• CHI SIAMO
  • CONTATTI
  • PARTNER
  • PUBBLICITÀ
  • NEWSLETTER
  • ARCHIVIO
    • Bandi e Opportunità
    • Speciali
    • Rubriche
    • Nutrizione e salute
    • Interviste
    • Video
giovedì 14 Maggio, 2026
Pesceinrete
  • Home
  • News
  • Pesca
  • Acquacoltura
    • Acquaponica
    • Algocoltura
  • Protagonisti
    • Aziende
    • Istituzioni
      • Europee
      • Nazionali
      • Regionali
    • Associazioni di categoria
      • Associazione Mediterranea Acquacoltori
      • Legacoop Agroalimentare
      • Assoittica Italia
      • Federpesca
      • PescaAgri-CIA
      • Unci AgroAlimentare
    • Sindacati
      • UILA Pesca
    • ONG
    • Consorzi e Cooperative
      • CIRSPE
  • Tecnologia
  • Sostenibilità
  • Mercati
  • Eventi
  • OverseasNew
Nessun Risultato
Vedi tutti i Risultati
Pesceinrete
  • Home
  • News
  • Pesca
  • Acquacoltura
    • Acquaponica
    • Algocoltura
  • Protagonisti
    • Aziende
    • Istituzioni
      • Europee
      • Nazionali
      • Regionali
    • Associazioni di categoria
      • Associazione Mediterranea Acquacoltori
      • Legacoop Agroalimentare
      • Assoittica Italia
      • Federpesca
      • PescaAgri-CIA
      • Unci AgroAlimentare
    • Sindacati
      • UILA Pesca
    • ONG
    • Consorzi e Cooperative
      • CIRSPE
  • Tecnologia
  • Sostenibilità
  • Mercati
  • Eventi
  • OverseasNew
Nessun Risultato
Vedi tutti i Risultati
Pesceinrete
Nessun Risultato
Vedi tutti i Risultati

Home In evidenza

Salvate la tartaruga Ryan!

Come salvaguardare una categoria marina protetta senza colpevolizzare solo la pesca

Sergio Ragonese by Sergio Ragonese
26 Maggio 2021
in In evidenza, L'opinionista, News
tartaruga Ryan

Vi ricordate il celeberrimo film Salvate il soldato Ryan diretto da Steven Spielberg nel 1998?
Era la drammatica storia di una pattuglia di militari incaricata di svolgere un’operazione di salvataggio, decisa dagli alti comandi militari statunitensi, per riportare a casa il soldato Ryan, visto che tutti i suoi fratelli erano stati uccisi in combattimento.
Volendo fare una metafora, il film sembra calzare a pennello con i tentativi messi in campo, relativamente in tempi recenti, dai paesi più sensibili alla protezione e salvaguardia di una categoria di animali fortemente minacciata dalla bomba demografica umana: le tartarughe marine.

Perché parliamo di tempi “relativamente recenti”?
Perché da più di 100 milioni di anni i rettili che conosciamo genericamente con il nome di “tartarughe” vanno nuotando per gli oceani ed i mari del mondo (le tartarughe marine propriamente dette) o si aggirano lento pede negli ambienti terrestri e d’acqua dolce dei continenti (in questo caso, di solito denominate Testuggini).
Sino a pochi secoli orsono, il ciclo di vita perfezionato dalle tartarughe ha funzionato alla grande tranne qualche eccezione come l’estinzione, per cause naturali (noi non ceravamo ancora) della gigantesca Archelon ischyros (Figura 1).

Figura 1 – Una tartaruga marina gigante del passato (Archelon ischyros) che si è estinta per cause naturali. A sinistra, apparato scheletrico; a destra, sua ricostruzione in vita. Da Abel (1945).

Quindi tranne qualche incidente di percorso, il ciclo di vita delle tartarughe è rimasto, e rimane ancora ai giorni nostri, un fulgido esempio di come abbia ben operato l’evoluzione per questi rettili ritornati al mare (non a caso, le tartarughe sono sopravvissute ai dinosauri).
Il loro ciclo di vita standard è chiaramente delineatonella Figura 2.

