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Trattato sull’alto mare: cosa cambia dopo l’entrata in vigore del BBNJ

Dalla tutela della biodiversità alle nuove regole per pesca e risorse marine nelle acque internazionali

Tiziana Indorato by Tiziana Indorato
20 Gennaio 2026
in In evidenza, News, Sostenibilità
Trattato sull’alto mare

Solo qualche giorno fa, lo scorso 17 gennaio, è entrato ufficialmente in vigore il Trattato sull’alto mare, formalmente denominato Accordo sulla biodiversità oltre la giurisdizione nazionale (BBNJ). Un passaggio storico che arriva dopo quasi vent’anni di negoziati internazionali e che introduce, per la prima volta, un quadro giuridico globale per la tutela della biodiversità marina e per l’uso sostenibile delle risorse oceaniche al di fuori delle acque nazionali.

Il Trattato riguarda le aree marine che non ricadono sotto la sovranità di alcuno Stato, spazi che coprono circa la metà della superficie del pianeta e il 95% del volume complessivo degli oceani. Si tratta del più grande habitat naturale esistente, fondamentale per l’equilibrio climatico, la sicurezza alimentare e l’economia globale. Proprio in queste aree vengono catturate ogni anno circa 11 milioni di tonnellate di organismi marini, in gran parte tonni, palamite e pesci spada, specie centrali per molte filiere ittiche internazionali.

L’entrata in vigore del Trattato è stata accolta con favore dall’Unione Europea e dai suoi Stati membri, che hanno avuto un ruolo determinante nel percorso politico e negoziale concluso nel 2023. L’Unione Europea è inoltre copresidente della High Ambition Coalition, che riunisce 46 Paesi impegnati a garantire un’attuazione ambiziosa dell’accordo. Il Trattato ha raggiunto la soglia minima di 60 ratifiche il 19 settembre 2025, consentendone l’entrata in vigore automatica 120 giorni dopo. Ad oggi, l’accordo è stato ratificato da oltre 80 Paesi ed è stato firmato complessivamente da 145 Stati.

Il BBNJ introduce un meccanismo giuridicamente vincolante per la governance dell’alto mare. Consente l’istituzione di reti di aree marine protette (AMP) in acque internazionali, disciplina l’accesso e l’utilizzo delle risorse genetiche marine, rafforza l’obbligo di valutazioni di impatto ambientale per le attività umane pianificate e promuove lo sviluppo delle capacità e il trasferimento tecnologico, in particolare a favore dei Paesi in via di sviluppo. Oggi, nonostante la sua importanza strategica, poco più dell’1% dell’alto mare risulta effettivamente protetto.

Un ruolo centrale nell’attuazione del Trattato è riconosciuto alla FAO, indicata come partner fondamentale del processo. Secondo la FAO, il successo dell’accordo dipenderà dalla capacità di adottare un approccio intersettoriale, capace di integrarsi con i regimi già esistenti che regolano le attività umane in acque internazionali, tra cui pesca, navigazione, attività minerarie e ricerca scientifica. La pesca in alto mare è oggi disciplinata da una rete di organizzazioni regionali e norme settoriali che presentano ancora significative lacune geografiche.

“L’accordo rappresenta un passo avanti fondamentale per colmare le lacune critiche nella governance delle aree al di fuori della giurisdizione nazionale”, ha dichiarato Manuel Barange, direttore generale aggiunto della FAO e responsabile del Dipartimento Pesca e Acquacoltura. Secondo Barange, i dati FAO su produzione, commercio, occupazione, capacità della flotta, consumo di risorse acquatiche e stato degli stock ittici marini saranno essenziali per supportare l’attuazione concreta del Trattato.

Anche il WWF ha accolto con favore l’entrata in vigore del BBNJ, definendola un segnale di speranza per la salute degli oceani e del Pianeta. Il Trattato fornisce infatti un nuovo quadro di riferimento per proteggere e gestire i due terzi degli oceani che si trovano al di fuori della giurisdizione nazionale.

