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Home Istituzioni Europee

Mar Baltico, la crisi degli stock mette alla prova la pesca europea

Il Parlamento europeo chiede misure urgenti per ricostruire gli stock ittici, rafforzare i dati scientifici e tutelare le comunità costiere in un mare sempre più fragile

Tiziana Indorato by Tiziana Indorato
22 Maggio 2026
in Europee, In evidenza, Istituzioni, News, Pesca
crisi della pesca nel Mar Baltico

Foto Caisa RasmussenTT

La crisi del Mar Baltico non è più soltanto un problema regionale. È diventata uno dei casi più delicati della politica europea della pesca, perché mette insieme tutto ciò che oggi condiziona il futuro del settore: stock ittici in difficoltà, ecosistemi fragili, pressione sulle imprese, pesca artigianale da tutelare, dati scientifici da rafforzare e scelte politiche che non possono più essere rinviate.

Il Parlamento europeo ha approvato una relazione che chiede alla Commissione europea e agli Stati membri interventi urgenti per fermare il deterioramento dell’ecosistema baltico e favorire la ricostituzione degli stock ittici. Il voto, con 337 favorevoli, 178 contrari e 44 astensioni, consegna un messaggio netto: la gestione del Mar Baltico, così come è stata condotta finora, non ha prodotto i risultati attesi né sul piano ambientale né su quello socioeconomico.

Il punto centrale è proprio questo. Quando uno stock non si ricostituisce, non è soltanto il mare a pagare il prezzo. A farne le spese sono anche le comunità costiere, i pescatori, le imprese della filiera e i territori che vivono di economia marina. Per questo il Parlamento chiede un approccio più rigoroso, ma anche più completo: misure di conservazione efficaci, decisioni basate sulla scienza e maggiore attenzione alle ricadute sociali sulle flotte, in particolare sulla piccola pesca.

Tra le richieste rivolte alla Commissione e ai Paesi dell’UE rientra l’analisi della distribuzione delle quote e del possibile impatto sulla sostenibilità degli stock. I deputati chiedono inoltre che le catture totali ammissibili siano pienamente allineate all’approccio precauzionale, soprattutto in presenza di stock che mostrano tempi di recupero lenti o incerti. In altre parole, quando il mare non dà segnali sufficientemente solidi di ripresa, la politica non dovrebbe spingere oltre il limite, ma lasciare margini di sicurezza più ampi.

La relazione mette in discussione anche il piano pluriennale di gestione del Mar Baltico. Secondo il Parlamento, gli obiettivi ecologici e socioeconomici non sono stati raggiunti e la Commissione dovrebbe quindi valutarne l’efficacia, arrivando se necessario a una revisione. Non si tratta solo di modificare regole tecniche, ma di capire se gli strumenti attuali siano davvero adeguati a governare un mare che negli ultimi decenni ha visto peggiorare il proprio equilibrio ambientale.

Il Mar Baltico, infatti, è sottoposto a pressioni multiple. Il riscaldamento delle acque, la riduzione della salinità, l’eutrofizzazione legata all’eccesso di nutrienti, le specie invasive e l’aumento degli usi concorrenti dello spazio marittimo incidono sugli habitat, sulle aree di riproduzione e sulla biomassa di specie commerciali importanti. A tutto questo si sommano pesca, trasporti, infrastrutture energetiche e altri utilizzi del mare che rendono sempre più complessa la convivenza tra attività economiche e tutela degli ecosistemi.

Uno dei passaggi più significativi riguarda il rafforzamento della base scientifica. Il Parlamento ribadisce che le decisioni gestionali devono fondarsi sui pareri scientifici, ma chiede anche che questi vengano migliorati. Tra le proposte figura una mappatura genetica più completa delle popolazioni di alcune specie di interesse commerciale, come aringa e spratto, così da disporre di elementi più precisi per distinguere gli stock, comprenderne la struttura e calibrare meglio le misure di gestione.

Viene richiamato anche il ruolo dell’ICES, il Consiglio internazionale per l’esplorazione del mare, al quale dovrebbero essere messi a disposizione dati aggiornati sulla pesca da parte degli Stati membri e della Commissione. Il Parlamento chiede inoltre pareri su margini precauzionali legati all’incertezza scientifica, affinché la gestione non si limiti al dato disponibile, ma tenga conto anche dei margini di rischio quando le informazioni non sono complete o presentano elementi di incertezza.