Figura 2 – Ciclo vitale delle tartarughe marine. Da Lanyon et al., 1889, in FAO (2009). Legenda: Nesting beach, spiaggia di deposizione; clutches of egs, gruppi di uova; feeding zone / areas, aree di caccia / nutrizione; the lost years, gli anni oscuri; age at first breeding, età alla maturità sessuale; mating, accoppiamento; weekly, settimanale.

Dalle uova deposte sulle spiagge (uno dei retaggi ancestrali), dopo 1 – 3 mesi, schiudono le minute e giovanissime tartarughine neonate che si precipitano, istintivamente, verso il mare dove vivranno e cresceranno oscuramente per diversi anni (il cd periodo buio o “gli anni perduti”) sino al raggiungimento della maturità sessuale (dopo 10 – 20 anni).
A quel punto, i maschi e le femmine delle tartarughe si avvicinano alle coste dove sono nati (e non si sa ancora bene come riescano a ritrovarle) e si accoppiano (magari più di una volta nella stessa stagione). I maschi tornano al mare aperto, mentre le femmine “ovate” riemergono, preferibilmente nottetempo, e spiaggia per spiaggia, scavano una profonda buca a distanza opportuna dal mare. In questa buca depongono qualche decina di uova (sino a un massimo di100 – 200 secondo la specie), che ricordano le palline di ping pong a causa del colore bianco e del guscio flessibile, e ricoprono la buca con la sabbia.
Una volta terminato il ciclo di deposizioni, le femmine ritornano in mare e, se avranno la fortuna di sopravvivere alle tante insidie della vita acquatica, torneranno vicino le coste per un nuovo accoppiamento ed una nuova deposizione, magari dopo qualche anno. I maschi invece non torneranno mai più sulla sabbia (almeno da vivi) che rimarrà un sempre più evanescente ricordo della loro nascita.
Come già accennato, per milioni di anni il ciclo di vita in Figura 2 ha funzionato alla grande permettendo alle tartarughe di invadere gli oceani del mondo e trovare un ottimo bilancio fra le perdite inflitte dalla fame o dai (pochi) predatori naturali e le nuove generazioni che si accumulavano nel tempo. Infatti, le tartarughe godevano di una elevata speranza di vita (sino a 50 anni per Caretta caretta e Chelonia mydas), una volta superata la fase più critica della nascita (i piccolini nel tragitto sulla spiaggia vengono predati da uccelli, granchi e vari mammiferi carnivori) e dei primi anni di vita durante il periodo oscuro (“the lost years” in Figura 2).

Sfortunatamente per le tartarughe, madre natura, nel perfezionare il loro ciclo di vita, non aveva previsto l’insorgere di una nuova e temibile insidia: il genere umano.
Specialmente negli ultimi tre secoli (XIX, XX scorsi e l’inizio dell’attuale), e considerando per semplicità i mari italiani, le povere tartarughe “ovate”, avvicinandosi alla riva per deporre, si sono trovate “muri” fatti di reti in acqua e di cemento sulle spiagge (ammesso che le spiagge non fossero scomparse a causa del recente fenomeno dell’erosione dei litorali). Anche quando fossero riuscite a superare questi ostacoli e a scavare la loro fossa alla giusta distanza dal mare, le loro uova sono state perforate dagli ombrelloni dei bagnanti o schiacciate dai trattori utilizzati per “pulire” le spiagge.

Nei casi in cui le uova hanno avuto la fortuna di schiudere, le povere tartarughine si sono trovate circondate da luci artificiali dei lampioni posti lungo le strade costiere dovendo ricorrere a tutto il loro istinto per capire la giusta direzione per tornare a mare.

Anche una volta in mare aperto la situazione non migliora.
Le tartarughe sono buone nuotatrici, ma hanno i polmoni e debbono riemergere in superfice per respirare (un altro retaggio ancestrale); mentre prendono una sana boccata d’aria, debbono augurarsi di non essere travolte da una barca o gommone a motore e dilaniate dalle loro eliche, mentre grazie al cielo, adesso non corono più il rischio di essere arpionate dai pescatori (come accadeva in un passato non molto lontano).

