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Home Acquacoltura

Dal feed al pesce: la sostenibilità cambia unità di misura

In acquacoltura, l’impronta ambientale per chilogrammo di dieta è un dato intermedio. Per valutarne il significato reale bisogna conoscere il metodo di calcolo e misurare il contributo del feed sul pesce effettivamente prodotto.

Luca Di Noto by Luca Di Noto
27 Luglio 2026
in Acquacoltura, Mercati, News, Sostenibilità
Mani che mostrano pellet per mangime in un allevamento ittico, immagine sul tema della sostenibilità del feed in acquacoltura

La sostenibilità del feed in acquacoltura si misura anche nella capacità del mangime di trasformarsi in pesce prodotto con un impatto ambientale più contenuto.

Una carbon footprint inferiore per chilogrammo di feed non identifica automaticamente la dieta più sostenibile. Il confronto è attendibile solo quando unità funzionale, confini di sistema, qualità dei dati e criteri di allocazione sono omogenei. L’impronta della dieta deve poi essere rapportata alla quantità utilizzata per produrre un chilogrammo di pesce e letta insieme alle altre categorie d’impatto ambientale.

Una dieta presenta una carbon footprint più bassa. È sufficiente per considerarla la scelta ambientalmente migliore?

Per un allevatore, la domanda non è più teorica. Gli indicatori ambientali stanno entrando nei sistemi di certificazione, nelle richieste della filiera e nei criteri con cui vengono valutati mangimi e materie prime. Il rischio è trasformare un’informazione complessa in una classifica elementare: il numero più basso diventa automaticamente il risultato migliore.

La carbon footprint è un indicatore utile, ma descrive il risultato di un calcolo. Per comprenderla bisogna sapere che cosa sia stato incluso, quali dati siano stati utilizzati e come siano stati attribuiti gli impatti. Poi occorre verificare che cosa accade quando la dieta entra nell’allevamento.

Tra il chilogrammo di feed e il chilogrammo di pesce esiste infatti un passaggio decisivo: la trasformazione della dieta in biomassa. È lì che il dato ambientale incontra la biologia e può essere confermato, ridimensionato o persino ribaltato dalla risposta produttiva.

La carbon footprint non è un valore assoluto

La carbon footprint di un mangime viene generalmente espressa in chilogrammi di CO₂ equivalente per chilogrammo o tonnellata di prodotto. La stessa unità di misura, però, non garantisce che due valori siano direttamente confrontabili.

Un’analisi può comprendere la produzione delle materie prime, la loro trasformazione, l’energia utilizzata, i trasporti e il processo industriale fino all’uscita dal mangimificio. Un’altra può adottare un perimetro diverso. Possono cambiare anche l’anno di riferimento dei dati, il trattamento delle emissioni legate al cambiamento d’uso del suolo e le modalità con cui i carichi ambientali vengono distribuiti tra prodotto principale e coprodotti.

Sono scelte metodologiche che incidono sul risultato, non precisazioni riservate agli specialisti.

Per questo, davanti a due carbon footprint, la prima domanda non dovrebbe essere “qual è la più bassa?”, ma “che cosa è stato misurato e secondo quali regole?”.

La valutazione del ciclo di vita, o Life Cycle Assessment, serve proprio a ordinare questa complessità. Ricostruisce risorse, consumi ed emissioni lungo il perimetro individuato e li riferisce a un’unità funzionale precisa. La metodologia GFLI, sviluppata per il settore della nutrizione animale in coerenza con i riferimenti FAO-LEAP ed europei PEF, distingue i confini del sistema e contempla differenti criteri di allocazione dei coprodotti, oltre a più categorie d’impatto.

Un numero può quindi essere espresso con grande precisione decimale e restare debole sul piano decisionale. La precisione matematica non sostituisce la trasparenza metodologica.

Lo stesso ingrediente può raccontare storie ambientali diverse

Nella mangimistica, il nome di una materia prima non ne definisce automaticamente l’impronta.

Lo stesso ingrediente può presentare profili ambientali molto differenti in base all’origine geografica, alle rese agricole o industriali, alle fonti energetiche, ai processi di trasformazione, alla logistica e alle pratiche adottate lungo la filiera. Anche l’età del dato conta: un valore riferito a tecnologie superate può rappresentare male una produzione che, nel frattempo, ha migliorato efficienza e consumi.

Non esiste quindi un’unica impronta della soia, del grano, di un olio vegetale o di una materia prima marina. Esistono dati riferiti a filiere, aree produttive e tecnologie specifiche.

