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Home Acquacoltura

Acquacoltura, anche il suono entra nel benessere animale

Dalla musica agli impianti a ricircolo, cresce l’attenzione scientifica verso l’ambiente acustico in cui vivono i pesci. Una nuova variabile per benessere, stress e progettazione degli allevamenti

Alice Giacalone by Alice Giacalone
29 Giugno 2026
in Acquacoltura, In evidenza, News, Tecnologia
Pesci in una vasca di acquacoltura moderna, tema bioacustica e rumore subacqueo negli allevamenti

Il suono sta diventando una nuova variabile da considerare nella progettazione degli ambienti di allevamento

Il suono sta diventando una variabile da considerare nell’acquacoltura moderna. Non si tratta di mettere semplicemente musica nelle vasche, ma di capire come rumori, vibrazioni e stimoli acustici possano influenzare comportamento, stress, alimentazione e benessere dei pesci. Le evidenze scientifiche sono promettenti, ma ancora insufficienti per trasformare la musica in un protocollo commerciale. La vera sfida è progettare ambienti di allevamento meno rumorosi, più controllati e più rispettosi della fisiologia delle specie allevate.

In acquacoltura si misura quasi tutto: temperatura, ossigeno, salinità, densità, qualità dell’acqua, crescita, consumo di mangime, conversione alimentare. Molto meno, almeno fino a oggi, si è misurato il paesaggio sonoro in cui vivono i pesci.

Eppure il suono, in acqua, non è un dettaglio. Si propaga con grande efficienza e attraversa vasche, impianti, sistemi di pompaggio, tubazioni e ambienti di allevamento. Pompe, aeratori, filtri, flussi idraulici, movimentazioni, operazioni di gestione e rumori esterni non restano semplicemente sullo sfondo: entrano nell’habitat degli animali.

È da qui che nasce l’interesse crescente per la bioacustica applicata all’acquacoltura. Un campo ancora giovane, ma sempre più rilevante, perché sposta l’attenzione su una dimensione spesso sottovalutata. I pesci non vivono soltanto in un ambiente chimico e fisico. Vivono anche in un ambiente acustico.

Negli ultimi anni, la letteratura scientifica ha iniziato a interrogarsi con maggiore continuità sul ruolo del rumore negli impianti intensivi e nei sistemi a ricircolo. Una recente review pubblicata su Fishes ha messo insieme le principali evidenze disponibili su rumore, stimoli musicali e teleostei allevati, indicando il suono come uno stressor ambientale ancora poco esplorato e, allo stesso tempo, come una possibile leva di arricchimento ambientale.

Il punto, però, va formulato con prudenza. Non siamo davanti a una ricetta semplice, né a una tecnologia pronta per essere applicata indistintamente in ogni allevamento. Siamo davanti a una domanda nuova e importante: quanto conta ciò che i pesci sentono?

Il suono come parametro di benessere

L’idea che il rumore sia neutro è sempre più difficile da sostenere. Molte specie ittiche possiedono sistemi sensoriali capaci di rilevare vibrazioni, variazioni di pressione, frequenze e segnali acustici. L’orecchio interno, la linea laterale, la vescica natatoria e altre strutture specializzate contribuiscono, in modo diverso da specie a specie, alla percezione dell’ambiente sonoro.

Questo significa che il suono può incidere su funzioni essenziali: orientamento, alimentazione, risposta alla paura, interazione sociale, attività locomotoria e comportamento riproduttivo. In alcuni casi può rappresentare un segnale utile. In altri, se continuo, intenso o mal gestito, può diventare una fonte di disturbo.

La questione non riguarda soltanto il benessere in senso etico. Riguarda anche la gestione produttiva. Uno stimolo stressante può modificare il comportamento alimentare, aumentare l’agitazione, influenzare il metabolismo e alterare alcuni indicatori fisiologici. Al contrario, un ambiente più stabile e meno disturbante può contribuire a condizioni di allevamento più prevedibili.

Nei sistemi a ricircolo, negli hatchery, nelle vasche intensive e negli impianti chiusi, il rumore generato dalle tecnologie può diventare una componente costante dell’habitat. Non sempre produce effetti misurabili, non sempre è dannoso, ma non può essere considerato irrilevante a priori.

È questo il cambio di prospettiva più interessante. Dopo aver imparato a controllare l’acqua, la luce, la densità e l’alimentazione, l’acquacoltura potrebbe essere chiamata a guardare con maggiore attenzione anche al rumore.

