C’è una parte di economia blu che per anni è rimasta ai margini del racconto mediatico, nonostante un potenziale enorme: quella delle alghe marine. Non per mancanza di produzione o di interesse industriale, ma per un motivo molto più semplice e decisivo: la mancanza di dati affidabili e comparabili.
È proprio da questa lacuna che nasce l’iniziativa presentata da Hatch Blue, società internazionale specializzata in investimenti e consulenza per l’acquacoltura, che ha annunciato l’estensione della piattaforma Seaweed Insights all’America Latina e ai Caraibi.
Non solo alghe, ma informazioni che mancavano
La nuova piattaforma non è un semplice archivio di numeri. L’obiettivo dichiarato è più concreto: offrire una visione regionale strutturata del settore delle macroalghe, indicando dove si produce, con quali volumi, con quali modelli organizzativi e con quali prospettive di crescita.
Secondo Hatch Blue, l’assenza di dati standardizzati ha rappresentato finora un vero collo di bottiglia: rende più difficile investire, pianificare politiche pubbliche e costruire filiere credibili e sostenibili. Seaweed Insights nasce per ridurre questa incertezza e per rendere più leggibile un mercato che, in molte aree, resta ancora “sottotraccia”.
Un lavoro sul campo, non solo da scrivania
Uno degli aspetti più interessanti del progetto è il metodo: non si tratta di una ricostruzione a distanza. Nel comunicato diffuso da Hatch Blue è spiegato che lo studio si basa su un’indagine diretta con oltre 75 allevatori intervistati, 15 siti produttivi visitati e dati raccolti in 20 regioni di coltivazione, comprese 10 isole. Le attività sul campo hanno coinvolto, tra gli altri, Saint Lucia, Saint Vincent and the Grenadines, Grenada e Venezuela, con ulteriori missioni in Cile e Brasile.
Il focus principale è stato sulle alghe rosse coltivate, in particolare i gruppi eucheumatoidi e le specie di Gracilaria, descritte come la base commerciale dell’industria in molte applicazioni: dal food agli ingredienti per cosmetica, fino a impieghi in materiali bio-based e biostimolanti. Il team ha provato anche a documentare il kelp gigante (Macrocystis pyrifera), ma nel comunicato viene precisato che è stato escluso dalle comparazioni standardizzate per campione insufficiente: sono state individuate solo due aziende attive in Cile.

Caraibi e Sud America: due mondi diversi, stesse vulnerabilità
Dal quadro che emerge, le differenze regionali sono nette, ma alcune fragilità si ripetono.
Nei Caraibi, Saint Lucia è indicata come leader dell’area, con una quota stimata tra il 50% e il 60% della produzione regionale e una forza lavoro di circa 800 allevatori. Grenada viene citata come caso di crescita favorita anche da una collaborazione istituzionale, con un ruolo specifico del Ministero della Blue Economy. Saint Vincent and the Grenadines, invece, viene descritta in una fase di ricostruzione dopo i gravi danni alle infrastrutture causati dall’uragano Beryl nel 2024. Sempre nei Caraibi, Hatch Blue evidenzia il ruolo delle donne nelle attività di trasformazione e valore aggiunto, soprattutto in cosmetica e prodotti alimentari, in un settore però esposto agli stress climatici.
In Sud America, il Cile viene indicato come Paese guida, ma con un dato che pesa: il 97% dell’offerta è ancora legata alla raccolta selvatica. La coltivazione, storicamente connessa alla produzione di agar da Gracilaria (Agarophyton chilensis), viene descritta come in difficoltà negli ultimi anni. Il comunicato richiama anche un tema di mercato: prezzi in calo e una filiera di trasformazione molto concentrata.
Il Venezuela è presentato come uno dei casi più dinamici: secondo Hatch Blue, la produzione è cresciuta rapidamente dal 2019 e il Paese ha raggiunto la seconda posizione regionale, grazie a modelli integrati che supportano centinaia di piccoli produttori. Il Brasile viene invece descritto come un comparto in progressiva professionalizzazione, soprattutto nello Stato di Santa Catarina, dove le coltivazioni sono integrate in parchi di acquacoltura insieme ai mitili. Qui la domanda è spinta dall’agricoltura, in particolare per i biostimolanti liquidi.
Il punto vero: organizzazione e regole, oltre la tecnologia
Il report, per come è sintetizzato nel comunicato, insiste su un messaggio chiaro: l’espansione del settore non è solo una questione tecnica. È anche, e soprattutto, una sfida organizzativa. Hatch Blue indica come più promettenti i modelli integrati e comunitari, capaci di connettere allevatori e imprenditori e di garantire continuità di mercato. In Brasile, ad esempio, vengono citate strutture di contract farming come leva per assicurare accesso al mercato e prezzi più stabili per i piccoli operatori.
La crescita futura viene collegata anche a fattori di resilienza climatica e qualità del materiale di semina, oltre a percorsi di ricerca su selezione genetica e biobanche. A questo si aggiunge un tema ricorrente in tutte le filiere emergenti: la necessità di quadri normativi chiari e condizioni di mercato più eque, per ridurre instabilità e rendere affidabili gli approvvigionamenti.
Anche se la lente è puntata su America Latina e Caraibi, la questione è globale: le alghe marine stanno entrando sempre più spesso nelle strategie di sostenibilità, diversificazione produttiva e sviluppo di nuovi ingredienti e materiali. Disporre di dati strutturati su aree ad alto potenziale significa poter leggere prima le dinamiche di mercato, capire dove nasceranno nuove filiere e quali modelli avranno maggiori chance di consolidarsi.
Hatch Blue presenta Seaweed Insights come un’infrastruttura di conoscenza a disposizione del settore: l’analisi regionale e il database sono indicati come disponibili tramite piattaforma digitale open access, con l’obiettivo di rendere più trasparente un comparto che, fino a ieri, era difficile persino misurare.












