La presenza di Annamaria Mele al workshop promosso da Agripesca manda un segnale chiaro: nella pesca è possibile superare la logica degli schieramenti senza cancellare le differenze. Di fronte alla crisi della piccola pesca costiera, alle regole che penalizzano il Mediterraneo, al mancato ricambio generazionale e alla debolezza delle tutele sociali, gli interessi concreti delle imprese devono venire prima della competizione tra organizzazioni.
Nel mondo della rappresentanza, partecipare all’iniziativa di un’altra associazione può sembrare un gesto ordinario. Nel settore della pesca italiana, storicamente frammentato tra sigle, territori e differenti livelli di rappresentatività, può invece assumere un significato preciso.
La presenza di Annamaria Mele, presidente nazionale di ANAPI Pesca, al workshop “Sicilia snodo del Mediterraneo. La competitività della pesca”, organizzato da Agripesca, non è stata una semplice adesione di cortesia. Ha mostrato che associazioni distinte possono sedersi nello stesso luogo, ascoltarsi e riconoscersi sui problemi comuni senza rinunciare alla propria autonomia.
È un segnale che fa bene al settore. Non perché le differenze abbiano improvvisamente smesso di esistere, ma perché si afferma un criterio più maturo: quando sono in gioco il futuro delle imprese e la sopravvivenza di interi segmenti della flotta, l’appartenenza non può contare più dell’interesse rappresentato.
“Sono stata presente per due motivi fondamentali”, spiega Mele a Pesceinrete. “Il primo è l’importanza della tematica affrontata. La Sicilia è uno snodo del Mediterraneo per la pesca e il confronto poteva offrire indicazioni interessanti. Il secondo riguarda la linea intrapresa da ANAPI Pesca: un associazionismo costruttivo, collaborativo e fondato sulla partecipazione”.
La rappresentanza vale quando serve alle imprese
La riflessione di Mele parte dalle condizioni della piccola pesca costiera, uno dei segmenti più esposti alla contrazione della redditività, alle trasformazioni ambientali, alla complessità normativa e alla difficoltà di garantire un ricambio generazionale.
Un comparto che soffre da decenni, osserva la presidente, non può continuare a disperdere energie nella difesa dei confini tra organizzazioni.
“A cosa serve farsi la guerra tra poveri? A cosa serve considerarsi avversari o temere che la partecipazione a un’iniziativa possa dare maggiore visibilità a un’associazione piuttosto che a un’altra?”.
La frase è netta, ma non contiene un invito a cancellare le sigle. Le associazioni hanno storie, sensibilità e basi sociali differenti. Competono legittimamente per le adesioni, partecipano ai tavoli istituzionali e cercano di rafforzare il proprio peso.
Il problema nasce quando questa competizione smette di essere uno stimolo e diventa un ostacolo alla costruzione di posizioni comuni.
Per Mele, il valore di un’organizzazione non può essere misurato soltanto attraverso il numero degli iscritti, la presenza negli organismi consultivi o il riconoscimento ottenuto nei processi istituzionali. Questi elementi sono importanti, ma restano strumenti.
La domanda decisiva è un’altra: che cosa cambia realmente per le imprese rappresentate?
“Possiamo avere un determinato numero di associati e concorrere in termini di rappresentanza, ma dobbiamo chiederci che cosa abbiamo fatto davvero per la categoria”, afferma.
È un passaggio che riguarda l’intero sistema associativo. Consolidare una base numerica è un risultato organizzativo; trasformare quel peso in norme migliori, tutele più efficaci e condizioni economiche sostenibili è il risultato politico.

I problemi dei pescatori non hanno una tessera
Il cambiamento climatico non distingue tra associazioni. Lo stesso vale per l’aumento dei costi, l’invecchiamento della flotta, la difficoltà di trovare personale, la riduzione delle giornate di pesca e l’assenza di prospettive sufficientemente attrattive per i giovani.
“Il problema del mio pescatore è identico al problema del pescatore di Agripesca, di Federpesca, di Fedagri o di Coldiretti Impresa Pesca”, sottolinea Mele.
Qui si trova il punto centrale della sua posizione. L’impresa sceglie liberamente da quale organizzazione farsi rappresentare, ma affronta criticità che appartengono all’intero comparto.
La specificità della pesca mediterranea, le conseguenze delle normative europee, il riconoscimento del lavoro usurante, gli ammortizzatori sociali e il ricambio generazionale non possono essere affrontati come temi riservati a una singola sigla.
Quando gli obiettivi coincidono, una posizione sostenuta da più organizzazioni ha maggiori possibilità di arrivare ai livelli decisionali con chiarezza e forza. Non elimina il confronto, ma evita che la frammentazione indebolisca richieste già difficili da affermare.
