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Home Nutrizione e salute

Le variazioni dei mangimi per l’acquacoltura possono avere impatti sui benefici nutrizionali dei pesci

Mariella Ballatore by Mariella Ballatore
16 Marzo 2016
in Nutrizione e salute

Nell’industria di piscicoltura è in aumento l’uso d’ingredienti di origine vegetale e ci si va allontanando dai mangimi tradizionali a base di pesce, il che potrebbe avere un impatto benefico sulla salute.
Questo è quanto suggerisce una nuova analisi della Johns Hopkins Center for a Livable Future (CLF) e della Johns Hopkins Bloomberg School of Public Health.
La metà dei prodotti ittici consumati dagli americani proviene dall’allevamento. Il settore sta attraversando una crescita rapida superando le industrie di manzo e pollame. Mentre il pesce selvatico trova il proprio cibo – che comprende i pesci più piccoli per le specie carnivore – il pesci di allevamento intensivo vengono alimentati con mangimi. Fino a poco tempo, questi mangimi erano prodotti con di farina di pesce e olio di pesce, provenienti da pesce selvatico – ma è diventato insostenibile pescare i pesci selvatici per nutrire i pesci d’allevamento – per cui il settore si è spostato su un altro tipo di alimentazione.
Nel 2008 è stato utilizzato il doppio di farina di soia rispetto alla farina di pesce, e si prevede un aumento del 124 per cento entro il 2020 dell’uso di ingredienti da coltivazione.
“I pesci di allevamento si procurano Omega-3, EPA e DHA, dalla loro alimentazione, e in particolare dall’olio di pesce”, afferma Jillian Fry, del CLF’s Public Health and Sustainable Aquaculture Project e membro della Bloomberg School. “La nostra revisione ha trovato che l’aumento di ingredienti di origine vegetale è in grado di modificare il contenuto di acidi grassi nel pesce di allevamento, e ciò può influenzare l’alimentazione umana”.
Lo studio rileva il passaggio dell’industria di mangimi a base di colture come la soia, il mais e il grano, da quelli a base di pesci selvatici, come un ingrediente chiave nella produzione dei mangimi.
I ricercatori – in collaborazione con i colleghi dell’University of Minnesota’s Institute on the Environment e della McGill University, hanno condotto una nuova analisi per valutare l’impatto ambientale per le prime cinque colture utilizzate nei mangimi per l’acquacoltura. Il cambiamento è stato salutato da alcuni come una variazione positiva alla luce dell’impoverimento degli oceani e del settore dell’acquacoltura in rapida espansione. Il cambiamento potrebbe avere però anche alcune conseguenze non volute. L’utilizzo di oli vegetali al posto di olio di pesce cambia il tenore di acidi grassi del pesce e del valore nutrizionale per il consumo umano, questo è quanto dicono i ricercatori. Considerando che gli americani sono incoraggiati a consumare prodotti ittici ad alto contenuto di Omega-3, che promuovono il miglioramento della salute cardiovascolare e neurologico, questo ha grandi implicazioni sulle raccomandazioni dietetiche e sul settore dell’acquacoltura. Sono necessarie ulteriori ricerche, dicono, per comprendere meglio l’impatto del cambiamento nei mangimi sui benefici per la salute con il consumo di pesce d’allevamento.

Tags: Jillian FryJohns Hopkins Bloomberg School of Public HealthJohns Hopkins Center for a Livable Future
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Mariella Ballatore

Co-founder e Direttrice di redazione. Pubblicista dal 2006 racconta il mondo da oltre un trentennio attraverso giornali, televisione e radio. Come conoscitrice del settore pesca e acquacoltura è stata più volte invitata a moderare e relazionare in convegni organizzati tra gli altri dalla Conferenza Episcopale Italiana – Ufficio nazionale dell’Apostolato del Mare, AquaFarm, Blue Sea Land.

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