La distinzione tra valori medi e dati primari diventa centrale. Una media internazionale può offrire un riferimento utile, ma non sempre descrive l’ingrediente realmente utilizzato in una determinata formula. Un dato specifico di filiera può essere più aderente alla realtà, purché sia recente, rappresentativo e raccolto secondo criteri verificabili.

Anche i coprodotti richiedono rigore. Il loro impiego consente di valorizzare flussi generati da altre lavorazioni, ma non li rende privi di impatto. Una quota dei carichi ambientali del processo originario deve essere attribuita anche a essi. Il risultato cambia in funzione del criterio scelto: valore economico, massa secca o contenuto energetico sono, per esempio, tre modalità contemplate dalla metodologia GFLI.

La circolarità, dunque, non può essere dimostrata soltanto dalla presenza di un coprodotto in formula. Bisogna conoscere il metodo con cui gli è stato assegnato un impatto e valutare l’effetto complessivo della sua inclusione.

La qualità del dato ambientale entra così nella qualità formulativa. Non basta sapere che cosa apporta una materia prima sul piano nutrizionale. Occorre conoscere anche la filiera rappresentata dal dato utilizzato per misurarne l’impatto.

La misura utile all’allevatore è il pesce prodotto

L’impresa acquicola non vende feed. Vende pesce.

È questa evidenza a cambiare l’unità di misura del ragionamento. L’impronta per chilogrammo di mangime rappresenta un dato intermedio; per diventare realmente utile deve essere collegata alla quantità di dieta necessaria per ottenere un chilogrammo di biomassa.

In una lettura semplificata, il contributo climatico del feed per chilogrammo di peso vivo può essere stimato mettendo in relazione due grandezze: la carbon footprint della dieta e l’eFCR ottenuto nel ciclo. Non è una valutazione completa dell’allevamento, ma è un passaggio indispensabile per evitare confronti fuorvianti.

Una dieta con un’impronta inferiore per chilogrammo può perdere parte del proprio vantaggio se ne occorre una quantità maggiore per produrre la stessa biomassa. Al contrario, una formulazione con una carbon footprint unitaria leggermente superiore può generare un contributo più contenuto sul pesce finale quando viene convertita con maggiore efficienza.

Il confronto corretto, quindi, non si ferma all’uscita dal mangimificio. Deve arrivare al chilogrammo di pesce prodotto, mantenendo invariati e trasparenti i confini del calcolo.

Questo non significa ridurre la sostenibilità al solo indice di conversione. Contano anche sopravvivenza, durata del ciclo, biomassa commercializzabile ed efficienza complessiva dell’impianto. Inoltre, il feed rappresenta una componente dell’impronta finale, non l’unica. Energia, pompaggio, ossigenazione, produzione del novellame, materiali e attività operative assumono pesi differenti a seconda del sistema di allevamento.

Resta però un principio fermo: profilo ambientale della dieta ed efficacia biologica devono essere valutati insieme.

Una formula che riduce la carbon footprint sulla carta, ma richiede più mangime, allunga il ciclo o compromette la solidità della risposta produttiva, non costituisce necessariamente un avanzamento. Può aver semplicemente spostato il problema dal modello di calcolo all’allevamento.

La soluzione ambientalmente più evoluta non è quindi quella che espone il valore unitario più basso. È quella che contribuisce a ridurre l’impatto per unità di pesce prodotto, mantenendo adeguati valore nutrizionale, salute, efficienza e affidabilità del ciclo.

Il carbonio misura il clima, non l’intera sostenibilità

La carbon footprint è diventata l’indicatore più visibile perché traduce il contributo al cambiamento climatico in un’unica unità di misura. Una dieta, però, esercita pressioni anche su altre dimensioni.

Uso del suolo, eutrofizzazione, consumo idrico, impiego di risorse fossili, pressione sulle risorse marine e possibili effetti sulla biodiversità appartengono a categorie differenti. Non sempre migliorano tutte nella stessa direzione.

Una materia prima può presentare un buon profilo climatico e maggiori criticità rispetto all’uso del suolo. Un ingrediente locale può ridurre il trasporto, ma provenire da un processo produttivo meno efficiente. Un coprodotto può migliorare l’utilizzo delle risorse, mentre il suo profilo resta condizionato dal criterio con cui gli vengono attribuiti i carichi della lavorazione principale.

Sono i trade-off della sostenibilità: migliorare un indicatore può aumentare la pressione su un altro.

Una valutazione matura non nasconde questi compromessi e non li risolve con uno slogan. Li misura, li rende leggibili e li porta dentro il processo formulativo. L’obiettivo non è trovare un ingrediente ambientalmente perfetto, perché difficilmente esiste, ma costruire il migliore equilibrio possibile tra fabbisogni nutrizionali, disponibilità delle materie prime, risposta produttiva e differenti categorie d’impatto.

