La Sea Turtle Clinic dell’Università di Bari è stata rinnovata con un moderno sistema di vasche e impianti per la stabulazione, la cura e la riabilitazione delle tartarughe marine. La struttura, finanziata dalla Regione Puglia e realizzata nel Campus di Medicina Veterinaria di Valenzano, dispone di ricircolo dell’acqua marina, filtrazione biologica e meccanica e sterilizzazione mediante lampade UV. Secondo i dati regionali, la clinica accoglie ogni anno fino a 500 esemplari di Caretta caretta.
Un impianto che rafforza l’intero percorso di recupero
Recuperare una tartaruga marina in difficoltà è solo l’inizio. Dopo il soccorso comincia la fase più delicata: diagnosi, stabilizzazione, cure veterinarie, riabilitazione e verifica delle condizioni necessarie per il ritorno in mare.
È su questo percorso che interviene il nuovo impianto della Sea Turtle Clinic del Dipartimento di Medicina Veterinaria dell’Università degli Studi di Bari Aldo Moro.
Il sistema realizzato nel Campus di Valenzano è dotato di ricircolo dell’acqua marina, filtrazione biologica e meccanica e sterilizzazione mediante lampade UV. Tecnologie che consentono di migliorare le condizioni di degenza degli animali e di accompagnarne il recupero in un ambiente più controllato.
Il valore dell’investimento non risiede quindi soltanto nella disponibilità di nuove vasche. Sta nella possibilità di rendere più solido l’intero lavoro clinico, dalla permanenza dell’animale nella struttura fino alla valutazione della sua capacità di tornare a vivere in mare.
Il progetto, finanziato dalla Regione Puglia, rafforza inoltre le attività di assistenza veterinaria, ricerca scientifica, didattica e formazione, secondo l’approccio One Health, che considera insieme la salute degli animali, delle persone e degli ecosistemi. Le caratteristiche dell’intervento sono illustrate nel comunicato ufficiale della Regione Puglia.
Fino a 500 tartarughe accolte ogni anno
La dimensione del lavoro svolto dalla Sea Turtle Clinic emerge da un dato preciso. Secondo quanto comunicato dalla Regione Puglia, la struttura accoglie ogni anno fino a 500 esemplari di Caretta caretta.
Gli animali vengono recuperati grazie alla collaborazione con la Capitaneria di Porto, il Centro Recupero Tartarughe Marine WWF di Molfetta e le associazioni impegnate nella tutela dell’ambiente marino.
Nella maggior parte dei casi arrivano in clinica con lesioni riconducibili alle attività umane. Tra le principali cause di ricovero figurano ami dei palangari, reti da pesca, plastica e altri rifiuti ingeriti in mare.
Dietro ogni animale curato esiste quindi una catena operativa: qualcuno individua la tartaruga, qualcuno segnala l’emergenza, qualcuno la recupera e la trasporta, mentre veterinari e ricercatori si occupano delle cure e della riabilitazione.
Una struttura avanzata può fare la differenza solo quando questa rete riesce ad attivarsi in modo tempestivo.
Catture accidentali, la pesca può essere parte della soluzione
Le interazioni tra tartarughe marine e attrezzi da pesca rappresentano una delle pressioni affrontate dalla rete di recupero. Il tema, però, non può essere ridotto a una contrapposizione tra pesca e conservazione.
In caso di cattura accidentale, il comportamento tenuto a bordo può incidere sulle possibilità di sopravvivenza dell’animale. Il corretto trattamento della tartaruga, la segnalazione e il rapido contatto con le autorità o con un centro specializzato possono trasformare un incidente in un recupero riuscito.
La Commissione generale per la pesca nel Mediterraneo della FAO promuove per questo la diffusione di guide operative, attività di formazione e pratiche responsabili per il trattamento e il rilascio delle specie vulnerabili catturate accidentalmente. L’obiettivo è ridurre la mortalità, migliorare la raccolta dei dati e coinvolgere direttamente le comunità della pesca nella ricerca delle soluzioni.
La GFCM ha inoltre avviato un piano d’azione regionale per monitorare e mitigare le interazioni tra pesca e specie vulnerabili nel Mediterraneo e nel Mar Nero. Il tema è stato approfondito da Pesceinrete nell’articolo dedicato all’approccio GFCM per ridurre le interazioni tra pesca e specie vulnerabili.
La Sea Turtle Clinic si colloca nella parte finale di questo sistema. Non elimina il rischio delle catture accidentali, ma aumenta la possibilità che un animale recuperato vivo possa essere curato e restituito al mare.
Elettra e Francy, il senso concreto dell’investimento
Il significato del nuovo impianto è emerso subito dopo l’inaugurazione, con la liberazione di Elettra e Francy, due esemplari di Caretta caretta curati dalla Sea Turtle Clinic dopo essere rimasti coinvolti in attività di pesca.
Elettra proveniva dalla Grecia e portava sul carapace un dispositivo GPS utilizzato per attività di ricerca. Francy era stata invece recuperata lungo la litoranea di Molfetta.
Dopo le cure e l’applicazione del microchip, le due tartarughe sono state trasportate a bordo dei mezzi della Capitaneria di Porto di Bari e liberate al largo del porto, a circa un miglio nautico dalla costa.
Il loro ritorno in mare non cancella le pressioni che minacciano le tartarughe del Mediterraneo. Mostra però cosa può accadere quando recupero, assistenza veterinaria, ricerca e collaborazione istituzionale funzionano come un unico sistema.
La tutela della biodiversità diventa concreta proprio in questo passaggio: quando un animale ferito non viene soltanto soccorso, ma recupera le condizioni necessarie per tornare alla propria vita selvatica.