Se riescono a re-immergersi sane e salve, le tartarughe trovano altre insidie nella forma di invitanti buste di plastica (che gli ricordano in tutto e per tutto le buone meduse di cui si cibano, Figura 3, tranne che non riescono a digerirle e gli intasano l’intestino), appetitosi bocconcini che nascondo però ami di acciaio, reti derivanti e fisse di tutti i tipi (anche abbandonate o fantasma, la cd ghost fishing) e a tutte le profondità, senza dimenticare le reti trainate sia a mezz’acqua che sul fondo.

Figura 3 – Una tartaruga marina si accinge ad ingoiare una medusa ripetendo un atto antico quanto i dinosauri. Purtroppo, i mari attuali sono pieni di sacchetti di plastica indigeribili che la tartaruga non è in grado di distinguere dalle meduse. Fonte: National Geographic, v186/n2, Agosto, 1994.

Però, finché c’è vita c’è speranza, ovvero in questa scenario catastrofico la provvidenza delle tartarughe non le ha dimenticate del tutto.
Come testimonia l’etimo del loro nome ταρταροῦχος, attribuito in origine ad un demone malevolo, che significa “abitante o proveniente dal Tartaro”, cioè dall’Ade (più precisamente la regione più profonda degli inferi dove soggiornavano le anime dei dannati), per secoli le tartarughe sono state considerate dei mostri diabolici che andavano uccisi e cacciati.
In effetti, la motivazione religiosa era anche una buona scusa per depredare le loro uova e utilizzare le loro carni per trasformarle in deliziose frittate o profumate zuppe (Figura 4). Non dimentichiamo anche che per molto tempo il “guscio” (il carapace) e la pelle delle tartarughe venivano utilizzati per fabbricare oggetti vari, mentre dal grasso si estraeva olio utilizzato anche in cosmetica e supposti medicamenti.

Figura 4 – A sinistra, un esempio di caccia delle Tartarughe marine (nello specifico con le remore); a destra, una ricetta gastronomica a base di carne di Tartaruga (che ovviamente non troverete più nei recenti manuali da cucina). Fonti: Meunier, 1868; Davidson, 1972.

In succo, la relativamente recente novità positiva per le tartarughe è che il punto di vista espresso su di loro dal genere umano (almeno quello della maggior parte dei paesi più sensibili ai temi ecologici) è profondamente cambiato e, adesso, sono considerate una categoria a rischio che merita peculiare attenzione e salvaguardia (molti usano il termine “specie carismatiche” e questa parola spiega l’iniziale richiamo al film).

Che un intervento radicale sia improrogabile ce lo dicono i numeri, per quanto sia molto difficile avere stime attendibili su quante tartarughe muoiano ogni anno e quale entità abbia avuto il calo dei siti di deposizione (e quindi del reclutamento di tartarughine) a causa delle cd attività antropiche (senza dimenticare gli eventuali avversi cambiamenti climatici).

In particolare, fa impressione confrontare le stime di tartarughe venute in contatto con gli attrezzi da pesca nel Mediterraneo che sono passate dalle 48000 nel 2000 alle attuali 130 000 / 150000. L’attrezzo più interessato è il palangaro con ami (longlines), specialmente quelli di superfice, con il 53.8% degli incontri, seguito dagli strascichi di fondo (30.7%) e dalle reti da posta (16.4%); nell’insieme, ca il 30% delle tartarughe che sono venute in contatto con la pesca muoiono nell’immediato o nel breve termine a causa dei traumi subiti (l’intervallo di mortalità generalmente riconosciuto è compreso fra il 10% e il 50%).

C’è da dire che nei mari italiani il fenomeno della mortalità delle tartarughe dovute alla cattura ad opera dei pescatori sembra, grazie al cielo, più marginale rispetto ad altri mari ed oceani; stime di qualche anno fa suggerivano che su 100 tartarughe recuperate morte o ferite solo 38 erano venute a contatto con attrezzi da pesca.

Più di recente, le stime parlano di ca 52000 esemplari venuti a contatto con gli attrezzi da pesca delle marinerie italiane e di questi 10000 con esito fatale (cioè il 19% di mortalità), evidenziando nel contempo una notevole eterogeneità geografica.

Questa situazione sembra scaturire da diversi fattori. In primo luogo, c’è solo una specie considerata più comune/frequente (anche per i siti di deposizione) nei nostri mari (Caretta caretta), mentre più rare sono Chelonia mydas e Dermochelys coriacea.

