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Home Pesca

Karleskind: “Riforma politica pesca Ue e Brexit tra le mie priorità”

Il neopresidente della PECH a Pesceinrete: “Scienza non è in grado di darci tutte le risposte. Recupero stock importante, ma anche standard di vita delle comunità costiere e cibo accessibile per consumatori.”

Gerardo Fortuna by Gerardo Fortuna
24 Febbraio 2020
in Pesca

Un bretone per un britannico. L’avvicendamento alla presidenza della commissione pesca del Parlamento europeo (PECH) sembra uno scherzo del destino, e invece è la naturale conseguenza di una scelta quasi scontata e già nell’aria da almeno un mese.

 

Il francese Pierre Karleskind ha rilevato la carica lasciata vacante per decadimento dello status di eurodeputato dell’inglese Chris Davies, colpito dalla Brexit. Se la presidenza sarebbe dovuta restare in casa del gruppo liberale Renew Europe, Karleskind era semplicemente il candidato migliore: biologo marino di formazione con oltre dieci anni di esperienza da amministratore locale di una regione costiera.

 

La sua Bretagna è anche tra le regioni più vicine al Regno Unito e anche tra le più colpite da Brexit. Proprio Karleskind ha recentemente ospitato una delegazione di pescatori bretoni che aveva chiesto un incontro con il commissario Sinkevičius per ottenere garanzie sull’accesso dei pescatori europei alle acque britanniche.

 

Pesceinrete ha avuto modo di intervistare il neopresidente subito dopo la sua elezione, avvenuta mercoledì scorso nel corso della sessione della PECH.

Cosa si porterà dietro dell’esperienza del suo predecessore?

Sicuramente la sua battaglia per la pesca sostenibile, in particolare come possiamo tutelare una maggiore sostenibilità nel contesto del cambiamento climatico e della crisi di biodiversità. Dobbiamo davvero affrontare questo tema e Chris Davies ha fatto un ottimo lavoro finora.

E per quanto riguarda le sue di priorità?

La commissione PECH ha scelto una serie di temi per relazioni di iniziativa, ad esempio sull’applicazione dell’obbligo di sbarco e sull’inquinamento marittimo. Vorrei far sì che il lavoro in commissione si concentri anche su una chiara valutazione su come applicare la Politica di pesca comune (PCP), verificando se tali obiettivi siano ancora efficienti al fine di affrontare le diverse sfide che avremo di fronte nel prossimo decennio.

Entro il 2022 la PCP sarà già oggetto di valutazione della Commissione europea che valuterà i risultati raggiunti in materia di dimensione sociale, adattamento climatico e pulizia oceani. Non si rischia una sovrapposizione?

Certamente la valutazione della Commissione europea è importante, ma resta sempre il punto di vista della Commissione [, del diretto interessato]. Potremmo anche fare delle audizioni in Parlamento per provare a essere il più utili possibili in questa fase di valutazione. Le domande che ci dobbiamo chiedere sono: dobbiamo spingere per una chiara riforma o una più limitata? Come possiamo far sì che la PCP risponda ancora ai grandi interrogativi dei prossimi anni?

E poi c’è Brexit…

Tra le priorità, è quella che bisogna affrontare subito. La task force della Commissione Ue guidata da Michel Barnier sta facendo un ottimo lavoro, sono loro a condurre le trattative. Ma alla fine dei negoziati, il Parlamento dovrà votare i diversi accordi e potremo dire sì o no. Vogliamo avere l’ultima parola sulla questione.

Qual è la sua posizione?

Più le relazioni di pesca future saranno vicine a quelle attuali, meglio sarà per noi. In questo momento siamo in una situazione di reciproco accesso: i pescatori europei accedono alle acque britanniche mentre i prodotti ittici britannici accedono al mercato unico.

Vorrei che i negoziatori considerassero questo durante le trattative, che le due parti hanno benefici reciproci dal mantenimento dello status quo.

Bisogna tenere bene a mente una cosa. Il Regno Unito avrà pure il pesce, ma l’Europa ha il mercato unico. Sentiamo sempre dire che l’Ue è in una posizione svantaggiata, ma la realtà dice che possono pescare tutto il pesce che vogliono nelle loro acque, ma se non lo vendono sul continente resta uno sforzo inutile per i pescatori del Regno Unito.

Brexit reca con sé anche un rischio per la sostenibilità?

Dobbiamo assicurarci che il Regno Unito mantenga il suo impegno per mantenere una gestione sostenibile degli stock anche ora che è fuori dall’Ue. Molte cose sono state fatte in passato per rendere la pesca sostenibile, a volte anche riducendo le flotte, ma non per il piacere di farlo, ma perché si pescava troppo.

Ora siamo in una situazione in cui i dati ci dicono che il settore sta migliorando sia in termini di sostenibilità che di profitto. Non credo il Regno Unito abbia interesse a cancellare gli sforzi fatti in questo settore negli anni passati, però dobbiamo ricordare che i pesci non hanno confini e non sanno che ora esiste un confine tra Ue e Regno Unito.

Da oceanografo crede che l’oceano sia un tema difficile da trattare a livello Ue?

Le questioni oceaniche sono molto difficili da trattare al Parlamento europeo, perché non c’è una commissione specifica a occuparsene. C’è per esempio la politica marittima integrata (PMI) ma a occuparsene sono diverse commissioni, quella trasporti (TRAN), ambiente (ENVI), industria (ITRE) e ovviamente pesca (PECH).

Ho partecipato in passato a questo gruppo sulla PMI e ritengo sia assolutamente importante che il Parlamento abbia una voce nel dibattito sugli oceani. La Commissione sta negoziando all’ONU per la governance oceanica e credo vada accoppiata al Green Deal. Il mio gruppo politico, Renew Europe, ha organizzato recentemente un evento per chiedere un approccio olistico al tema degli oceani e per far sì che il Green Deal sia anche blu.

Lei ha un background scientifico ma è anche uomo di politica e molto spesso la politica è accusata di non ascoltare i consigli della scienza in materia di pesca. Qual è la sua posizione in merito?

Sono ormai in politica da oltre dieci anni e sono estremamente convinto che, come politici, dobbiamo cercare di mettere in atto politiche basate sull’evidenza scientifica. La scienza deve darci consigli.

Il punto è che la scienza non è in grado di darci tutte le risposte che chiediamo. A volte c’è una mancanza di conoscenza di alcune specie e gli stessi scienziati non sono in grado di dirci se uno stock recupererà qualora smettessimo di pescarlo.

È vero che la scienza ci fornisce consigli, ma è anche vero che la decisione politica molto spesso esula dal discorso di mero recupero dello stock. Spesso ci dobbiamo chiedere allo stesso tempo come far sì che chi abita nelle comunità costiere possa continuare a vivere decentemente con la pesca o anche come fornire al consumatore cibo accessibile e conveniente.

Le domande sono anche queste: creazione e mantenimento di lavoro, richiesta di prodotti ittici da parte di consumatori, non è sempre una questione di come preservare la risorsa. Ed è per questo che provo sempre a mischiare ciò che so dalla scienza con quello che devo chiedere a me stesso come politico.

Tags: pescaPierre Karleskind
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Gerardo Fortuna. Giornalista corrispondente da Bruxelles

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