“L’entrata in vigore del Trattato sull’alto mare segna un momento storico per gli oceani del mondo e per tutti noi che da essi dipendiamo”, ha dichiarato Kirsten Schuijt, sottolineando come la sua trasformazione in diritto internazionale apra una nuova fase di cooperazione oceanica, con un potenziale significativo per garantire oceani ed economie più sani e resilienti.

Il Trattato contribuisce in modo diretto al raggiungimento dell’obiettivo globale di proteggere il 30% degli oceani entro il 2030, come previsto dal Quadro globale per la biodiversità. Oltre all’istituzione delle aree marine protette, rafforza i requisiti per le valutazioni di impatto ambientale relative ad attività come pesca, trasporto marittimo, posa di cavi sottomarini ed estrazione di risorse dai fondali profondi. Promuove inoltre maggiore trasparenza, cooperazione scientifica e una ripartizione equa e giusta dei benefici derivanti dalle risorse genetiche marine.

Secondo Giulia Prato, responsabile Mare del WWF Italia, è ora necessario che Stati e utilizzatori degli oceani collaborino in modo concreto, integrando la tutela della biodiversità nelle decisioni legate alla pesca, alla navigazione e agli altri usi del mare, per garantire la conservazione degli ecosistemi e dei servizi ambientali nel lungo periodo.

Il Trattato si inserisce in un contesto ambientale sempre più complesso. L’alto mare svolge un ruolo cruciale per la stabilità climatica globale. Gli oceani hanno assorbito circa il 90% del calore in eccesso generato dalle emissioni di gas serra e circa il 25% della CO₂ rilasciata dall’uomo in atmosfera. Tuttavia, in assenza di una tutela efficace, la capacità dell’oceano di svolgere queste funzioni di regolazione climatica rischia di ridursi drasticamente.

Sul piano operativo, l’Unione Europea ha già annunciato un forte impegno per sostenere l’attuazione del Trattato, in particolare nei Paesi in via di sviluppo, attraverso il Programma Globale per gli Oceani dell’UE, finanziato con 40 milioni di euro, e tramite il supporto al Segretariato BBNJ ospitato presso DOALOS, la Divisione delle Nazioni Unite per gli affari oceanici e il diritto del mare. La prima Conferenza delle Parti (COP) è attesa entro la fine del 2026 e sarà decisiva per definire le modalità operative della nuova governance dell’alto mare.

Resta infine aperto il tema del ruolo dell’Italia. Nonostante il Paese faccia parte della coalizione di Stati che hanno sostenuto il Trattato e ne abbiano promosso una rapida attuazione, la ratifica non è ancora stata completata. Insieme ad altre organizzazioni, il WWF Italia ha sollecitato il Governo, evidenziando come il ritardo rischi di compromettere la credibilità internazionale del Paese e di indebolirne il ruolo nelle politiche globali di tutela ambientale. Una ratifica tempestiva rappresenterebbe invece un segnale concreto di coerenza rispetto agli impegni assunti.

Per il settore ittico, per la ricerca scientifica e per l’economia del mare nel suo complesso, l’entrata in vigore del Trattato BBNJ segna un cambio di paradigma. Per la prima volta, la sostenibilità dell’alto mare diventa una responsabilità condivisa, regolata e misurabile, con implicazioni dirette per la gestione delle risorse, la tutela degli ecosistemi e il futuro delle attività legate agli oceani.

Tags: alto mareAree Marine ProtetteBBNJbiodiversità marinaFAOgovernance degli oceanipesca internazionalepolitiche oceanicheTrattato sull’Alto MareWWF
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Autrice Pesceinrete Tiziana Indorato scrive per Pesceinrete occupandosi di seafood, sostenibilità, mercati, innovazione e scenari internazionali. I suoi articoli seguono l’evoluzione della filiera ittica con attenzione ai cambiamenti ambientali, commerciali e regolatori che incidono sul lavoro delle imprese e sulla percezione del prodotto ittico.

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