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Home Pesca

L’Italia supera la “Zee-fobia”: una novità per la pesca nel Mediterraneo

OK alla Zona Economica Esclusiva

Fabrizio De Pascale by Fabrizio De Pascale
24 Novembre 2020
in Pesca
italia zee mediterraneo

italia zee mediterraneo

L’approvazione, all’unanimità alla Camera, della proposta di legge (prima firmataria Iolanda Di Stasio) sull’istituzione di una Zona economica esclusiva (Zee) nei mari italiani rappresenta una dirompente novità. In primo luogo perché, quando sarà istituita, nelle acque del Mediterraneo che ci circonda, non ci saranno quasi più spazi di alto mare, avendo gli altri frontalieri già esteso la propria sovranità in materia di pesca oltre i limiti del mare territoriale (ad eccezione di Montenegro, Albania e Grecia).

Poi, perché tale decisione ribalta completamente la posizione italiana in materia, chiamando il nostro Paese ad assumersi nuove responsabilità e ad una maggiore attenzione riguardo i problemi della pesca nel Mediterraneo. Ci vorrà ancora del tempo, però, perché la proposta di legge non istituisce direttamente una Zee ma ne “autorizza” l’istituzione, su futura proposta del ministro degli Esteri.

Nascita di un compromesso
A livello internazionale, la Zee ha rappresentato un rivoluzione nel diritto del mare, sia nei contenuti (abolizione del principio di libera pesca nell’alto mare fino a 200 miglia dalla costa), che nella forma (non la codificazione di una norma consuetudinaria ma un istituto giuridico creato ex novo dalla Convenzione di Montego Bay del 1982): in meno di vent’anni, la Zee è divenuta la nuova legge fondamentale del diritto del mare, riconosciuta universalmente e adottata dalla quasi totalità degli Stati.

La Zee è il frutto di un compromesso politico, maturato nel 1975 nei lavori della terza Conferenza Onu sul diritto del mare (durata dieci anni), tra le potenze pescherecce del nord (Usa, Urss, Giappone e Paesi dell’allora Comunità economica europea), le cui moderne flotte erano in grado di andare a pescare lontano e per lunghi periodi e gli allora cosiddetti Paesi in via di sviluppo del sud, che assistevano impotenti allo sfruttamento delle risorse ittiche di fronte alle loro coste.

Ma dietro questo compromesso c’era anche la crescente preoccupazione internazionale per la salvaguardia degli stock ittici dal pericolo di sovra-sfruttamento. Per questo, insieme ai diritti sovrani sulle risorse biologiche, nella Zee di 200 miglia allo Stato costiero veniva conferita anche la responsabilità di assicurarne la conservazione e la gestione ottimale, con il conseguente obbligo di permettere ai battelli di altri Paesi l’accesso al surplus di risorse che lo stato costiero non fosse in grado di pescare.

Storia di un tabù
L’Italia è rimasta del tutto estranea a questo processo, pur avendo ratificato la Convenzione nel 1994, un mese dopo la sua entrata in vigore. Il temine stesso di Zee, ancora oggi, è noto solo a pochi addetti ai lavori, la maggior parte dei quali, peraltro, hanno sempre considerato l’argomento come un tabù, a tal punto che Tullio Scovazzi, docente di diritto internazionale con una grande esperienza in materia di pesca, nel 2005 coniò l’espressione “Zee-fobia”, per descrivere l’atteggiamento di alcuni Paesi mediterranei in materia.

Per l’Italia, tale atteggiamento non può spiegarsi con il problema della delimitazione, in quanto, prima ancora che si affermasse il principio della Zee ed entrasse in vigore la Convenzione di Montego Bay, il nostro Paese aveva già definito, in via bilaterale, la maggior parte dei confini della sua piattaforma continentale con Jugoslavia (1968), Tunisia (1971), Spagna (1974), Grecia (1977) e Albania (1992). Confini che, a rigor di logica e in sintonia con la prassi internazionale, risultano validi anche per le Zee (come conferma il recente accordo con la Grecia del giugno scorso).

Il vero oggetto della Zee è la pesca, tema rispetto al quale l’Italia ha sempre avuto seri problemi con i paesi limitrofi, a partire dalla storica questione del “Mammellone” tunisino – l’area di mare fra le coste della Tunisia e Lampedusa, ndr – che, seppur chiara nei suoi termini giuridici, nessuno ha mai spiegato agli italiani nella sua realtà. Senza entrare nel merito, basti dire che Roma, sin dal 1951 quando venne avanzata, non ha mai contestato la rivendicazione tunisina di sovranità sul “mammellone”.

Così come il nostro Paese non ha mai richiesto il riconoscimento ufficiale di “diritti storici” di pesca (peraltro non previsti dalla Convenzione di Montego Bay) nelle acque territoriali di altri Paesi comunitari, come quelli elencati nell’allegato 1 del Regolamento Ue 1380/2013 sulla Politica comune della pesca. La prima e unica protesta ufficiale italiana, fatta in sede Onu in materia di spazi marini nel Mediterraneo, è avvenuta nel novembre 2018 nei confronti della Zee dichiarata dall’Algeria nel marzo dello stesso anno.

In sostanza, quindi, in materia di diritti di pesca, l’Italia non aveva mai sin ora, né avanzato rivendicazioni né protestato contro quelle altrui, quasi a voler difendere, in questo modo, uno status quo (che però non esiste più) in un mare nostrum che non è più solo nostro.

Nodi da sciogliere
Tornando alla proposta di legge, per essere efficace, essa dovrà affrontare i temi della pesca, che costituiscono il cuore del principio della Zee. Tuttavia, nel testo approvato non compaiono mai i termini “pesca” e “risorse” né al Senato, dove la proposta di legge è approdata lo scorso 10 novembre, sembra esser stato ad oggi richiesto il parere della commissione Agricoltura (che ha competenza in materia di pesca).

In vista della futura istituzione della Zee italiana e, soprattutto, della definizione degli accordi ancora necessari per la sua delimitazione, è indispensabile la collaborazione interistituzionale tra chi si occupa di pesca nel Mediterraneo nei vari dicasteri coinvolti, da quello degli Esteri a quello per le Politiche agricole e, eventualmente, anche in altri ministeri.

 

Tags: pescasettore itticoZEE
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