Inoltre, almeno per alcune marinerie a strascico italiane (come quelle Siciliane), le tartarughe sembrano, al momento, poco disponibili alla cattura (Figura 5). Comunque, tutte le tartarughe sono adesso protette da vari protocolli (tipo SPA/BIO Barcellona) e non possono essere né trattenute a bordo né tantomeno essere commercializzate. Per esempio, il recente protocollo del programma di ricerca Solemon (indirizzato principalmente alle sogliole) include Caretta caretta fra le potenziali catture incidentali sotto la voce “specie non edibili”; di contro, curiosamente, nessuna tartaruga è codificata fra le specie del programma sperimentale MEDITS che utilizza una rete a strascico di fondo.

Figura 5 – Un caso di cattura incidentale di tartaruga marina nel versante africano dello Stretto di Sicilia (sensu lato) dovuta allo strascico. Grazie al cielo, raramente le tartarughe compaiono sul ponte degli strascichi siciliani.

In sostanza, i nostri pescatori cercano disperatamente di evitare la cattura di una tartaruga e comunque tale evento, in una singola operazione di pesca, appare generalmente raro e andrebbe considerato come incidentale ed occasionale.

Purtroppo, come diceva un famoso comico italiano “è la somma che fa il totale” e, marginale o meno in termini relativi, è indubbio che la pesca italiana, nelle sue varie tipologie (reti a circuizione, da posta, derivanti, da traino a bocca fissa, cioè i rapidi, da traino a divergenti e ami come i palangari o palamiti), determini una certa mortalità delle tartarughe che va almeno mitigata dato che è molto difficile pensare di annullarla del tutto.

Ma come fare?
In primo luogo è opportuno sottolineare che gli interventi più appropriati andrebbero programmati ed applicati per aree specifiche dato che i molteplici fattori da considerare (come le diverse tipologie di pesca e la diversa occorrenza delle tartarughe) sconsigliano interventi generalizzati.

Detto questo, i possibili interventi possono essere fatti ricadere in due categorie principali: la tecnologia della pesca e le buone prassi (o buoni comportamenti).

Per la prima categoria, che rappresenta un’importante branca della scienza alieutica, mi limito a ricordare solo tre delle diverse modalità di interventi, uno in prospettiva e gli altri più consolidati.

La prospettiva si riferisce al promettente sviluppo dell’applicazione di luci LED sulla bocca delle reti a strascico di fondo, inserimento che sembra in grado di ridurre la cattura delle tartarughe e dei delfini (cfr. anche l’articolo su pesceinrete del 10 Dicembre 2019). Purtroppo, sembra che non ci siano dati concordanti sugli effetti delle luci inserite sugli ami o sulle reti da posta.

Di contro, gli aspetti più consolidati riguardano la fabbricazione ed uso nelle lenze e nei palangari di ami di nuovo design (tipo “circolari”) tali da permettere alla tartaruga di riuscire a liberarsi dopo aver “abboccato” all’esca (per inciso, per loro è meglio usare come esche pesci e non totani) e l’inserimento nella rete a strascico di speciali “griglie” che permettono alle tartarughe, entrate nella rete, di scappare attraverso vie di fuga superiori o inferiori (Figura 6).

Figura 6 – A sinistra, un esempio di “griglia” per fare scappare le tartarughe da una rete a strascico. A destra, un esemplare sta uscendo dall’apertura collegata alla griglia. Da Eayrs (2012).

Come tutto nella vita però, ami e griglie presentano anche un’altra faccia della medaglia.
Gli ami, per esempio, sembrano meno efficaci per le tartarughe, ma più micidiali per i grandi pelagici come i pesci spada. Di contro, per le griglie, a parte il costo iniziale, le stesse vanno disegnate ed inserite nelle reti considerando molti fattori critici per rendere l’inserimento appropriato e fare scappare solo le tartarughe salvaguardando la cattura commerciale. Inoltre, le griglie non si possono utilizzare in tutti i tipi di fondali perché potrebbero danneggiarsi facendo perdere la cattura della cala e richiedendo una notevole manutenzione a bordo.

