ciravolo
5 Maggio 2026
in Europee, In evidenza, Istituzioni, Nazionali, News, Pesca
Politica comune della pesca

L’Italia non usa mezzi termini e porta a Cipro una posizione destinata a pesare nel confronto europeo sul futuro della pesca. Durante l’incontro dei ministri della pesca dell’Unione europea, svoltosi oggi a Lefkosia nell’ambito dell’AGRIFISH informale organizzato dalla Presidenza cipriota del Consiglio dell’UE, il ministro dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste, Francesco Lollobrigida, ha definito l’attuale Politica comune della pesca “un fallimento”.

Una frase netta, pronunciata nel giorno in cui i ministri europei sono stati chiamati a confrontarsi sulla valutazione della Politica comune della pesca, presentata dal commissario europeo per la Pesca e gli Oceani, Costas Kadis. Non una riunione formale del Consiglio Agricoltura e Pesca, dunque, ma un incontro politico informale di alto livello, pensato proprio per consentire agli Stati membri uno scambio più libero e strategico su ciò che ha funzionato, su ciò che non ha funzionato e su ciò che dovrà cambiare nei prossimi anni.

Il messaggio italiano è stato chiaro: la sostenibilità non può continuare a essere costruita quasi esclusivamente attraverso nuovi sacrifici imposti alle marinerie europee. “Noi non ci stiamo”, ha dichiarato Lollobrigida, contestando la prospettiva di ulteriori riduzioni delle giornate di pesca e chiedendo una revisione profonda dell’impostazione comunitaria.

Il punto sollevato dall’Italia non è la negazione della necessità di proteggere gli stock ittici. Al contrario, proprio la tutela della risorsa rende necessario interrogarsi sull’efficacia delle politiche adottate finora. Se dopo anni di restrizioni, riduzioni dello sforzo di pesca e progressivo ridimensionamento della flotta europea il recupero degli stock nel Mediterraneo resta lento e disomogeneo, allora il problema non può essere affrontato soltanto chiedendo ai pescatori europei di lavorare meno. Serve una lettura più ampia, più concreta e più aderente alla realtà del mare in cui le marinerie operano ogni giorno.

Il Mediterraneo, infatti, non è uno spazio chiuso dentro i confini dell’Unione europea. È un bacino condiviso, attraversato da interessi produttivi, pressioni ambientali, flotte comunitarie e flotte di Paesi terzi. È proprio su questo punto che la posizione italiana assume maggiore rilievo. Secondo Lollobrigida, mentre ai pescatori europei vengono imposti vincoli sempre più severi, nello stesso mare continuano a operare marinerie extra UE cresciute negli anni in capacità, numero di imbarcazioni e intensità di prelievo. In queste condizioni, una politica che agisce prevalentemente sulle flotte dell’Unione rischia di essere squilibrata: indebolisce chi rispetta le regole europee, ma non incide in modo sufficiente su tutte le pressioni che gravano sugli stock.

È questo il nodo politico e tecnico della discussione. La Politica comune della pesca nasce con l’obiettivo di garantire sostenibilità ambientale, economica e sociale. Ma quando l’equilibrio tra queste tre dimensioni si rompe, la sostenibilità rischia di trasformarsi in una formula incompleta. Proteggere il mare è indispensabile. Ma una pesca sostenibile senza imprese, senza lavoro, senza comunità costiere vive e senza giovani disposti a salire a bordo non può essere considerata una politica riuscita.

Le marinerie italiane vivono da anni una fase di forte pressione. Alla riduzione delle giornate di pesca si sommano l’aumento dei costi energetici, l’incertezza normativa, le difficoltà di ricambio generazionale, la competizione internazionale e un mercato nel quale il prodotto pescato nazionale deve confrontarsi con importazioni provenienti da contesti produttivi spesso molto diversi. In molte aree costiere la pesca non è soltanto un’attività economica: è identità, presidio sociale, cultura del lavoro, rapporto con il territorio e continuità tra generazioni. Perdere pezzi di questa struttura significa impoverire non solo un comparto produttivo, ma intere comunità.

Da qui la richiesta italiana di cambiare rotta. Non basta ridurre. Non basta tagliare. Non basta comprimere ancora l’attività delle imprese se, nello stesso tempo, non si costruisce una strategia mediterranea realmente efficace, fondata su controlli, cooperazione internazionale, reciprocità delle regole, contrasto alla pesca illegale e risorse adeguate per accompagnare la transizione.

Il tema delle risorse è altrettanto decisivo. Lollobrigida ha contestato la prospettiva di un forte ridimensionamento dei fondi europei destinati alla pesca. Anche qui il punto è sostanziale: chiedere al settore di innovare, migliorare la selettività degli attrezzi, ridurre l’impatto ambientale, investire in sicurezza, efficienza energetica, formazione e modernizzazione richiede strumenti economici coerenti. Senza risorse, la transizione rischia di diventare una parola vuota. O peggio, una riduzione progressiva della capacità produttiva europea mascherata da politica ambientale.

La valutazione della Politica comune della pesca arriva quindi in un momento cruciale. Dopo oltre dieci anni dalla riforma del 2013, applicata dal 2014, l’Unione europea è chiamata a capire se gli strumenti messi in campo siano ancora adeguati alle trasformazioni del settore. La Commissione rivendica progressi nella gestione degli stock e nel rafforzamento del quadro di sostenibilità, ma riconosce anche difficoltà persistenti, soprattutto nel Mediterraneo, dove una parte rilevante delle risorse valutate resta sottoposta a pressione e dove le comunità della pesca continuano a fare i conti con fragilità economiche e sociali profonde.

Il confronto aperto a Cipro mostra che la prossima fase non potrà essere solo tecnica. Sarà inevitabilmente politica. Da una parte c’è la necessità, non rinviabile, di garantire il recupero degli stock e la tutela dell’ecosistema marino. Dall’altra c’è il rischio che le misure adottate per raggiungere questi obiettivi producano una contrazione irreversibile della pesca europea, senza risolvere davvero le cause complessive della pressione sulle risorse.

La posizione italiana prova a ricomporre questa frattura partendo da un principio semplice: il futuro della pesca non può essere costruito contro i pescatori. Le marinerie devono essere parte della soluzione, non il bersaglio principale delle politiche di contenimento. Questo significa pretendere responsabilità dal settore, ma anche garantire condizioni eque, risorse adeguate e una strategia che tenga conto della complessità del Mediterraneo.

“Ci batteremo per ottenere più risorse e una strategia che rimetta al centro il futuro delle nostre marinerie”, ha ribadito Lollobrigida. Una posizione che parla direttamente a molte comunità costiere italiane, dove la pesca continua a rappresentare lavoro, economia reale e coesione sociale.

L’incontro informale di Lefkosia non produce decisioni immediate, ma segna un passaggio politico importante. L’Italia mette in discussione l’impianto con cui l’Europa ha governato finora il settore e chiede che la revisione della Politica comune della pesca non si traduca nell’ennesima stagione di vincoli, ma in un cambio di metodo.

Il punto non è scegliere tra mare e lavoro. Il punto è costruire una politica capace di difendere entrambi. Perché senza stock sani non c’è futuro per la pesca, ma senza pescatori non c’è nemmeno una vera politica della pesca.

Tags: AGRIFISHLollobrigidamarinerie italianeMediterraneopescapesca italianapesca sostenibilePolitica Comune della Pescastock itticiUnione Europea
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