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Home In evidenza

Chi orienta davvero le politiche UE sulla pesca? Una radiografia dei gruppi di interesse

Un report europeo traccia il potere nascosto dietro le regole che governano la pesca. L’Italia è coinvolta, ma serve maggiore consapevolezza

Alice Giacalone by Alice Giacalone
19 Giugno 2025
in In evidenza, News, Sostenibilità
Unci AgroAlimentare

Nel fitto intreccio delle decisioni che definiscono il futuro della pesca in Europa, i veri protagonisti non siedono solo nei palazzi istituzionali. Un recente studio della Fundación MarInnLeg, centro giuridico con sede a Vigo, getta luce sui gruppi di interesse nella pesca europea, offrendo una mappa dettagliata delle organizzazioni che influenzano direttamente le scelte dell’Unione in materia di pesca, trasformazione e sostenibilità.

Il focus è sui Consigli Consultivi della Commissione Europea – in particolare il MAC (Market Advisory Council) e il LDAC (Long Distance Advisory Council) – che vedono la partecipazione attiva di associazioni industriali, ONG ambientaliste e fondazioni internazionali. È lì che si confrontano interessi divergenti, si negoziano priorità e si modellano gli indirizzi normativi che ricadono su tutta la filiera ittica.

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Tra gli attori economici, il report identifica realtà strutturate come Europêche, EAPO e AIPCE-CEP, che rappresentano armatori, cooperative e aziende della trasformazione in tutta Europa, Italia compresa. Sul fronte conservazionista, emergono invece giganti come WWF European Policy Office, Oceana e la Pew Charitable Trusts, sostenuti da fondazioni americane e attivi nel definire obiettivi ambientali, spesso in chiave restrittiva rispetto all’attività di pesca.

Ciò che colpisce è la concentrazione di influenza: un numero ristretto ma altamente strutturato di organizzazioni – sia industriali che ambientalisti – riesce a occupare in modo sistematico i tavoli decisionali europei, grazie a risorse economiche, presenza tecnica e capacità di lobbying. Il report documenta anche i finanziamenti ricevuti da molte di queste organizzazioni, evidenziando come gran parte dei fondi provenga da fonti extraeuropee, con obiettivi che non sempre coincidono con le esigenze del comparto produttivo.

Per l’Italia, lo scenario descritto apre spazi di riflessione strategica. In un contesto europeo dove le decisioni si orientano anche grazie alla partecipazione tecnica e continuativa dei gruppi di interesse, rafforzare la presenza italiana nei consessi consultivi può diventare un passo decisivo per difendere e valorizzare la specificità della filiera nazionale.

La posta in gioco è alta: normative sulle quote, regole tecniche, accesso ai fondi europei, etichettatura, export. Tutti ambiti dove una rappresentanza attiva e ben strutturata può fare la differenza per la competitività del sistema Italia. Ed è proprio la capacità di anticipare queste dinamiche, anziché subirle, a determinare un posizionamento forte e lungimirante della nostra filiera.

Il report della Fundación MarInnLeg è uno strumento prezioso per comprendere chi detta davvero le regole del gioco nella pesca europea. Per la filiera italiana, non è solo un’analisi da leggere: è un invito ad agire con strategia, visione e spirito unitario.

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Tags: filiera itticafondazioni ambientalistelobby pescaONG pescapesca europeapesca industrialepolitiche UE pescatrasformazione ittica
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