Il vertice UE-India svoltosi a Nuova Delhi la scorsa settimana, segna un passaggio rilevante nei rapporti tra Bruxelles e uno dei principali attori economici globali. La conclusione dei negoziati per un Accordo di Libero Scambio, rilanciati nel 2021, è stata presentata come un risultato storico, capace di rafforzare la cooperazione economica, politica e strategica tra le due parti.
Nella dichiarazione finale, il Presidente del Consiglio europeo António Costa ha sottolineato il valore del commercio come fattore di stabilità geopolitica e crescita condivisa, evidenziando come l’intesa possa contribuire a costruire un ordine globale più resiliente e basato su regole comuni.
Se il quadro politico è chiaro, più articolato è il passaggio dagli annunci alle possibili ricadute settoriali. In particolare, il comparto ittico europeo inizia a interrogarsi sugli effetti concreti che l’accordo potrebbe produrre una volta attuato.
Secondo le valutazioni diffuse nei giorni scorsi da Confcooperative Fedagripesca, la progressiva riduzione o eliminazione dei dazi potrebbe favorire un incremento delle importazioni ittiche dall’India. Le stime parlano di una crescita potenziale compresa tra il 20% e il 30% rispetto ai livelli attuali, con un valore che potrebbe superare i 220 milioni di euro annui. Si tratta di proiezioni associative, utili a delineare uno scenario di attenzione, ma che andranno verificate alla luce dei testi definitivi dell’accordo e dei relativi calendari di attuazione.
I segmenti ritenuti più esposti sono quelli già oggi fortemente dipendenti dall’import: molluschi e invertebrati, a partire dai calamari, che rappresentano oltre due terzi del valore delle importazioni dall’India, seguiti dai crostacei, in particolare gamberi e gamberetti congelati. Più che sul piano qualitativo, la preoccupazione riguarda la dinamica dei prezzi e la capacità di sostenere la concorrenza di prodotti provenienti da Paesi con costi di produzione strutturalmente più bassi.
Per molte imprese europee, il tema non è l’apertura dei mercati in sé, ma il contesto in cui questa avviene. Il settore della pesca opera già in un quadro caratterizzato da vincoli ambientali stringenti, aumento dei costi energetici, riduzione delle giornate di pesca e crescente pressione regolatoria. In questo scenario, un’ulteriore compressione dei prezzi all’origine rischia di incidere sulla tenuta economica dei segmenti più fragili della filiera.
Nel dibattito emerge anche un possibile effetto cumulativo con altri negoziati commerciali in corso o in fase di definizione, a partire da quelli con i Paesi del Mercosur. Non si tratta di accordi sovrapponibili, ma della possibilità che più processi di liberalizzazione agiscano contemporaneamente sugli stessi comparti, in particolare sui crostacei, accentuando la competizione sul prezzo.
Le associazioni di categoria chiedono quindi che l’attuazione dell’accordo UE-India sia accompagnata da adeguate clausole di salvaguardia, da valutazioni puntuali degli impatti economici e occupazionali e da un monitoraggio costante dei flussi commerciali. La partita, del resto, non si gioca solo sull’eliminazione dei dazi, ma anche su aspetti tecnici decisivi come regole di origine, standard sanitari, controlli e tempi di applicazione.
A oggi, l’accordo rappresenta soprattutto una cornice politica e strategica. Saranno i dettagli operativi a determinare se e in che misura il settore ittico europeo dovrà affrontare una nuova fase di riequilibrio competitivo. Per la filiera, la sfida resta quella di coniugare apertura dei mercati, sostenibilità economica e valorizzazione delle produzioni, in un contesto globale sempre più interdipendente.












