Il riscaldamento delle acque non provoca soltanto episodi di mortalità. Quando si combina con scarso ricambio idrico, stratificazione, proliferazioni algali e variazioni di salinità, può ridurre l’ossigeno disponibile e compromettere crescita e sopravvivenza degli organismi. In mare aperto contribuisce a modificare distribuzione e cicli biologici delle specie. Per pesca e acquacoltura il clima non è più lo sfondo della produzione: è diventato una delle sue variabili decisive.
Il mare non è mai stato immobile. Pescatori e allevatori hanno sempre lavorato dentro un ambiente mutevole, imparando a riconoscere correnti, venti, temperature e tempi biologici.
Ciò che sta cambiando è la frequenza con cui gli equilibri conosciuti vengono superati.
Una laguna può passare rapidamente da condizioni produttive a una crisi di ossigeno. Una specie tradizionalmente presente in una determinata area può spostarsi, cambiare profondità o comparire in periodi differenti. Un ciclo di allevamento programmato sulla base delle stagioni precedenti può essere compromesso da temperature elevate e persistenti.
Il problema, dunque, non è soltanto il caldo. È la crescente difficoltà di prevederne intensità, durata e conseguenze.
Il clima entra nel conto economico
Nel giugno 2026 la temperatura media della superficie marina degli oceani extra-polari, compresi tra 60° Sud e 60° Nord, ha raggiunto 20,86 °C: il valore più alto mai registrato per quel mese nella serie ERA5, appena 0,01 °C sopra il precedente primato del giugno 2024. Il dato del Copernicus Climate Change Service non misura direttamente le singole lagune italiane e non può spiegare, da solo, ogni crisi locale. Indica però un sistema oceanico che continua ad accumulare calore.
L’IPCC rileva che le ondate di calore marine sono approssimativamente raddoppiate in frequenza dagli anni Ottanta. Segnala inoltre che i livelli di ossigeno sono diminuiti in molte regioni dell’oceano superiore dalla metà del Novecento e considera temperatura, ondate di calore, acidificazione e ossigeno disciolto variabili di particolare rilevanza per pesca e acquacoltura.
Negli ambienti costieri chiusi o semichiusi gli effetti possono manifestarsi con particolare rapidità. Con l’aumento della temperatura cresce lo stress di molti organismi e diminuisce la quantità di ossigeno che l’acqua può trattenere. Se al caldo si aggiungono ristagno, sostanza organica, elevata densità biologica o proliferazioni algali, possono svilupparsi condizioni di ipossia e, nei casi più gravi, di anossia.
Attribuire ogni moria esclusivamente alla temperatura sarebbe però scorretto. In lagune e stagni costieri interagiscono ricambio con il mare, apporti di acqua dolce, salinità, vento, profondità, nutrienti e qualità ambientale. Il caldo può diventare il fattore che rompe un equilibrio già fragile, ma raramente agisce da solo.
Per le imprese, la complessità delle cause non riduce il danno. Un allevatore sostiene per mesi i costi del personale, dell’energia, della manutenzione, del seme o del novellame e, per le specie alimentate, dei mangimi. Se le condizioni ambientali superano una soglia critica, una produzione costruita nel tempo può essere ridimensionata o perduta in poche ore.
Nelle lagune il margine di sicurezza si restringe
Le segnalazioni diffuse in questi giorni da Coldiretti Pesca e Legacoop Agroalimentare confermano la presenza di criticità in territori differenti, pur non costituendo un monitoraggio scientifico nazionale unitario.
Coldiretti ha riferito di temperature superiori ai 30 gradi nelle lagune del Delta del Po e di fenomeni di anossia nella Sacca di Goro, associati, secondo l’organizzazione, a perdite molto elevate nella produzione di vongole. Legacoop ha segnalato una moria di pesci nello stagno di S’Ena Arrubia, in Sardegna, dove è stato necessario aprire la peschiera per favorire il ricambio con l’acqua marina.
Sono situazioni differenti per specie, territorio e struttura produttiva. Mostrano però lo stesso punto debole: quando l’ambiente perde stabilità, l’impresa perde capacità di programmare.
La mortalità è soltanto l’effetto più visibile. Prima possono manifestarsi crescita rallentata, maggiore vulnerabilità degli organismi, raccolte anticipate, minore resa commerciale e aumento dei costi di gestione. Danni meno spettacolari, ma capaci di erodere progressivamente i margini aziendali.