Non a caso si è suggerito di utilizzare le griglie solo nelle aree di pesca (fishing grounds) e negli intervalli di profondità più frequentati dalle tartarughe, cioè vicino alla costa ed entro i primi 50m (probabilmente, è per questo che le recenti prove sperimentali con le griglie sono state condotte sui fondali più costieri ed entro i 50 – 100m di fondo).
Inoltre, come già accennato, la cattura incidentale unitaria di tartarughe nello strascico (traino di fondo) sembra essere molto bassa in alcune aree come la Sicilia; in un recente esperimento scientifico, condotto nelle marinerie di Trapani e Porto Palo di Capo Passero, nessuna tartaruga è stata catturata in più di 20 cale.

Oggettivamente, anche diverse prove sperimentali condotte in Adriatico, proprio per testare delle griglie specifiche (Turtles excluding devices, TED) hanno evidenziato una minima cattura di tartarughe (2 – 3 esemplari in tutto) a fronte di ca 200 cale realizzate.
Ovviamente, come già accennato, il fatto che la cattura incidentale per cala sia minima non evita che ogni anno 6500 tartarughe vengano catturate da tutto lo strascico (non solo italiano) in Nord Adriatico e di queste una % variabile fra il 10 e il 50% ha perduto la vita.

Per quanto riguarda la buona prassi, ovvero i comportamenti da adottare per mitigare la mortalità delle tartarughe, si possono individuare i seguenti punti critici (in ordine di apparizione per non influenzare il lettore di pesceinrete).

1) Trasferire non solo ai pescatori, ma anche ai diportisti, le modalità di intervento più opportune per “manipolare/rilasciare” gli esemplari di tartarughe catturati o feriti accidentalmente con le eliche. In particolar modo dare i riferimenti telefonici dei centri che si occupano dell’assistenza agli animali con ferite o con gli ami in gola e della riabilitazione degli stessi animali prima del rilascio in mare. Per esempio, una tartaruga “stressata” dalla pesca o altro fattore di disturbo potrebbe apparire esanime o morta mentre in realtà non lo è; in questo caso, è necessario rianimarla prima di rilasciarla (gentilmente e con il dorso verso l’alto ovvero con il piastrone o parte ventrale verso il basso) in acqua.

2) Convincere i pescatori a non calare le reti da posta vicino alle coste in modo continuativo creando una barriera insormontabile per le tartarughe, specialmente quando si avvicinano alle spiagge per deporre. Io stesso ho avuto l’occasione di vedere, diversi anni fa, durante un’immersione in apnea di fronte la spiaggia di Capo Feto a Mazara, una tartaruga evitare facilmente una singola rete posizionata a ca 10m di fondo, ma non sono sicuro che ci sarebbe riuscita se si fosse trovato di fronte una barriera continua di reti.

3) Convincere i pescatori ad effettuare cale più brevi di un’ora nei fondali di piattaforma (50 – 150m; cosa che già in parte fanno) o lì dove sanno che ci possa essere un’alta probabilità di incontrare tartarughe; questi animali hanno una buona apnea e quindi più la cala è breve più alta è la probabilità di rilasciare in mare la tartaruga prima che muoia annegata.

4) Convincere i pescatori a rispettare il divieto di strascico entro le 3 miglia dalla costa o entro i 50m, a prescindere dai possibili controlli.

5) Continuare la sostituzione delle tradizionali buste della spesa in plastica con gli omologhi in materiale biodegradabile.

6) Individuare e preservare il più possibile i tratti di spiaggia dove sono stati documentati siti di deposizione (come avviene alla famosa Isola dei Conigli a Lampedusa, ma più in generale per le coste meridionali della Sicilia). Per esempio, in un recente documento finalizzato alla valorizzazione di Capo Feto a Mazara, è stato proposto di costruire delle piattaforme sulla spiaggia in modo da evitare la distruzione dei siti di deposizione (Figura 7).