Sul piano delle misure concrete, il testo apre alla possibilità di sospendere la pesca mirata per alcuni stock nel Mar Baltico, quando necessario alla loro ricostituzione. È un passaggio delicato, perché tocca direttamente l’operatività delle imprese. Proprio per questo la relazione insiste sulla necessità di bilanciare fattori ambientali e socioeconomici, chiedendo alla Commissione e agli Stati membri di lavorare anche al miglioramento delle condizioni dei pescatori su piccola scala.

Il Parlamento interviene poi su un altro fronte sensibile: la pesca a strascico destinata alla produzione di farina e olio di pesce. La richiesta è di proporne la sospensione durante una fase di ricostruzione degli stock e di limitare le attività estrattive nelle aree marine protette. Anche in questo caso il tema non è solo tecnico, ma politico e industriale: la destinazione delle catture, l’impatto sugli ecosistemi e l’uso delle risorse marine diventano elementi centrali nel dibattito sulla sostenibilità della pesca europea.

La relazione contiene anche una netta condanna nei confronti della Russia, accusata di uno sfruttamento irresponsabile e non sostenibile degli stock ittici del Baltico attraverso l’imposizione unilaterale di quote. I deputati denunciano inoltre la crescente presenza della cosiddetta flotta ombra russa, considerata un rischio per gli ecosistemi marini a causa dell’obsolescenza delle imbarcazioni e del possibile pericolo di sversamenti di petrolio.

Per il settore ittico europeo, il caso Baltico rappresenta un segnale da leggere con attenzione. La questione non riguarda soltanto un mare in difficoltà, ma il modo in cui l’Unione europea intende affrontare le crisi ambientali quando queste incidono direttamente sulla pesca, sulla trasformazione, sull’approvvigionamento e sulla tenuta economica delle comunità costiere.

Il punto più rilevante è che la sostenibilità non può essere trattata come un principio astratto. Quando gli stock diminuiscono, la filiera si indebolisce. Quando le misure arrivano tardi, il costo viene trasferito sulle imprese. Quando i dati scientifici non sono sufficientemente dettagliati, le decisioni rischiano di essere contestate o inefficaci. E quando la tutela dell’ambiente non viene accompagnata da strumenti socioeconomici adeguati, sono i pescatori più esposti a pagare il prezzo della transizione.

La relatrice Isabella Lövin ha sintetizzato il senso politico del voto parlando della fine del “business as usual” e della necessità di ricostruire il mare dopo anni di gestione insufficiente. Al di là della forza della dichiarazione, il messaggio che arriva da Strasburgo è chiaro: nel Mar Baltico la semplice amministrazione dell’esistente non basta più.

Per l’Europa della pesca si apre quindi una fase in cui conservazione, redditività e conoscenza scientifica dovranno procedere insieme. Il Mar Baltico diventa il banco di prova di una domanda più ampia: come si governa un ecosistema marino quando il suo equilibrio è già compromesso, senza abbandonare chi di quel mare vive?

La risposta non potrà essere solo biologica, né solo economica. Dovrà essere una politica della pesca capace di riconoscere che il recupero degli stock, la stabilità delle imprese e la dignità delle comunità costiere fanno parte dello stesso problema. E che rinviare le scelte, in un mare già sotto pressione, significa spesso renderle più dure quando diventeranno inevitabili.

Tags: Commissione Europeaecosistemi marinifarina di pescegestione della pescaICESMar Balticoolio di pesceParlamento europeopesca europeapesca sostenibilepiccola pescastock itticiTAC
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Tiziana Indorato

Autrice Pesceinrete Tiziana Indorato scrive per Pesceinrete occupandosi di seafood, sostenibilità, mercati, innovazione e scenari internazionali. I suoi articoli seguono l’evoluzione della filiera ittica con attenzione ai cambiamenti ambientali, commerciali e regolatori che incidono sul lavoro delle imprese e sulla percezione del prodotto ittico.

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