Pesceinrete aveva già analizzato gli effetti delle ondate di calore sulla filiera ittica mediterranea e le trasformazioni nella distribuzione delle specie nel Mediterraneo. Le criticità di queste settimane non aprono quindi un problema nuovo: rendono più evidente una trasformazione già in corso.
Gestire il mare reale, non quello del passato
In mare aperto gli organismi possono cercare condizioni più favorevoli. Questa possibilità li distingue dagli animali confinati negli allevamenti, ma non elimina le conseguenze economiche.
Se una specie modifica distribuzione, profondità o periodo di presenza, il pescatore deve cambiare tempi, rotte e strategie. Può aumentare la distanza necessaria per raggiungere le aree produttive, mentre porti, autorizzazioni, attrezzi e calendari continuano a essere organizzati attorno a una geografia costruita sulle esperienze precedenti.
Questo non significa attribuire al clima ogni diminuzione delle catture. La consistenza di uno stock dipende anche dalla pressione di pesca, dal successo riproduttivo, dalla disponibilità di alimento, dalla qualità degli habitat, dall’inquinamento e dalle relazioni tra le specie.
Sostituire automaticamente la spiegazione della pesca eccessiva con quella del riscaldamento sarebbe scientificamente fragile. Ignorare il cambiamento delle condizioni ambientali sarebbe però altrettanto sbagliato.
Uno studio sulla resilienza climatica della Politica comune della pesca, finanziato dalla Commissione europea, conclude che la capacità degli stock e delle flotte di resistere agli shock dipende da una gestione fondata su pareri scientifici solidi e, nel lungo periodo, da strumenti flessibili e adattivi. Lo studio evidenzia anche che lo spostamento delle risorse può aumentare lo sforzo necessario per raggiungere le zone di pesca e creare uno scarto tra disponibilità reale delle specie e opportunità assegnate.
Integrare temperatura, salinità, ossigeno e produttività nei sistemi di valutazione non significa usare il clima per giustificare ogni difficoltà del settore o allentare automaticamente le misure di tutela. Significa distinguere meglio ciò che dipende dalla pressione di pesca da ciò che deriva dalla trasformazione dell’ecosistema.
Dall’indennizzo alla capacità di anticipare
Quando una produzione viene distrutta, il sostegno economico è necessario. Ma intervenire soltanto dopo il danno significa compensare la fragilità senza ridurla.
Negli allevamenti servono monitoraggi continui di temperatura, ossigeno, salinità e qualità delle acque, soglie operative condivise, procedure per il ricambio idrico e comunicazioni rapide tra imprese, strutture scientifiche, autorità sanitarie e amministrazioni.
Servono anche strumenti assicurativi capaci di riconoscere non soltanto la mortalità improvvisa, ma il deterioramento progressivo di un ciclo produttivo: crescita rallentata, perdita di resa, raccolte anticipate e peggioramento della qualità commerciale.
Per la pesca occorre collegare meglio dati biologici e informazioni ambientali, valorizzando anche le osservazioni delle flotte. L’esperienza dei pescatori non sostituisce la ricerca, ma può fornire segnali tempestivi su cambiamenti che le campagne scientifiche periodiche intercettano più lentamente.
La questione è strategica anche per l’approvvigionamento alimentare. Secondo il rapporto SOFIA 2026 della FAO, nel 2024 l’acquacoltura mondiale ha prodotto 103 milioni di tonnellate di animali acquatici, pari al 53% della produzione complessiva. La pesca di cattura si è attestata intorno a 92 milioni di tonnellate. Con l’acquacoltura ormai maggioritaria, la sua capacità di adattarsi a condizioni ambientali meno stabili è diventata una questione produttiva e alimentare globale.
Definire tutto questo una semplice “emergenza caldo” rischia ormai di essere rassicurante. Un’emergenza arriva, viene affrontata e passa. La trasformazione in corso, invece, entra nei bilanci, modifica i cicli biologici e ridisegna le aree produttive.
Il mare non ha smesso di produrre. Ha smesso di garantire che domani si comporterà come ieri.
La nuova competitività della pesca e dell’acquacoltura comincia da qui: non dalla promessa impossibile di eliminare l’incertezza, ma dalla capacità di riconoscerla e gestirla prima che diventi perdita.













