L’Alleanza delle Cooperative Italiane torna a chiedere maggiore sicurezza per i pescherecci che operano in acque internazionali antistanti le coste libiche. E lo fa all’indomani del nuovo drammatico episodio che ha coinvolto altre imbarcazioni mazaresi dopo quelle minacciate lunedì scorso. Questa volta c’è stato un ferito d’arma da fuoco e se non fosse intervenuta la Marina Militare italiana le cose probabilmente sarebbero andate a finire in modo molto diverso.
In particolare, l’Alleanza ribadisce che l’attacco subito ieri al largo delle coste libiche è avvenuto in acque internazionali, delle quali la Libia pretende di appropriarsi con dichiarazione unilaterale. Una violazione del diritto internazionale che impedisce alla nostra flotta di sfruttare risorse ittiche importanti, moltiplicando intollerabili aggressioni e sequestri di imbarcazioni ed equipaggi.
“Ancora una volta i nostri operatori si sono trovati a correre un rischio inaccettabile per il solo fatto di lavorare in acque libere. Occorre fare di più a livello diplomatico per tutelare le imprese e i lavoratori prima che sia troppo tardi”, afferma l’Alleanza. “È inaccettabile che il nostro governo, invece di tutelare interessi e diritti italiani nell’area, accetti passivamente le pretese libiche ed inviti i nostri pescherecci a non frequentare acque ricche di prodotti ittici pregiati, rinunciando così a gran parte del loro reddito, penalizzando un comparto già alle prese con le mille restrizioni imposte dalla Politica Comune della Pesca. Invece di invitare le nostre barche a non inoltrarsi in quelle acque dichiarandole pericolose – prosegue l’Alleanza – il governo dovrebbe intervenire con accordi politici e diplomatici in tutte le sedi da Bruxelles a Tripoli, per affermare il diritto della nostra pesca a lavorarci serenamente senza mettere a rischio la propria incolumità, e rendere quelle acque sicure presidiandole”.
La cooperazione torna infine a sollecitare lo “sblocco dei fondi per indennizzare imprese e lavoratori che sono stati vittime di episodi di sequestro, a cominciare da chi nel 2020 è stato privato della propria libertà per ben 108 giorni trattenuto in territorio libico”.












