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Home Acquacoltura

Acquacoltura italiana, Leonardi a Pesceinrete indica le priorità per la crescita

Il presidente dell’Associazione Piscicoltori Italiani affronta i nodi che frenano il comparto: cambiamento climatico, gestione dell’acqua, redditività, concorrenza delle importazioni e procedure amministrative.

Mariella Ballatore by Mariella Ballatore
11 Settembre 2026
in Acquacoltura, Associazioni di categoria, In evidenza, Interviste, News
acquacoltura italiana

acquacoltura italiana

In un’intervista rilasciata a Pesceinrete, Matteo Leonardi individua le condizioni necessarie per rafforzare l’acquacoltura italiana: impianti più resilienti, gestione programmata delle risorse idriche, procedure più rapide, maggiore riconoscibilità delle produzioni nazionali e regole capaci di garantire una concorrenza equa.

La crisi climatica sta modificando le condizioni nelle quali operano gli allevamenti italiani. Per la troticoltura, in particolare, disponibilità, temperatura e ossigenazione dell’acqua incidono direttamente sulla salute dei pesci, sui cicli di crescita e sulla sostenibilità economica delle imprese.

Nel 2024, secondo i dati dell’Associazione Piscicoltori Italiani, la trota è stata la principale specie allevata in Italia, con 28.700 tonnellate e un valore di 115 milioni di euro. Nel 2025 gli acquisti domestici di trota salmonata fresca sono aumentati, ma la crescita dei volumi è stata accompagnata da una riduzione del prezzo medio. Una dinamica che rende centrale la capacità di trasformare la domanda in valore per gli allevatori italiani.

L’estate 2026 ha mostrato che caldo, minore ossigenazione e scarsità d’acqua non possono più essere considerati eventi eccezionali. Quali interventi strutturali possono rendere gli allevamenti italiani realmente resilienti e che cosa impedisce oggi alle imprese di realizzarli?

L’estate 2026 conferma che il cambiamento climatico ormai non è più una questione emergenziale. Per la troticoltura, dipendente da acqua fredda, disponibile e ben ossigenata, temperatura e portata sono fattori essenziali, che hanno un effetto diretto sulla salute e sul benessere degli animali.

La resilienza, spesso proclamata, richiede interventi sulle strutture: ammodernamento delle opere, sistemi di monitoraggio continuo dei parametri di qualità delle acque, maggiori capacità di ricircolo e riuso, installazione di impianti di ossigenazione di emergenza, coperture o ombreggiamenti, fino ad arrivare a interventi per la tutela delle sorgenti e dei bacini montani dai quali dipendono molte aziende.

Va ricordato che ogni allevamento è inserito in uno specifico contesto idrico e territoriale.

Ai problemi di redditività, causati anche dalla stessa crisi climatica, si aggiunge uno dei principali ostacoli: la distanza tra l’urgenza e i tempi necessari per autorizzare, finanziare e realizzare gli interventi. Le imprese sono pronte, ma non possono affrontare da sole costi elevati, incertezza regolatoria e procedimenti spesso troppo lunghi. Occorrono quindi soluzioni ad hoc, autorizzazioni più rapide e strumenti di sostegno semplici, accessibili anche alle piccole e medie imprese.

Nelle fasi di crisi idrica la troticoltura compete con gli usi potabili, agricoli, industriali ed energetici, sebbene l’acqua impiegata negli allevamenti venga in larga parte restituita ai corsi idrici. Quale modello di gestione e quale modifica delle regole sulle derivazioni potrebbero garantire insieme la tutela della risorsa e la continuità produttiva?

L’acqua è un bene comune da tutelare, ma va riconosciuta la specificità dell’acquacoltura: negli allevamenti a flusso continuo l’acqua non viene consumata, ma restituita ai corsi idrici.

Servono quindi piani di gestione condivisi tra tutti gli utilizzatori della risorsa, da attivare prima delle emergenze.

La domanda di trota cresce, ma la produzione italiana diminuisce e il prezzo medio al consumo si riduce. Dove si perde oggi il valore lungo la filiera e quali strumenti servono affinché l’aumento degli acquisti produca maggiore redditività per gli allevatori, anziché favorire soprattutto le importazioni?

