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In UE cresce la dipendenza dal pesce importato

Secondo il report “EU Fish Market 2025” della Commissione europea, la produzione interna non copre nemmeno il 40% della domanda. Pressioni su prezzi, filiere e strategia industriale. L’Italia è tra i Paesi più esposti

Candida Ciravolo by Candida Ciravolo
4 Dicembre 2025
in In evidenza, Mercati, News
dipendenza dal pesce importato

L’Unione europea chiude il 2025 con un dato che pesa come un segnale strutturale: solo il 38,1% della domanda di prodotti ittici viene coperta dalla produzione interna. È uno dei livelli più bassi dell’ultimo decennio e, come evidenziato dal rapporto EU Fish Market 2025 della Commissione europea, riflette un equilibrio industriale sempre più fragile.

La riduzione dell’autosufficienza non è episodica. Da anni l’Europa produce meno di quanto consuma e il 2023 – ultimo anno con dati consolidati – segna il punto più critico, con un calo simultaneo di pesca e acquacoltura. Una contrazione che arriva in un momento in cui le importazioni, storicamente il pilastro su cui poggia la sicurezza alimentare europea, rallentano a causa delle tensioni globali su logistica, disponibilità delle specie e politiche di gestione delle risorse.

Una dipendenza concentrata su cinque specie strategiche

L’aspetto più rilevante, in termini di rischio, è la concentrazione della dipendenza europea su un numero ridotto di prodotti. Salmone, tonno, Alaska pollock, gamberi e merluzzo assorbono quasi metà del consumo dell’UE e sono per la quasi totalità importati.

Il caso del salmone è emblematico: il mercato europeo è quasi completamente legato alla produzione norvegese e, in misura minore, britannica e cilena. Per l’Alaska pollock, la dipendenza è assoluta. I gamberi restano un mercato dominato dai produttori asiatici e latinoamericani, mentre per il merluzzo i tagli alle quote nei principali stock del Nord Atlantico hanno spinto i prezzi verso l’alto.

Questa esposizione rende l’UE vulnerabile non solo alle fluttuazioni di mercato, ma anche alle scelte politiche e regolatorie dei Paesi fornitori.

Italia: consumi resilienti, bilancia commerciale in peggioramento

Tra i Paesi membri, l’Italia merita una nota specifica. È uno dei pochi mercati in cui i consumi apparenti crescono, segnando un incremento dell’1%. Ma l’aspetto più rilevante riguarda il commercio: il deficit della bilancia ittica italiana si amplia, segno di una dipendenza che si fa più profonda.

Il Paese si trova in una posizione particolarmente delicata: forte domanda interna, filiera trasformativa consistente, una quota rilevante di prodotti premium nel segmento horeca – ma capacità produttiva interna insufficiente.

Il Mediterraneo, con l’acquacoltura di orata e spigola e la produzione di mitili, resta uno dei pochi comparti in cui l’UE mostra autosufficienza significativa. Tuttavia, non basta a riequilibrare un mercato sbilanciato su specie per le quali l’Europa non dispone di volumi adeguati.

La questione non è più solo economica: è geopolitica

L’Economia blu europea dipende oggi da un gruppo ristretto di fornitori esterni: Norvegia, Cina, Ecuador, Vietnam e India tra i principali. Questo quadro, evidenziato dal rapporto, colloca il settore ittico all’incrocio tra commercio internazionale, sicurezza alimentare e diplomazia economica.

La volatilità delle quote di pesca nel Nord Atlantico, le crescenti restrizioni fitosanitarie e le tensioni geopolitiche possono trasformarsi rapidamente in shock di offerta. Per un’Unione che importa oltre il 60% dei prodotti ittici che consuma, qualsiasi perturbazione esterna può avere ripercussioni significative sui prezzi e sulla stabilità delle filiere interne.

Uno scenario che impone scelte politiche e industriali

Il declino dell’autosufficienza mette sotto pressione la strategia europea sul food system. Le imprese chiedono stabilità normativa, investimenti nella trasformazione e incentivi all’innovazione in acquacoltura.

Al tempo stesso, il rapporto evidenzia che l’UE dovrà affrontare un nodo sempre più urgente: come garantire approvvigionamenti sicuri in un mercato globale che non è più in espansione come dieci anni fa.

Per l’Italia – tra i maggiori consumatori europei e tra i mercati più sensibili alle dinamiche dei prezzi – la sfida è duplice: rafforzare la capacità produttiva interna e preservare la competitività della filiera trasformativa, oggi più esposta alla volatilità internazionale.

Tags: analisi mercato itticoautosufficienza UEBloomberg stylecommissione europea pescaimportazioni pesce UEindustria ittica europeamercato ittico europeoPolitico Europesicurezza alimentare UEstrategia acquacoltura UE
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Candida Ciravolo

Candida Ciravolo

Autrice Pesceinrete Candida Ciravolo collabora con Pesceinrete nella produzione di contenuti dedicati alla filiera ittica. I suoi articoli affrontano temi legati a mercati, imprese, sostenibilità, acquacoltura, eventi e trasformazioni del settore, con un taglio informativo pensato per rendere più chiari i cambiamenti che attraversano il comparto.

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