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Home Sostenibilità

Greenpeace: “Far West nei mari italiani, 100 piattaforme a gas e petrolio senza alcun controllo”

Mariella Ballatore by Mariella Ballatore
31 Marzo 2016
in Sostenibilità

 

Nei mari italiani operano circa 100 piattaforme, a gas e petrolio, del cui impatto ambientale non si ha alcuna stima, misurazione o controllo.

Greenpeace denuncia questa incredibile mancanza di supervisione dell’attività delle compagnie petrolifere nei nostri mari, precisando di avere appreso questa situazione da una nota stampa dell’ENI, proprietaria di gran parte degli impianti. Questo l’antefatto: a seguito di una istanza pubblica di accesso agli atti, lo scorso settembre Greenpeace aveva ottenuto dal Ministero dell’Ambiente i piani di monitoraggio di 34 piattaforme di proprietà ENI. L’associazione ambientalista aveva però chiesto al Ministero di poter accedere ai dati di tutte le piattaforme operanti nei mari italiani, che secondo il Ministero dello Sviluppo Economico sono 135. Dal momento della diffusione di quei dati, Greenpeace ha ripetutamente chiesto – e con essa lo hanno fatto anche le Regioni promotrici del referendum sulle trivelle – cosa ne fosse delle oltre 100 piattaforme e strutture assimilabili di cui non aveva ricevuto alcun dato: il Ministero aveva deciso deliberatamente di limitare l’accesso agli atti, o il problema era l’assenza di monitoraggi?

A queste domande ha risposto ieri sera ENI, con una nota alle agenzie di stampa: “Relativamente alle ‘100 piattaforme mancanti’, per le quali secondo Greenpeace non sarebbero stati forniti i piani di monitoraggio, ENI spiega che quelle di propria pertinenza, non emettono scarichi a mare, né effettuano re-iniezione di acque di produzione in giacimento, pertanto non ci sono piani di monitoraggio prescritti e nessun dato da fornire”. «Ecco svelato il mistero, finalmente: i petrolieri estraggono fonti inquinanti nei nostri mari e nessuno controlla. Alla faccia della “normativa severissima” che secondo il governo regolerebbe il settore, le attività di estrazione di gas e petrolio offshore assomigliano a un far west», dichiara Andrea Boraschi, responsabile della campagna Energia e Clima di Greenpeace.

«Siamo un Paese in cui vengono (giustamente) controllati gli scarichi dei motorini, ma non si controllano le piattaforme in mare. È vergognoso e preoccupante». Secondo Greenpeace è inoltre incredibile che ad aver chiarito questo aspetto non sia stato il Ministero per l’Ambiente, pure interrogato per settimane, ma ENI: viene da chiedersi quali siano le istituzioni del Paese, quelle del governo o quelle delle multinazionali fossili? Greenpeace ritiene l’assenza di controlli su questi impianti un fatto gravissimo, che conferma la necessità di una vittoria del Sì al referendum del prossimo 17 aprile.

Chiede che il Governo risponda pubblicamente di questa situazione, chiarendo all’opinione pubblica quali misure intende adottare per avviare quanto prima una seria attività di controllo. L’associazione ricorda anche come attualmente le piattaforme offshore siano state escluse – in virtù di un recepimento aberrante della direttiva 2012/18/UE (DL 26 giugno 2015, n. 105) – dalla categoria di “impianti a rischio di incidente rilevante”. In pratica il legislatore esclude a priori che queste strutture possano rompersi, incendiarsi, avere delle perdite rilevanti, collassare, affondare. Riguardo alla mancata necessità di controllare le piattaforme che non re-iniettano le acque di produzione, Greenpeace segnala il caso (portato alla luce nelle scorse ore da “S”, il mensile di Live Sicilia) di 500 mila metri cubi di acque di strato, di lavaggio e di sentina che sarebbero state iniettate illegalmente nel pozzo Vega 6, del campo oli Vega della Edison, al largo delle coste di Pozzallo.

I dati relativi a questo disastro ambientale verrebbero da un dossier di ISPRA, al centro di un procedimento penale della Procura di Ragusa. Gli inquirenti ipotizzano “gravi e reiterati attentati alla salubrità dell’ambiente e dell’ecosistema marino attuando, per pura finalità di contenimento dei costi e quindi di redditività aziendale, modalità criminali di smaltimento dei rifiuti e dei rifiuti pericolosi“. Secondo ISPRA la miscela smaltita illegalmente in mare contiene “metalli tossici, idrocarburi policiclici aromatici, composti organici aromatici e MTBE” e ha causato danni ambientali e inquinamento chimico. “La natura particolare delle matrici ambientali danneggiate”, secondo ISPRA, non potrà essere riportata “alle condizioni originali”.

Leggi il rapporto di Greenpeace “Trivelle fuorilegge”

Tags: EniGreenpeaceReferendumSicilia
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Mariella Ballatore

Direttrice responsabile e co-founder di Pesceinrete Mariella Ballatore è direttrice responsabile e co-founder di Pesceinrete. Segue da anni l'evoluzione della filiera ittica, con attenzione a pesca, acquacoltura, mercati, sostenibilità, normativa, trasformazione e distribuzione. Il suo lavoro unisce informazione specializzata, comunicazione di settore e conoscenza diretta degli operatori della blue economy.

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