Il prodotto dell’acquacoltura italiana, in particolare la trota, ha un valore ancora troppo sottovalutato: per esempio, ha valori nutrizionali e caratteristiche superiori al salmone.

Il valore si perde quando il prodotto viene trattato come una commodity indistinta, acquistata e venduta quasi soltanto sulla leva del prezzo. Si perde quando origine, qualità, standard produttivi, freschezza, lavorazione e servizio non vengono riconosciuti lungo la filiera e promossi al consumatore finale.

La risposta è costruire valore: sviluppare prodotti pratici e riconoscibili  – filetti, porzioni, affumicati, marinati e altre lavorazioni – rafforzare l’identità della trota allevata in Italia e rendere più trasparente l’origine della materia prima.

La crescita della domanda deve diventare un’opportunità, non uno spazio di mercato riempito dalle importazioni. Servono rapporti commerciali equilibrati, una maggiore capacità di trasformazione e una comunicazione chiara al consumatore sul valore del prodotto italiano.

Gli allevatori italiani devono rispettare standard ambientali, sanitari e di benessere animale che incidono sui costi, mentre competono con prodotti ottenuti secondo condizioni differenti. Quali strumenti concreti, dalla reciprocità degli standard alla trasparenza dell’origine, possono ristabilire una concorrenza realmente equa?

In Italia rispettiamo standard senza pari: ambientali, sanitari e di benessere animale. Questi sono un valore, ma incidono sui costi. È quindi essenziale che i prodotti importati garantiscano requisiti equivalenti, con controlli effettivi e non soltanto formali, per poter almeno competere in maniera equa.

Serve anche una maggiore trasparenza per il consumatore: origine, luogo di allevamento e trasformazione devono essere indicati in modo chiaro in tutti i canali, compreso il canale Ho.Re.Ca.

Solo così chi acquista può distinguere il prodotto italiano, apprezzarne e riconoscerne il valore, evitando che la competizione si riduca esclusivamente al prezzo.

L’Italia dispone di competenze, imprese e domanda di mercato, ma la produzione acquicola continua a ristagnare. Quali sono i tre ostacoli che impediscono al comparto di crescere e quali decisioni dovrebbero assumere, rispettivamente, Governo, Regioni e Unione europea per rimuoverli?

Il primo dei tre ostacoli è la mancata valorizzazione della produzione italiana: la scarsa consapevolezza del consumatore, causata da una promozione insufficiente e da campagne di disinformazione. Sarebbe utile una comunicazione più coordinata, che renda riconoscibili origine, qualità, sostenibilità e standard produttivi delle produzioni italiane, così da trasformare l’aumento della domanda in maggiore valore per l’intera filiera.

Ci sono poi la complessità delle procedure autorizzative e gli adeguamenti burocratici sempre più pressanti e, purtroppo, spesso inutili. Contiamo che una maggiore sinergia e un maggiore coordinamento tra Governo, Regioni ed enti competenti possano aiutare a mitigare queste problematiche, con il vantaggio di evitare anche frammentazioni.

Infine, la vulnerabilità climatica e idrica sta assumendo rapidamente un ruolo preoccupante. Le regole sulle derivazioni dovrebbero distinguere tra gli usi che “consumano” l’acqua e attività come le nostre, nelle quali l’acqua viene restituita in uno spazio brevissimo. Una gestione programmata garantirebbe continuità produttiva senza danneggiare l’ambiente.

Dalle risposte di Leonardi emerge dunque una linea precisa: adattamento climatico, gestione dell’acqua, semplificazione amministrativa e valorizzazione commerciale non possono essere affrontati separatamente. La crescita del comparto dipenderà dalla capacità di coordinare questi interventi e di ridurre la distanza tra le esigenze delle imprese e i tempi delle decisioni pubbliche.

Tags: acquacoltura italianaAssociazione Piscicoltori Italianicambiamento climaticoMatteo Leonardirisorse idricheTroticoltura
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Mariella Ballatore

Direttrice responsabile e co-founder di Pesceinrete Mariella Ballatore è direttrice responsabile e co-founder di Pesceinrete. Segue da anni l'evoluzione della filiera ittica, con attenzione a pesca, acquacoltura, mercati, sostenibilità, normativa, trasformazione e distribuzione. Il suo lavoro unisce informazione specializzata, comunicazione di settore e conoscenza diretta degli operatori della blue economy.

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