La pesca europea è abituata a essere misurata in tonnellate, stock, quote, giorni in mare, capacità della flotta e redditività. È il linguaggio con cui Bruxelles e gli Stati membri leggono da anni un settore sempre più regolato, controllato e chiamato a dimostrare la propria sostenibilità. Ma il nuovo rapporto sociale dello STECF sposta l’attenzione su una domanda più semplice e più scomoda: chi continuerà a pescare nei prossimi anni?
Il documento, pubblicato dal Joint Research Centre della Commissione europea, è il primo tentativo organico di valutare la dimensione sociale della pesca UE. Non guarda solo ai numeri economici o biologici, ma alle persone: occupazione, età, istruzione, nazionalità, genere, condizioni di lavoro, salari, welfare, sicurezza e ricambio generazionale.
Il quadro che emerge è chiaro. Nel 2023 pesca, acquacoltura e trasformazione ittica nell’Unione europea valgono quasi 299 mila posti di lavoro. La pesca imbarcata occupa circa 120 mila persone su oltre 53 mila pescherecci attivi. Sono numeri ancora importanti, ma dentro una tendenza che non può essere liquidata come fisiologica: tra il 2017 e il 2023 l’occupazione nella pesca europea è diminuita del 15%, mentre gli equivalenti a tempo pieno sono scesi del 25%.
Questo significa che non si riduce soltanto il numero dei lavoratori. Si indebolisce la continuità del mestiere. Meno lavoro stabile, più frammentazione, più stagionalità, più difficoltà nel costruire percorsi professionali solidi. In un settore dove l’esperienza si impara a bordo, spesso accanto a chi conosce mare, attrezzi, porti e stagioni da una vita, perdere occupazione significa perdere anche memoria produttiva.
Il mestiere invecchia, i giovani non entrano
Il dato più pesante riguarda l’età. In sei anni la quota di pescatori sopra i 40 anni è salita dal 65% al 71%, mentre gli under 40 sono scesi dal 31% al 26%. Non è solo un indicatore demografico. È il segnale di un mestiere che fatica a convincere chi dovrebbe raccoglierne il testimone.
La pesca resta una professione identitaria, spesso familiare, legata ai porti e alle comunità costiere. Ma oggi questo legame non basta più. Un giovane che deve scegliere se salire a bordo vede anche il resto: redditi incerti, costi elevati, burocrazia, norme complesse, fatica fisica, rischi, giornate lunghe e una considerazione sociale spesso inferiore al valore reale del lavoro svolto.
Il problema non è romantico. È industriale. Senza nuove generazioni non c’è successione d’impresa, non c’è trasferimento di competenze, non c’è capacità di innovare davvero. Una flotta può essere più selettiva, più tecnologica e più sostenibile sul piano ambientale, ma se non trova persone disposte e preparate a lavorare in mare, il sistema si svuota dall’interno.
La sostenibilità sociale non è un dettaglio
Per anni la pesca europea è stata raccontata soprattutto attraverso la sostenibilità degli stock e la riduzione dell’impatto sugli ecosistemi. Sono temi centrali, ma non esauriscono la questione. La sostenibilità della pesca non può reggersi solo sulla biologia marina se il lavoro che la rende possibile diventa meno attrattivo, meno continuo e meno riconosciuto.
Il rapporto STECF ha il merito di mettere questo punto nero su bianco. La pesca non è soltanto una pressione da contenere. È anche un’attività economica, sociale e professionale che produce cibo, mantiene vive comunità costiere, alimenta mercati, trasformazione, distribuzione e ristorazione. Se il pescatore scompare dal centro della discussione, anche la politica della pesca perde contatto con la realtà.
Donne, stranieri e lavoro invisibile
Il rapporto conferma anche un altro dato: la pesca imbarcata europea resta quasi interamente maschile. Le donne rappresentano una quota molto ridotta dell’occupazione a bordo, ma il documento segnala un limite importante delle statistiche ufficiali. Alcune attività, come la raccolta a piedi di molluschi e alghe, spesso svolte da donne, non sono pienamente catturate dai dati europei. Il risultato è una sottostima del lavoro femminile e, più in generale, di una parte della filiera che resta poco visibile.
Anche la componente straniera assume un peso crescente in alcuni segmenti. La maggioranza dei lavoratori resta nazionale, ma i non UE o non SEE rappresentano ormai una quota non trascurabile della forza lavoro. In diversi Paesi e in alcune flotte, questa presenza contribuisce a coprire carenze di equipaggio e fabbisogni operativi difficili da soddisfare solo con manodopera locale.
È un elemento da leggere senza slogan. Non cambia la natura nazionale di molte imprese, ma dice che la pesca europea sta già affrontando, nei fatti, un problema di disponibilità di lavoro. Dove il mestiere non attrae abbastanza, il sistema cerca equilibrio altrove.
Il rischio è perdere il mestiere prima del mercato
La vera fragilità non è soltanto perdere quote, margini o capacità produttiva. È perdere il mestiere. Accade quando un’impresa fatica a trovare equipaggio, quando un giovane figlio di pescatori sceglie altro, quando l’esperienza resta concentrata in una generazione che invecchia e non trova più a chi consegnare competenze costruite in decenni di mare.
Da qui dovrebbe partire una riflessione più concreta anche in Italia. Servono formazione aderente al lavoro reale, percorsi di ingresso più semplici, strumenti per accompagnare la successione nelle imprese, maggiore attenzione alla sicurezza, al welfare e alla qualità della vita a bordo. Serve anche un racconto pubblico meno emergenziale e meno superficiale, capace di restituire dignità professionale a chi produce una materia prima alimentare strategica.
Il rapporto STECF non è una norma e non introduce nuovi obblighi. Ma pesa perché rende misurabile una fragilità che le marinerie conoscono da tempo. La pesca europea non deve dimostrare soltanto di essere compatibile con l’ambiente. Deve dimostrare di poter restare un lavoro possibile.
Il pesce di domani dipenderà dagli stock, dalla scienza, dalle regole e dai mercati. Ma dipenderà anche da una domanda molto più concreta: ci saranno ancora persone disposte, formate e motivate a salire a bordo? Su questa risposta si gioca una parte decisiva del futuro della filiera ittica europea.












