Innovazione è il futuro per la blue economy, un’economia innovativa che attinga al mare e alle sue molteplici risorse, nel rispetto della sostenibilità delle risorse stesse, delle società e delle economie costiere che da esse sono dipendenti da millenni e nel quotidiano. Tra i pannelisti del momento di dialogo e riflessione sulle potenzialità su scala globale della blue economy innovativa, donne e uomini che hanno innovato settori produttivi legati all’economia del mare.
Innovazione è creatività, da qui nasce la blue fashion ovvero una moda (accessori e capi di abbigliamento) che utilizzano materiali provenienti dal mare e dalle sue risorse.
Barbara della Rovere crea accessori in collaborazione con una cooperativa di donne in sud Brasile, 10 anni fa ha iniziato a creare accessori (borse, bracciali) con la pelle di pesce pescato in Brasile. Dalle sue parole un racconto avvincente, vivido come i colori della pelle di pesce utilizzata nei suoi accessori e di caparbietà, che passa dal confronto con la riluttanza e diffidenza iniziale di coloro che vedevano nella pelle di pesce un prodotto difficile (perché mal odorante ad esempio), all’ascolto delle storie delle donne del villaggio che vivono di tale risorsa.
In Europa, Barbara, ha iniziato a creare il brand con una start up, e le donne del villaggio brasiliano sono state il primo fornitore. Donne il cui ruolo sociale di aiutanti degli uomini è divenuto quello di imprenditrici, donne in grado di trasformare la pelle, scarto di trasformazione post sfilettatura del pesce. Una partnership che dura da 3 anni ormai, producendo accessori venduti in tutto il mondo dall’Africa alla Danimarca. L’ascolto delle storie delle donne della comunità brasiliana hanno cambiato la percezione del business per Barbara, che da guadagno è passato a engagement sociale, ovvero coinvolgimento per il sociale, voglia di mettere al primo posto il supporto per la comunità di donne e le loro storie.

Pelle di pesce generalmente scartata che diventa risorsa e produce economia che supporta le società locali, realtà testimoniata e narrata anche da James Ambani, fondatore di Victorian Foods, che utilizza pelle dei pesci per creare accessori. Scarti che possono diventare una risorsa, come spesso accade tutto nasce da un osservazione della quotidianità, e così il Kenia e la Tanzania producono adesso pesci che non vengono solo utilizzati per cibo ma alimentano una industria manifatturiera che sta crescendo. Tale attività è sostenibile e disponibile nel quotidiano.
Uno scarto che diventa risorsa è possibile solo grazie all’innovazione ed alla creatività, due le parole chiave per il futuro della blue economy. Il segreto sembra semplice, non perdere il legame con il territorio, con le comunità che producono naturalmente i prodotti. La comunità di James si trova nel deserto, dove tante sono le sfide per il raggiungimento del mercato di vendita dei prodotti di pesca (cosa che ne rende il prezzo troppo alto), l’attività di utilizzo delle pelli di scarto dei pesci, ha dato un valore aggiunto alla risorsa, incrementando la domanda e garantendo un guadagno extra (sostenibilità sociale ed economica). Tra i naturali risultati ottenuti, una diminuzione delle catture sotto taglia, poiché il mercato richiede solo le pelli dei pesci più grandi, (hanno una maggiore resistenza e superficie utilizzabile) che si sono già riprodotti garantendo il permanere della risorsa in mare (sostenibilità ambientale). Un’altra organizzazione collabora con James per utilizzare gli altri scarti, oltre alle pelli, e produrre mangimi.

Daniel Hatton, CEO, Commonwealth Fashion Council parla del successo dei programmi di sviluppo sostenibile, in Nairobi è nata la blue fashion in occasione della blue economy week, e promuove più in genere gli ocean based material sempre più richiesti dal mercato del lusso, sia per il messaggio legato alla sostenibilità che per la qualità e finitura dei materiali. Una nuova fase di mercato, nascente, materiali provenienti dall’oceano che non sono solo pesci (e scarti derivati) ma anche alghe e biomolecole.
Una strategia win-win che si basa sul rafforzamento del ruolo di comunità minori (comunità indigene di lavoratori e di donne), che non prevede scarti e produce ricavi.
Innovazione basata sull’economia del mare che produce applicazioni e prodotti in medicina e nell’industria farmacologica. Il Professore Jeevithan Elango è dell’Associate Professor Shangai Ocean University, dove la pelle di pesce viene utilizzata in campo medico, dato l’elevato contenuto di collagene permette la produzione di prodotti per le ustioni, ed i più noti anti età.

Innovazione è partnership e giovani. La bio-plastica prodotta da scaglie e pelle di pesce, è stata prodotta e presentata da Lucy Hughes (laureanda dell’Università di Sussex). 4-6 settimane sono sufficienti per la totale decomposizione di questo materiale plastico – Marinatex – ancora in fase sperimentale ma in grado di produrre ottimi risultati ad oggi. Giovanissima laureanda, Lucy vincitrice del James Dyson award, ha deciso di riutilizzare gli scarti del processi di pulizia dei pesci dell’industria inglese. Pelle e scaglie hanno catturato la sua immaginazione e da li ha pensato di testare i materiali, ha cosi iniziato a produrre il suo materiale, in un processo di ingegneria rigoroso ma anche visionario e di creatività.
E per concludere innovazione per il monitoraggio delle attività di pesca illegali, quello presentato da Badr Idrissi, CEO, ATLAN Space IUU (Marocco). L’utilizzo dei droni e di tecniche di machine learning per identificare e predire le attività umane in mare (pesca illegale, oil spill, inquinamento marino) notificando eventuali violazioni della legge alle attività competenti, in tempo reale.