A questo punto, c’è da chiedersi quale possa essere, fra quelli esposti in precedenza, il fattore più critico per il futuro delle tartarughe marine dei mari Italiani.
Come già detto, non voglio influenzare il giudizio dei lettori di pesceinrete (anche perchè i pareri sono discordanti anche fra gli specialisti), ma se io fossi una tartaruga femmina farei il seguente ragionamento.
Ho superato gli anni oscuri, sono sfuggita ai predatori e alle reti, ho evitato la trappola dei sacchi di plastica e degli infidi ami, ho ritrovato la mia spiaggia ancora non erosa, ma adesso non posso scavare la buca alla giusta distanza dal mare dove deporre le mie uova! Non posso farlo perché la mia spiaggia è affollata dagli ombrelloni e sedie a sdraio o, peggio mi sento, non c’è più abbastanza litorale perché trovo muri, strade e villini a pochi metri dalla battigia.
Se io fossi quella tartaruga, cosa mai chiederei al genio della famosa lampada di Aladino che ho avuto la fortuna di trovare nel mio vagabondare per i fondali marini?
Ecco, credo che tutti gli amanti del mare e dei suoi prodotti dovrebbero individuare i tre desideri da fare esaudire al genio per cercare di permettere alle tartarughe marine di continuare i loro girovagare per i mari e deporre le loro palline di ping pong sulle spiagge come fanno da milioni e milioni di anni.

Figura 7 – Un possibile intervento in spiagge ancora non interessate dai lidi balneari per rendere fruibile il mare tutelando però i siti di deposizione delle tartarughe. Da Ragonese et al. (2019).
Bibliografia essenziale
AA.VV. (2015 -2019) Minouw Project – Applying science, innovation and partnership to reduce discards in European fisheries. http://minouw-project.eu/
Ballatore M. (2019) Le luci LED sulle reti da pesca riducono le catture accidentali di delfini e tartarughe. Pesceinrete, 10 Dicembre 2019.
Davidson A. (1972) Il mare in pentola. Mondadori, 422 pp.
Eayrs S. (2012) Comparative testing of bycatch reduction devices in tropical shrimp-trawl fisheries – A practical guide. Rome, FAO. 122 pp.
FAO Fisheries Department (2009) Guidelines to reduce sea turtle mortality in fishing operations. Rome, FAO: 128 pp.
https://podaci.ribarstvo.hr/files/SOLEMON-Handbook_2019_Ver_4.pdf)
Jereb P. & S. Ragonese (1990) First photographic documentation on a Dermochelys coriacea coriacea (Vandelli, 1761) from the South-Western Sicilian coasts. Proceedings of the 53° Meet. Unione Zool. Ital. (UZI). October 1990, Palermo: 17-18 (Reprinted in: NTR-ITPP, 33; 1991)
Jereb P. & S. Ragonese (1993) On the photographic documentation on a loggerhead turtle Caretta caretta (Linnaeus, 1758) hatching along the Southern Sicilian coasts (Central Mediterranean Sea). – Presented at the 27° European Marine Biology Symposium, Dublin (Ireland) 1992. N.T.R.-I.T.P.P., n. 42, pp. 16-19.
Lucchetti A., Punzo E. & Virgili M. (2016) Flexible Turtle Excluder Device (TED): an effective tool for Mediterranean coastal multispecies bottom trawl fisheries. Aquat. Living. Resour. 29: 201. https://doi.org/10.1051/alr/2016016
MEDITS Project (sibm.it)
Meunier V. (1868) Les grandes peches. Ed. du Bastion, 329 pp.
Piovano S., G. Basciano, F. Binda, S. Bizzarri, S. Clò & C. Giacoma (2008) Riduzione di catture accidentali di Caretta caretta e Pteroplatytrygon violacea con palangari derivanti. Biol. Mar. Mediterr., 15 (1): 346-347.
Ragonese S., R. Ragonese & K.I. Schiele (2019) La palude costiera di Capo Feto (Sicilia sud occidentale) – Una provocatoria proposta progettuale per passare dall’attuale abbandono e degrado allo status di oasi naturalistica fruibile da tutti gli organismi viventi (esseri umani inclusi!). NTR-ITPP, sr97: 33 pp.
Ragonese S. & P. Jereb (1991) Le tartarughe marine: cosa possiamo fare per salvarle? NTR-ITPP, Serie divulgativa, 5: 23pp.
Ria M., C. Caruso, M. De Pirro, G. Giannelli, S. Guiducci, P. Meschini, L. Papetti & E. Ricevuto (2011) Spiaggiamenti e catture accidentali di tartarughe marine in Toscana: resoconto delle attività della rete regionale. Biol. Mar. Mediterr., 18(1): 392-393.
Rinelli P. (resp) (2016) Final Report. FEP Sicilia 2007-2013 – Misura 3.5 Progetti pilota cod. 10/OPI/13: 61 pp.
Sala A., Lucchetti A., Affronte M. 2011*. Effects of Turtle Excluder Devices on bycatch and discard reduction in the demersal fisheries of Mediterranean Sea. Aquat. Living Resour. 24: 183–192. DOI: 10.1051/alr/2011109
Tudela, S. (2004) Ecosystem effects of fishing in the Mediterranean: an analysis of the major threats of fishing gear and practices to biodiversity and marine habitats. Studies and Reviews. General Fisheries Commission for the Mediterranean. No. 74. Rome, FAO: 44p.
Vasapollo C, Virgili M, Petetta A, Bargione G, Sala A & Lucchetti A (2019) Bottom trawl catch comparison in the Mediterranean Sea: Flexible Turtle Excluder Device (TED) vs traditional gear. PLoS ONE 14(12): e0216023. https://doi.org/10.1371/journal.pone.0216023
Tags: pescapesca incidentaleSergio Ragonesesettore itticotartarugatartarughe
CondividiTweetCondividiPinInviaCondividiInvia
Articolo precedente

