Quando si parla di sostenibilità nel settore ittico, il dibattito si concentra spesso su stock, quote, selettività degli attrezzi e impatto sugli habitat. Oggi, però, un nuovo studio porta l’attenzione su un elemento meno visibile ma sempre più rilevante: il ruolo climatico dei fondali marini. Al centro della ricerca c’è la pesca degli scampi nel Mare del Nord e, in particolare, l’effetto che la pesca a strascico può avere sul carbonio immagazzinato nei sedimenti fangosi.
Lo studio, realizzato per conto del Convex Seascape Survey da ricercatori dell’Università di Exeter e pubblicato su Marine Geology, ha analizzato il carbonio presente nei fondali del Fladen Ground, una vasta area fangosa situata a est della Scozia e considerata una delle più importanti zone di pesca commerciale del Mare del Nord. In questa regione viene pescato il Nephrops norvegicus, noto come astice norvegese o scampo, specie strettamente associata ai fondali molli e fangosi.
Il punto chiave della ricerca è che questi fondali non svolgono soltanto una funzione ecologica per le specie bentoniche e commerciali, ma rappresentano anche serbatoi di carbonio di lungo periodo. Nei sedimenti della piattaforma continentale si accumula infatti materia organica che, una volta sepolta, può restare intrappolata per tempi lunghi, contribuendo alla regolazione del clima. Quando però il fondale viene disturbato da attrezzi trainati, come nel caso della pesca a strascico, questo equilibrio può essere alterato.
I ricercatori spiegano che non tutti i fanghi marini si comportano allo stesso modo. Cambiano la quantità di carbonio immagazzinata, la velocità con cui nuovo carbonio viene sepolto e anche la vulnerabilità di questo materiale a essere rimobilizzato dopo un disturbo fisico. Proprio per questo motivo, valutare l’impatto climatico della pesca a strascico richiede un’analisi che tenga conto delle caratteristiche specifiche di ciascun habitat.
Nel caso del Fladen Ground, la ricerca mostra che l’accumulo moderno di nuovo carbonio è molto lento. I sedimenti esaminati indicano che una parte importante del carbonio presente nel fondale si è depositata nel corso di tempi lunghi e che le attività di pesca possono disturbare materiale sedimentario accumulato anche su scala plurimillenaria. Questo significa che il danneggiamento del fondale non può essere letto solo in termini di habitat fisico o biodiversità, ma anche in relazione alla stabilità di un deposito naturale di carbonio.
Il dato è particolarmente significativo perché suggerisce che, una volta alterato il sedimento, il sistema non sia in grado di rigenerarsi rapidamente. In aree come il Fladen Ground, dove il seppellimento di nuovo carbonio è ridotto, la capacità di ripristino appare limitata. In altri fondali fangosi, invece, dove l’accumulo è più attivo, l’effetto della pesca a strascico potrebbe risultare diverso e, in alcuni casi, anche più critico sotto il profilo climatico, proprio perché coinvolgerebbe carbonio più recente e potenzialmente più vulnerabile.
L’autrice dello studio, Zoe Roseby, sottolinea un aspetto che tocca direttamente anche la percezione del consumatore. Gli scampi, infatti, vengono spesso presentati sul mercato come una scelta di pesce sostenibile, ma raramente si spiega con chiarezza che il Nephrops vive in fondali fangosi e che la sua cattura avviene generalmente attraverso reti trainate sul fondo. È questa distanza tra immagine del prodotto e realtà del metodo di pesca a rendere, secondo i ricercatori, il costo ambientale “largamente invisibile”.
Il lavoro non sostiene però che ogni area di pesca agli scampi abbia lo stesso peso climatico. Al contrario, uno dei messaggi più solidi dello studio è che non tutti i fondali marini presentano lo stesso rischio. Il Fladen Ground, pur essendo un caso importante, non viene indicato automaticamente come il sito più sensibile in assoluto. La ricerca invita semmai a superare le semplificazioni e a introdurre una lettura spaziale più intelligente della gestione marina, capace di distinguere tra zone dove il carbonio è più stabile e zone dove invece il disturbo del sedimento può avere effetti più rilevanti.
È proprio qui che il tema tocca da vicino anche la governance della pesca. Secondo gli autori, una gestione marina efficace non dovrebbe limitarsi a misurare quanto carbonio è presente nei sedimenti, ma dovrebbe considerare anche la velocità di seppellimento e la vulnerabilità del carbonio al rilascio in seguito al disturbo. Questo approccio aggiunge un nuovo livello di complessità alla definizione di sostenibilità: non basta chiedersi cosa si pesca, ma anche dove e come lo si pesca.
Il coautore dello studio, Callum Roberts, scienziato a capo del Convex Seascape Survey, chiarisce che il punto non è attaccare il consumo di scampi o mettere in discussione la pesca in sé. La questione è più articolata e riguarda la necessità di collegare la gestione delle attività al funzionamento reale degli habitat bentonici nel ciclo del carbonio. In questa prospettiva, la sostenibilità climatica di un prodotto ittico passa anche dalla capacità di evitare il disturbo delle aree che stanno accumulando e seppellendo carbonio in modo efficiente.
Per la filiera ittica, il messaggio è tutt’altro che marginale. La sostenibilità non può più essere letta soltanto in chiave biologica o commerciale. Sempre più spesso entrano in gioco la qualità del fondale, il tipo di pressione esercitata dagli attrezzi e il contributo degli ecosistemi marini alla stabilità climatica. Questo non significa semplificare il dibattito in una contrapposizione tra pesca e ambiente, ma riconoscere che il futuro della pesca sostenibile dipenderà anche dalla capacità di integrare conoscenze ecologiche, sedimentologiche e climatiche nelle decisioni di gestione.
Lo studio pubblicato su Marine Geology aggiunge quindi un tassello importante a un confronto destinato a crescere. Perché se è vero che il consumatore guarda sempre di più alla sostenibilità del prodotto ittico, è altrettanto vero che questa sostenibilità oggi non può fermarsi alla specie o al marchio. Deve arrivare fino al fondale. E nei fanghi del Mare del Nord, da cui provengono molti scampi destinati al mercato, il costo climatico della pesca potrebbe essere meno evidente di altri impatti, ma non per questo meno importante.












