La pesca italiana è dentro una “tempesta perfetta” che non può essere affrontata soltanto sul piano ambientale. È il messaggio di Maria Laurenza, segretaria generale UILA Pesca, tra le rappresentanze intervenute nel confronto che il Commissario europeo per la Pesca e gli Oceani Costas Kadis sta conducendo in Sicilia con il settore. La transizione ecologica resta necessaria, sostiene Laurenza, ma senza sostenibilità economica e sociale il rischio è continuare a perdere lavoratori, imprese e capacità di attrarre nuove generazioni.
La missione siciliana di Costas Kadis sta portando davanti al Commissario europeo le criticità che attraversano oggi la pesca italiana. Tra le voci ascoltate c’è quella di Maria Laurenza, che parte da una diagnosi precisa: la crisi non è più episodica.
“Ci troviamo oggi in una situazione che si può definire quasi una tempesta perfetta per il settore della pesca e che necessita di decisioni coraggiose, se vogliamo davvero salvarlo”.
La sostenibilità non può fermarsi all’ambiente
Il cuore dell’intervento riguarda il modo in cui l’Europa ha affrontato negli ultimi anni la transizione del settore.
“Le politiche europee hanno spinto sull’acceleratore della transizione ecologica”, osserva Laurenza.
L’obiettivo ambientale non viene messo in discussione. Al contrario: “I pescatori sono i primi custodi del mare”.
La critica riguarda l’equilibrio complessivo delle politiche.
Secondo la segretaria generale UILA Pesca, alla crescente attenzione per la sostenibilità ambientale non è corrisposta la stessa capacità di proteggere gli altri due pilastri: quello sociale e quello economico.
È un’impostazione che UILA Pesca sostiene da tempo, richiamando la necessità di tenere insieme sostenibilità ambientale, economica e sociale nelle politiche rivolte al comparto.
Quindicimila lavoratori in meno
Il costo di questo squilibrio, nella lettura di Laurenza, emerge soprattutto sul terreno occupazionale.
Tra il 2000 e il 2024 la pesca italiana ha perso circa il 40% degli occupati, pari a 15.000 lavoratori. Un dato che la stessa UILA Pesca ha richiamato nel 2026 per descrivere una crisi che non riguarda soltanto la capacità produttiva, ma la tenuta sociale dell’intero settore.
“Bisogna iniziare a mettere al centro le persone che fanno di questo settore un settore strategico”.
La questione, quindi, non è scegliere tra tutela dell’ambiente e tutela del lavoro. È costruire politiche capaci di rendere compatibili entrambe.
Il problema è poter immaginare un futuro
È su questo terreno che Laurenza sposta il ragionamento dalla crisi presente alla capacità della pesca di sopravvivere nel tempo.
Dopo decenni di politiche concentrate sulla riduzione della capacità e dello sforzo di pesca, sostiene, il comparto italiano si trova oggi in una condizione di forte fragilità economica e sociale.
La conseguenza più evidente è la perdita di attrattività.
“È un settore poco attrattivo perché non ha garanzie remunerative e sociali, non ha la possibilità di immaginare un futuro”.
Il ricambio generazionale diventa così una conseguenza, prima ancora che un obiettivo. Se chi già lavora nella pesca fatica a vedere una prospettiva, diventa difficile chiedere a una nuova generazione di scegliere questo mestiere.
Nel Mediterraneo il tema è anche la concorrenza
Nel ragionamento di Laurenza entra infine la governance del Mediterraneo.
L’Italia occupa una posizione strategica nel bacino, ma le sue imprese operano in un contesto nel quale le regole applicate alle flotte europee non sempre trovano condizioni equivalenti per quelle dei Paesi terzi.
È un ulteriore elemento di pressione su un settore già alle prese con perdita di occupazione, riduzione della redditività e difficoltà nel costruire il ricambio generazionale.
Da qui la richiesta di “decisioni coraggiose”: non un arretramento rispetto alla tutela dell’ambiente, ma una politica della pesca capace di recuperare l’equilibrio tra ambiente, lavoro ed economia.
La “tempesta perfetta” descritta da Laurenza nasce proprio quando uno di questi elementi procede senza gli altri.
E il messaggio consegnato al confronto con le istituzioni europee è netto: la transizione della pesca può funzionare soltanto se, insieme alle risorse marine, riesce a conservare anche le persone e le imprese che di pesca vivono.