Il profilo ambientale, quindi, non dovrebbe essere calcolato soltanto a valle, su una formula già definita. Deve entrare nel processo con cui la dieta viene costruita, insieme a digeribilità, sicurezza, disponibilità, costo e prestazioni attese.

È su questo passaggio dalla misurazione alla decisione formulativa che interviene l’esperienza di Skretting Italia. L’azienda ha aggiornato il proprio approccio sistematico alla carbon footprint, certificato secondo la norma ISO 14067, al sistema MyFeedPrint di Nutreco. La soluzione è integrata nel programma di formulazione e consente di aggiornare i valori in funzione delle modifiche apportate alle formule, oltre a fornire dati certificati quando richiesto.

Marcel Görmer, Sustainability Program Manager di Skretting Norway
Marcel Görmer, Sustainability Program Manager di Skretting Norway

Marcel Görmer, Sustainability Program Manager di Skretting Norway, spiega: “Il vero valore delle valutazioni del ciclo di vita non risiede nella produzione di un singolo valore di impronta ambientale. Risiede nella capacità di migliorare continuamente la qualità delle informazioni disponibili e di integrare il principio del life cycle thinking nelle funzioni aziendali e lungo la catena del valore, per supportare decisioni sempre più consapevoli.

Per questo motivo, la quantificazione degli impatti ambientali non dovrebbe essere considerata un esercizio occasionale, ma un percorso continuo di miglioramento. Ogni valutazione fornisce una fotografia delle conoscenze disponibili in un determinato momento, ma aiuta anche a individuare gli ambiti in cui la comprensione può e deve essere ulteriormente rafforzata. Lacune informative, filiere non sufficientemente rappresentate, categorie d’impatto ancora non considerate o collegamenti deboli tra prestazioni ambientali e produttive emergono spesso solo quando la misurazione viene avviata.

È questo l’approccio adottato da Skretting. La quantificazione dell’impronta ambientale non viene considerata una semplice attività di rendicontazione, ma uno strumento a supporto delle decisioni di approvvigionamento, formulazione e produzione. L’obiettivo è rafforzare progressivamente la qualità, la rappresentatività e l’ampiezza delle informazioni utilizzate per valutare le prestazioni ambientali.

Questo percorso comprende, ad esempio, l’integrazione graduale di dati di impronta specifici dei fornitori, l’estensione delle valutazioni dal mangime al pesce e la progressiva inclusione di ulteriori categorie d’impatto ambientale accanto al cambiamento climatico. Ogni passo contribuisce a costruire una comprensione più completa di come le scelte sulle materie prime, le decisioni formulative e le performance biologiche influenzino gli impatti ambientali complessivi.

Altrettanto importante quanto il risultato è la qualità delle informazioni che lo generano. Un valore di impronta ambientale dovrebbe sempre essere interpretato insieme alla qualità dei dati su cui si basa. I miglioramenti delle prestazioni ambientali e quelli della qualità del dato dovrebbero quindi procedere di pari passo. Una minore impronta può indicare un progresso, ma lo stesso vale per un aumento della robustezza, della rappresentatività e della completezza delle informazioni utilizzate per calcolarla.

Per questo motivo, è essenziale disporre di una base dati ambientale centralizzata e soggetta a rigorosi processi di controllo qualità. Quando le informazioni di impronta vengono collegate in modo coerente ai dati di approvvigionamento, formulazione, qualità del mangime e performance produttive, gli indicatori ambientali cessano di essere semplici metriche di rendicontazione. Diventano parte integrante del processo decisionale.

L’obiettivo finale non è individuare un’unica misura definitiva della sostenibilità. È costruire una visione sempre più completa delle prestazioni ambientali e utilizzare questa conoscenza per prendere decisioni più informate lungo tutta la catena del valore. In questo senso, la valutazione del ciclo di vita non rappresenta il punto di arrivo del percorso di sostenibilità. È uno degli strumenti più efficaci per orientarlo.”

Tags: acquacolturaadvcarbon footprinteconomia circolareimpatto ambientaleLCALife Cycle Assessmentmangimistica acquicolamaterie primeMyFeedPrintSkrettingsostenibilità del feed
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Luca Di Noto

Giornalista e autore Pesceinrete Luca Di Noto è giornalista e autore Pesceinrete. Scrive contenuti dedicati a imprese, prodotti, mercati, consumi, food service, distribuzione e trasformazione del settore ittico. Nei suoi articoli segue la filiera seafood con un taglio professionale, attento alle dinamiche economiche e alla leggibilità dei fenomeni commerciali.

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