Al CNR–IRBIM di Mazara del Vallo il gambero rosso è diventato il caso concreto attraverso cui leggere una questione più ampia: la resilienza degli ecosistemi marini, la sostenibilità della pesca a strascico e la gestione condivisa delle risorse nel Mediterraneo.
L’incontro S4F Stakeholder Meeting, ospitato lo scorso 19 giugno, ha riunito ricercatori, tecnici e operatori attorno a un tema che riguarda da vicino il futuro della pesca nel Canale di Sicilia. Il programma della giornata ha previsto un confronto articolato sullo stato degli stock, sugli ecosistemi profondi, sulla pianificazione dello spazio marittimo, sull’innovazione tecnologica, sulla riduzione degli impatti della pesca a strascico e sulla governance del gambero rosso come risorsa condivisa.
È stato un incontro partecipato, con interventi di spessore e un taglio tecnico, ma legato a problemi molto concreti per la filiera. A restituire una lettura complessiva dei temi affrontati è stato Fabio Fiorentino, Dirigente di ricerca del CNR–IRBIM, con una sintesi precisa ed esaustiva, capace di collegare biologia degli stock, pressione di pesca, tutela degli habitat, sostenibilità economica e prossime scelte di gestione internazionale.
Fiorentino ha richiamato innanzitutto lo stato delle principali risorse demersali pescate nel Canale di Sicilia. Il quadro non è uniforme. Alcune specie mostrano condizioni di sfruttamento compatibili con la sostenibilità, ma con dinamiche biologiche molto diverse. La triglia, specie a maturazione rapida, presenta condizioni più favorevoli. Il nasello, pur mostrando segnali di miglioramento, risente ancora del sovrasfruttamento accumulato negli anni precedenti, anche perché ha tempi di maturazione più lunghi e necessita di più tempo per ricostituire pienamente la biomassa.
Anche il gambero rosa è stato richiamato come specie a turnover rapido, capace di sostenere cicli biologici più dinamici. In questo caso, secondo la sintesi proposta, lo sfruttamento appare sostenibile, ma i livelli di biomassa non sono sempre ottimali e le oscillazioni potrebbero essere influenzate anche da fattori ambientali.
Il punto più sensibile resta il gambero rosso. Fiorentino ha evidenziato una doppia criticità: da un lato una mortalità da pesca ancora elevata, dall’altro una biomassa disponibile in mare inferiore al potenziale. È qui che il tema scientifico diventa immediatamente gestionale, perché la risorsa ha un valore economico rilevante e viene pescata in un’area in cui le decisioni coinvolgono più Paesi.
Il confronto arriva alla vigilia della 27ª sessione del Comitato consultivo scientifico sulla pesca, il SAC della Commissione generale per la pesca nel Mediterraneo, in programma dal 22 al 25 giugno nella sede della FAO, a Roma. Fiorentino ha ricordato che sarà nuovamente presente nella delegazione italiana chiamata ad affrontare la revisione dei piani di gestione per il Canale di Sicilia.
Il passaggio si annuncia delicato. Nella sintesi è stato richiamato anche il nodo delle quote tunisine sul gambero rosso. Secondo quanto riferito da Fiorentino, la Tunisia avrebbe superato le quote di cattura assegnate e avrebbe chiesto un incremento del 10% delle quote previste dal piano. Una richiesta considerata non accettabile nel quadro attuale, perché in una condizione di sovrasfruttamento un aumento da una parte potrebbe tradursi in una riduzione delle quote nazionali assegnate agli altri Paesi.
Ma il tema non riguarda solo le quantità pescate. La sintesi finale ha riportato al centro anche il rapporto tra pesca e habitat sensibili. La pesca del gambero rosso può incidere sulle comunità presenti sui fondali e su specie considerate vulnerabili dal punto di vista ecologico. Per questo, la risposta non può ridursi a una contrapposizione semplice tra attività produttiva e conservazione.
La prospettiva indicata è quella di una pesca più precisa nello spazio. Non un blocco indistinto delle attività, ma una pianificazione capace di distinguere le aree in cui la pesca può continuare a svolgere la propria funzione produttiva da quelle in cui l’obiettivo prioritario deve essere la conservazione della biodiversità.
Fiorentino ha usato l’immagine di un mosaico: zone destinate alla pesca e zone lasciate alla ricostituzione degli ecosistemi. È una lettura concreta, perché riconosce che le aree produttive non possono essere trattate come aree a massima biodiversità, ma allo stesso tempo afferma la necessità di spazi marini in cui habitat e comunità vulnerabili possano essere protetti.
In questa visione, la sostenibilità non è un esercizio astratto. È la condizione per continuare a pescare nel tempo, difendendo il valore economico di una filiera importante e riducendo il rischio di consumare la risorsa da cui quella filiera dipende. Il gambero rosso resta un prodotto strategico, ma il suo futuro passa dalla qualità delle scelte di gestione, dalla solidità dei dati scientifici e dalla capacità dei Paesi coinvolti di rispettare regole comuni.
Dal confronto al CNR–IRBIM emerge un messaggio chiaro: il futuro della pesca nel Canale di Sicilia non si gioca soltanto sulle quote, ma sull’organizzazione dello spazio marino, sulla responsabilità internazionale e sulla capacità di conciliare produzione e conservazione.
Il gambero rosso, in questo senso, non è solo una specie da gestire. È un banco di prova per capire se la pesca mediterranea saprà diventare più selettiva, più controllata e più consapevole del proprio futuro.