Acquacoltura: un’industria essenziale per le comunità americane

Prossimo articolo

Viviani: “Serve cambio passo su gestione quote tonno rosso”

Sergio Ragonese

Sergio Ragonese

Ricercatore senior - IRBIM CNR di Mazara del Vallo

Articoli Correlati

microalghe sostenibili

Microalghe, meno sprechi con il riuso dell’acqua di coltura

by Davide Ciravolo
14 Maggio 2026

Le microalghe sono spesso raccontate come una delle risorse più promettenti della bioeconomia marina. Possono trovare applicazione nel feed, nella...

trasparenza prezzi alimentari

Prezzi alimentari, Governo e GDO aprono il tavolo sulla trasparenza

by Tiziana Indorato
14 Maggio 2026

La trasparenza nella dinamica dei prezzi alimentari torna al centro del confronto tra istituzioni e Grande Distribuzione Organizzata. Al Mimit...

acquacoltura in Germania - InfiniteSea-Credit-Uri-Magnus

Acquacoltura, la Germania cerca nel pesce la sua nuova sfida tecnologica

by Alice Giacalone
14 Maggio 2026

La Germania è uno dei Paesi simbolo dell’ingegneria europea. Automazione, meccanica, digitalizzazione, impiantistica e ricerca applicata sono ambiti nei quali...

COSVAP a TUTTOFOOD 2026

TUTTOFOOD, il COSVAP porta a Milano la filiera siciliana

by Redazione
14 Maggio 2026

La Sicilia dell'ittico e dell'agroalimentare si presenta a TUTTOFOOD 2026 con una presenza che va oltre la semplice partecipazione fieristica....

Prossimo articolo
Viviani tonnare extra Ue

Viviani: "Serve cambio passo su gestione quote tonno rosso"

Lascia un commento Annulla risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

Categorie articoli





Newsletter

Pesceinrete

Pesceinrete è la testata giornalistica unica in Italia ad occuparsi di pesca commerciale ed acquacoltura.
In quanto canale tematico e dai contenuti specializzati, si rivolge direttamente agli operatori della filiera con una comunicazione targettizzata che risponde alle esigenze del settore.

Categorie

  • Pesca
  • Acquacoltura
  • Eventi e Fiere
  • Mercati
  • Sostenibilità
  • Tecnologia

Segui le nostre pagine social

Stock images by Depositphotos

  • Chi siamo
  • PARTNER
  • Contatti
  • Pubblicità
  • Newsletter

© 2023 INRETE S.R.L. P.Iva: 02557660814 - Pesceinrete- il quotidiano del settore ittico | Web design by Motion Head

  • Home
  • News
  • Pesca
  • Acquacoltura
  • Protagonisti
  • Tecnologia
  • Sostenibilità
  • Mercati
  • Eventi e Fiere
  • Overseas English NEW
  • Archivio
  • Chi siamo
  • Contatti
  • Partner
  • Pubblicità
  • Newsletter
Nessun Risultato
Vedi tutti i Risultati

© 2023 INRETE S.R.L. P.Iva: 02557660814 - Pesceinrete- il quotidiano del settore ittico | Web design by Motion Head