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Home Sostenibilità

Greenpeace in azione per fermare la pesca distruttiva del colosso del tonno Thai Union

Mariella Ballatore by Mariella Ballatore
29 Ottobre 2015
in Sostenibilità
No Tuna Greenpeace

Attivisti di Greenpeace sono entrati in azione nelle ultime ventiquattrore in diverse parti del mondo – dall’Italia alla Thailandia, dalla Gran Bretagna agli Stati Uniti – per chiedere al colosso mondiale del tonno in scatola, Thai Union Group, di usare solo tonno sostenibile e tutelare i diritti dei lavoratori lungo tutta la filiera produttiva.

La mobilitazione è partita in Italia, da Milano, davanti al quartier generale di Mareblu, uno dei principali marchi di tonno del mercato italiano per volumi e vendite, di proprietà proprio di Thai Union. Attivisti travestiti da squali hanno protestato con delle finte scatolette di tonno Mareblu con il logo sporcato di sangue e la scritta “Tonno al sangue di squalo”. Sui cartelli diversi messaggi diretti al marchio italiano: “Svuoti il mare per una scatoletta di tonno”, “Basta strage di squali” e “Sulla pesca sostenibile solo promesse da marinaio”.

«Mareblu ha tradito la nostra fiducia: nonostante i proclami degli ultimi anni e gli spot pubblicitari, non ha fatto nulla per mantenere gli impegni presi», afferma Giorgia Monti, responsabile dalla campagna Mare di Greenpeace Italia. «In soli tre giorni, già 12 mila persone hanno firmato la nostra petizione per chiedere a Mareblu di rispettare le sue promesse. I consumatori vogliono che il tonno che arriva nelle loro scatolette provenga da una pesca sostenibile e che non distrugga i nostri mari».

Nel 2012 Mareblu si era impegnata a raggiungere la completa sostenibilità del proprio tonno entro il 2016, ma ancora oggi continua a usare principalmente metodi di pesca distruttivi. Solo nello 0,2 per cento delle sue scatolette finisce tonno pescato con metodi selettivi come la pesca a canna, il resto viene per lo più pescato con enormi reti a circuizione accoppiate a sistemi di aggregazione per pesci (FAD). Si tratta di sistemi che svuotano i nostri mari, uccidendo ogni anno migliaia di esemplari giovani di tonno (baby-tuna) e altre specie marine, tra cui squali e tartarughe.

Per questo Mareblu è finita sul fondo della quarta edizione della classifica “Rompiscatole” pubblicata solo pochi giorni fa da Greenpeace, che valuta i principali marchi del mercato italiano del tonno in scatola in base a criteri di sostenibilità ambientale e sociale.

Come se non bastasse, proprio Thai Union è stata recentemente coinvolta in uno scandalo internazionale che riguarda la violazione dei diritti umani lungo le sue filiere di produzione. Per questo Greenpeace è entrata in azione in diversi Paesi per denunciare come per una scatoletta di tonno si stia svuotando il mare e si metta a rischio la vita di migliaia di lavoratori che da esso dipendono.

Oltre che in Italia, manifestazioni di protesta pacifica si sono svolte davanti al quartiere generale di Thai Union a Bangkok, in Thailandia, e davanti agli uffici dei marchi più famosi di proprietà del gigante asiatico del tonno, ovvero John West a Liverpool, in Gran Bretagna, e Chicken of the Sea a San Diego, negli Stati Uniti. La petizione internazionale “Not Just Tuna” di Greenpeace contro Thai Union Group ha già raccolto oltre 225 mila firme in tutto il mondo.

Link a petizione Mareblu e alla classifica “Rompiscatole” http://www.tonnointrappola.it

Fonte Greenpeace

Tags: Giorgia MontiGreenpeaceThai Union
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Mariella Ballatore

Mariella Ballatore

Direttrice responsabile e co-founder di Pesceinrete Mariella Ballatore è direttrice responsabile e co-founder di Pesceinrete. Segue da anni l'evoluzione della filiera ittica, con attenzione a pesca, acquacoltura, mercati, sostenibilità, normativa, trasformazione e distribuzione. Il suo lavoro unisce informazione specializzata, comunicazione di settore e conoscenza diretta degli operatori della blue economy.

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