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Home Acquacoltura

Cormorani, pesca e acquacoltura: il dossier torna in Europa

La lettera dell’eurodeputata Anna Maria Cisint al ministro Lollobrigida riapre il confronto sulla gestione del grande cormorano, tra tutela della fauna selvatica, danni da predazione e richiesta di strumenti più efficaci per pesca, acquacoltura e acque interne

Redazione by Redazione
3 Giugno 2026
in Acquacoltura, Europee, In evidenza, Istituzioni, News, Pesca, Sostenibilità
cormorano pesca acquacoltura

La lettera dell’eurodeputata Anna Maria Cisint al ministro Lollobrigida riapre il confronto sulla gestione del grande cormorano. La proposta di inserire la specie tra quelle cacciabili tocca un nodo delicato: proteggere la fauna selvatica senza lasciare pesca, acquacoltura e acque interne senza strumenti efficaci davanti ai danni da predazione.

Il grande cormorano torna al centro del dibattito europeo sulla pesca e sull’acquacoltura. L’eurodeputata Anna Maria Cisint ha scritto al ministro dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste, Francesco Lollobrigida, chiedendo che l’Italia porti nelle prossime riunioni del Consiglio Agricoltura e Pesca dell’Unione europea la questione della cacciabilità della specie.

La proposta è inserire il cormorano nell’Allegato II A della Direttiva Uccelli, cioè tra le specie che possono essere oggetto di prelievo venatorio regolato dagli Stati membri. Oggi il quadro è diverso: il grande cormorano è una specie protetta dalla normativa europea e non può essere cacciato in via ordinaria. Sono possibili interventi in deroga, ma solo a condizioni precise, ad esempio per prevenire danni gravi alla pesca, agli stock ittici o agli impianti di acquacoltura, e quando non esistono altre soluzioni soddisfacenti.

Il tema non riguarda genericamente il mare aperto. Il conflitto è più evidente nelle acque interne, nelle lagune, nelle valli da pesca, negli impianti estensivi, nei bacini destinati alla pesca professionale o ricreativa e nelle aree dove vengono realizzati interventi di ripopolamento. Sono contesti in cui il pesce è più concentrato, più vulnerabile o direttamente legato a investimenti produttivi e attività di gestione.

Per gli operatori, la presenza del cormorano può tradursi in perdita di prodotto, maggiore pressione sugli stock, costi di protezione e difficoltà nel programmare l’attività. Reti, dissuasori, sistemi di disturbo e prelievi autorizzati possono funzionare in alcuni casi, ma non sempre sono applicabili con la stessa efficacia in ambienti aperti, lagunari o fluviali. È da questa difficoltà che nasce la richiesta di strumenti più incisivi.

La questione è già entrata nell’agenda europea. Al Consiglio Agricoltura e Pesca del 26 maggio 2026, la Repubblica Ceca, con il sostegno di Croazia, Estonia, Finlandia, Lettonia, Polonia, Romania, Slovacchia e Svezia, ha chiesto un approccio comune per affrontare l’impatto dei predatori ittiofagi, con particolare riferimento al grande cormorano. Nella nota presentata al Consiglio viene richiamata la natura transfrontaliera della specie, difficilmente gestibile con misure nazionali isolate.

È questo il nodo più importante. Il cormorano si sposta in base alla disponibilità di pesce e non si ferma ai confini amministrativi. Una gestione affidata soltanto a deroghe locali rischia di produrre interventi disomogenei, spesso lenti e non sempre proporzionati alla dimensione del problema. Da qui la richiesta, sostenuta da diversi Paesi, di un Piano europeo di gestione del grande cormorano, fondato su monitoraggi comuni, criteri condivisi per stimare i danni e maggiore coordinamento tra Stati membri.

La cacciabilità resta però il passaggio più delicato. Inserire il grande cormorano tra le specie cacciabili significherebbe modificare l’attuale regime di gestione, superando un sistema basato prevalentemente sulle deroghe. Non vorrebbe dire autorizzare interventi senza regole, ma dare agli Stati membri margini più ampi per disciplinare il prelievo della specie. È una scelta destinata a dividere istituzioni, mondo produttivo e associazioni ambientaliste.

Ridurre il confronto alla sola alternativa tra protezione assoluta e abbattimenti sarebbe però un errore. La pressione del cormorano si inserisce in ecosistemi acquatici già condizionati da qualità delle acque, trasformazione degli habitat, cambiamenti climatici, specie invasive e fragilità degli stock. Una risposta seria deve quindi partire dai dati, dalla misurazione dei danni e dalla valutazione dell’efficacia delle misure già adottate.

Il punto non è scegliere tra tutela della fauna e difesa della filiera ittica. Il punto è costruire una gestione più efficace, più rapida e più aderente ai territori. Dove il danno è documentato, pesca e acquacoltura devono poter contare su risposte concrete. Dove la pressione è contenuta o gestibile con strumenti preventivi, gli interventi devono restare proporzionati. La credibilità di una strategia europea passa da questa distinzione.

La lettera di Cisint porta dunque nel dibattito italiano un dossier che in Europa è già aperto. Il grande cormorano diventa il simbolo di una questione più ampia: come governare i conflitti tra fauna selvatica protetta, attività produttive e gestione degli ecosistemi acquatici. La tutela ambientale resta un principio fondamentale, ma non può trasformarsi in immobilismo quando emergono danni concreti per pesca e acquacoltura. Allo stesso modo, la richiesta di strumenti più forti deve poggiare su evidenze solide e obiettivi misurabili.

Il confronto sulla cacciabilità del cormorano sarà inevitabilmente divisivo. Ma il problema che lo accompagna è reale: senza un quadro europeo più chiaro, i territori più esposti rischiano di restare dentro una zona grigia fatta di deroghe difficili, danni contestati e risposte non sempre adeguate alla dimensione del fenomeno.

Tags: acquacolturaacque internebiodiversitàConsiglio AgrifishcormoranoDirettiva Uccellifauna selvaticalagunepescapredatori ittiofagistock itticiUnione Europea
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