Mele richiama anche un altro aspetto: alcune prescrizioni europee possono diventare ancora più complesse quando vengono tradotte nell’ordinamento nazionale attraverso disposizioni che ne irrigidiscono l’applicazione.
Per intervenire su questo quadro non basta denunciare genericamente l’eccesso di regole. Servono proposte tecniche, continuità nei tavoli e la capacità di distinguere la tutela delle risorse da quelle limitazioni che producono effetti sproporzionati sulle imprese mediterranee.
Collaborare senza cancellare le differenze
La collaborazione indicata da Mele non è una convergenza incondizionata. La presidente di ANAPI Pesca riconosce apertamente che possono esistere divergenze nei metodi, nelle scelte e nella comunicazione, soprattutto a livello regionale.
Questo rende la sua posizione più credibile. Non viene rappresentata un’unità artificiale, nella quale tutte le organizzazioni dovrebbero improvvisamente pensarla allo stesso modo. Viene proposta una distinzione più concreta: si può dissentire su molti aspetti e, nello stesso tempo, lavorare insieme sulle questioni che incidono sulla vita delle imprese.
“Quando vengo invitata a partecipare a un’iniziativa e ne condivido il pensiero, mi piace affermarlo con la presenza fisica, non soltanto concettualmente”, spiega Mele.
Essere presenti significa ascoltare, contribuire e assumersi la responsabilità di sostenere pubblicamente ciò che si ritiene utile. Non equivale ad approvare ogni scelta dell’organizzazione promotrice, né a rinunciare alle proprie posizioni.
Il significato della partecipazione sta proprio qui: la collaborazione non richiede uniformità, ma responsabilità.
Nella visione espressa da Mele, anche la tutela degli interessi interni deve seguire un criterio preciso. Un’associazione non può identificare automaticamente l’interesse generale con quello dell’operatore più strutturato o influente.
“Se una regola sta bene a un armatore importante, ma non sta bene a 150 imprese della stessa area, io mi batto per le 150 imprese”, afferma.
È una dichiarazione che porta il ragionamento oltre il rapporto tra sigle. Riguarda il modo stesso di concepire la rappresentanza: non come difesa selettiva delle posizioni più forti, ma come capacità di dare peso a chi, individualmente, avrebbe meno possibilità di incidere.
Dal segnale politico alla prova dei risultati
La presenza al workshop acquista maggiore consistenza perché si inserisce, secondo quanto riferito da Mele, in un percorso di collaborazione già avviato attraverso l’alleanza A.R.E.I.L. – Alleanza per la Responsabilità Etica, Inclusiva e del Lavoro e il lavoro preparatorio verso gli Stati generali della pesca.
Gli incontri con operatori e imprese dovrebbero contribuire alla costruzione di un dossier destinato all’amministrazione nazionale, contenente criticità, proposte e possibili soluzioni.
È questo il banco di prova.
Partecipare insieme a un convegno produce un’immagine positiva. Costruire documenti tecnicamente solidi, sostenere le stesse priorità nei tavoli istituzionali e ottenere modifiche concrete rende quella collaborazione utile.
Tra i temi indicati da Mele figurano la revisione delle norme che appesantiscono l’attività delle flotte mediterranee, gli ammortizzatori sociali, il lavoro usurante, la diversificazione, il ricambio generazionale e le misure capaci di rispondere anche ai problemi quotidiani delle imprese.
Alcune questioni richiedono riforme complesse e tempi lunghi. Altre potrebbero essere affrontate attraverso interventi amministrativi più circoscritti. In entrambi i casi, la capacità delle associazioni di presentare proposte convergenti può fare la differenza tra una richiesta isolata e una posizione realmente rappresentativa del settore.
Il segnale arrivato dalla presenza di Annamaria Mele è quindi positivo, ma non va trasformato in una celebrazione.
Fa piacere vedere che organizzazioni differenti riescano a guardare oltre la logica dello schieramento. Fa ancora più piacere quando questa disponibilità non nasce dalla convenienza del momento, ma dalla consapevolezza che la pesca ha bisogno di una rappresentanza capace di distinguere le appartenenze dagli obiettivi comuni.
Le sigle continueranno a competere, a discutere e a difendere la propria identità. È naturale che accada. Ma la qualità della loro azione sarà misurata soprattutto dalla capacità di migliorare le condizioni di chi lavora.
Perché il pescatore può cambiare associazione. I problemi che porta a terra, invece, restano gli stessi.











