C’è un passaggio, nella politica della pesca, che spesso resta confinato nel linguaggio tecnico degli atti amministrativi, ma che racconta molto più di una semplice graduatoria. È il momento in cui il sostegno pubblico non serve a far continuare l’attività, ma ad accompagnarne la fine definitiva.
Il Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste ha approvato la sub-graduatoria FEAMPA 2021-2027 relativa alla GSA 17 dell’Adriatico, per il sistema di pesca a strascico nella classe di lunghezza compresa tra 12 e 18 metri. Il provvedimento finanzia le prime 12 posizioni in graduatoria, per un importo complessivo pari a 2.566.385 euro, nell’ambito dell’intervento dedicato all’arresto definitivo delle attività di pesca.
La misura rientra in uno degli strumenti più delicati della programmazione europea: la riduzione della capacità di pesca quando alcuni segmenti di flotta risultano non più pienamente equilibrati rispetto alle possibilità di prelievo. Tradotto fuori dal linguaggio burocratico, significa che una parte della flotta viene accompagnata fuori dal settore, con l’obiettivo di alleggerire la pressione sugli stock e contribuire a un equilibrio più sostenibile tra attività economica e risorsa disponibile.
È un tema complesso, perché dietro ogni imbarcazione non c’è solo un numero di matricola, ma una storia d’impresa, lavoro, competenze, famiglie e comunità costiere. Per questo l’arresto definitivo non può essere letto soltanto come una voce di spesa o come un adempimento previsto dai regolamenti europei. È una scelta che incide sul tessuto produttivo dei territori e sulla fisionomia stessa della pesca italiana.
La graduatoria approvata riguarda 57 domande ammesse. Solo le prime 12, al momento, risultano finanziabili. Le altre sono ammesse ma non finanziabili, con la possibilità di scorrimento qualora si rendessero disponibili ulteriori risorse. È un dettaglio importante, perché mostra come la domanda di accesso alla misura sia superiore alla disponibilità immediata dei fondi e conferma l’esistenza di una platea più ampia di armatori interessati, o comunque disponibili, a valutare l’uscita definitiva dall’attività.
Il punto centrale, però, va oltre il singolo elenco. La pesca a strascico è da anni al centro di una pressione normativa, ambientale ed economica crescente. Da una parte ci sono gli obiettivi di conservazione delle risorse, la necessità di ridurre lo sforzo di pesca e gli impegni assunti in sede europea e mediterranea. Dall’altra ci sono imprese che devono fare i conti con costi elevati, giornate di pesca ridotte, regole sempre più stringenti e margini spesso insufficienti a garantire continuità e ricambio generazionale.
In questo scenario, l’arresto definitivo rappresenta una delle risposte più nette. Non interviene per sostenere temporaneamente il reddito, come accade con altre misure legate al fermo pesca, né per innovare attrezzature, processi o modelli produttivi. Interviene per chiudere stabilmente una capacità di pesca. È una misura strutturale, non emergenziale.
Proprio per questo deve essere letta con equilibrio. Da un lato, la riduzione controllata della capacità può contribuire al recupero degli stock e a una gestione più responsabile delle risorse marine. Dall’altro, ogni uscita definitiva riduce anche il numero di operatori attivi, modifica gli equilibri dei porti e può incidere sulla tenuta sociale ed economica delle marinerie, soprattutto nei territori dove la pesca conserva ancora un peso identitario e produttivo rilevante.
Il provvedimento riguarda una specifica area geografica, una determinata classe di lunghezza e un preciso sistema di pesca. Non fotografa quindi l’intero comparto nazionale, né può essere generalizzato a tutta la flotta italiana. Tuttavia segnala una direzione chiara: la gestione della pesca passa sempre più attraverso strumenti selettivi, graduatorie, criteri di equilibrio e misure che distinguono tra attività da sostenere, attività da trasformare e attività da accompagnare verso l’uscita.
Per il settore, la vera sfida sarà capire come tenere insieme questi piani. La sostenibilità ambientale resta un obiettivo imprescindibile, ma non può essere separata dalla sostenibilità economica e sociale delle imprese. Una flotta più piccola non è automaticamente una flotta più forte. Lo diventa solo se la riduzione della capacità è accompagnata da politiche capaci di valorizzare chi resta in mare, migliorare la redditività delle attività consentite, rafforzare le filiere locali e dare prospettive concrete alle nuove generazioni.
La graduatoria FEAMPA sullo strascico in Adriatico, dunque, non è soltanto un atto amministrativo. È un segnale di come sta cambiando il modo in cui le politiche pubbliche intervengono sulla pesca. Non più solo contributi per resistere alle crisi, ma anche strumenti per ridisegnare la struttura produttiva del comparto.
È qui che si gioca una parte importante del futuro della pesca italiana: nella capacità di gestire la transizione senza ridurla a una sottrazione. Meno pressione sulle risorse può essere un obiettivo necessario. Ma perché sia anche una prospettiva di futuro, serve che ogni uscita dal mare sia accompagnata da una visione chiara per chi in mare continua a lavorare.