Non basta chiedersi se la musica rilassa i pesci

La parte più curiosa del dibattito riguarda la musica. Alcuni studi sperimentali hanno osservato che stimoli musicali strutturati, in particolare musica classica o sequenze sonore controllate, possono influenzare crescita, comportamento, risposta allo stress o efficienza alimentare in alcune specie.

Sono stati condotti lavori su orata, carpa comune, trota iridea e pesce zebra. In alcune prove sull’orata sono stati valutati brani di Mozart, Bach e altri stimoli musicali in sistemi a ricircolo, osservando variazioni in parametri produttivi e fisiologici. Altri studi hanno confrontato stimoli musicali, rumore bianco e gruppi di controllo. Nei pesci zebra, invece, l’arricchimento uditivo è stato utilizzato anche per indagare ansia, risposta endocrina e comportamento dopo condizioni di stress o isolamento.

Ma il punto non è stabilire se Mozart “piaccia” ai pesci. Questa sarebbe una semplificazione debole e fuorviante. La domanda scientificamente corretta è un’altra: quale tipo di stimolo acustico viene percepito da una determinata specie, con quale intensità, per quanto tempo, in quale fase fisiologica e in quale sistema di allevamento?

In altre parole, la musica non va letta come intrattenimento, ma come stimolo fisico. Frequenza, ritmo, volume, durata dell’esposizione, struttura della vasca e rumore di fondo possono cambiare completamente il risultato. Un suono potenzialmente utile in un contesto sperimentale può diventare irrilevante, o persino controproducente, se trasferito senza criterio in un impianto commerciale.

Per questo è necessario mantenere una linea molto chiara. Gli studi disponibili aprono piste interessanti, ma non autorizzano conclusioni facili. Non esiste oggi una ricetta valida per tutte le specie, né un protocollo acustico standard da applicare in allevamento.

Dalla curiosità scientifica alla progettazione degli impianti

Il vero valore del tema non sta nella possibilità, ancora tutta da verificare, di “far crescere meglio i pesci con la musica”. Sta piuttosto nella consapevolezza che l’ambiente acustico degli impianti merita attenzione progettuale.

La bioacustica può aiutare a porre domande concrete. Quali rumori sono prodotti dalle pompe? Quali frequenze raggiungono le vasche? Quanto incidono aeratori, filtri, flussi d’acqua e movimentazioni? Esistono livelli di esposizione più critici per alcune specie o fasi di crescita? Il rumore di fondo interferisce con l’alimentazione, con la risposta allo stress o con la capacità degli animali di adattarsi all’ambiente?

Sono domande che riguardano direttamente l’acquacoltura intensiva e, in particolare, i sistemi ad alta componente tecnologica. In questi contesti il pesce non è esposto soltanto all’acqua che riceve, al mangime che consuma o alla densità della vasca. È esposto anche a un insieme continuo di segnali meccanici e acustici.

La direzione più seria della ricerca è quindi duplice. Da un lato, capire quali rumori evitare, attenuare o gestire meglio. Dall’altro, valutare se alcuni stimoli acustici controllati possano diventare forme di arricchimento ambientale non invasivo.

È un approccio coerente con l’evoluzione dell’acquacoltura moderna. Un settore chiamato a produrre di più e meglio, ma anche a dimostrare attenzione crescente alla qualità della vita degli animali allevati. Il benessere, sempre più, non sarà solo una dichiarazione di principio. Entrerà nei disciplinari, nelle certificazioni, nella comunicazione al consumatore e nella legittimazione sociale delle produzioni.

La vera domanda: che cosa sentono gli animali che alleviamo?

Ogni specie ha una propria sensibilità. Non tutti i pesci percepiscono le stesse frequenze nello stesso modo. Non tutti rispondono allo stesso stimolo con lo stesso comportamento. Anche età, dimensione, densità, stato nutrizionale, temperatura e condizioni dell’impianto possono modificare la risposta.

Per questo la bioacustica applicata all’acquacoltura richiede un approccio specie-specifico. Non basta installare altoparlanti subacquei o ridurre genericamente il rumore. Servono misurazioni, protocolli, soglie, tempi di esposizione, indicatori di stress, dati produttivi e verifiche sul campo.

Il potenziale, però, è evidente. Se confermata da ulteriori studi, la gestione dell’ambiente acustico potrebbe offrire strumenti a basso impatto per migliorare il benessere e rendere più raffinata la progettazione degli allevamenti. Non sostituirà la qualità dell’acqua, la corretta alimentazione, la biosicurezza o la buona gestione zootecnica. Potrebbe però aggiungere un tassello importante.

Il tema, in fondo, dice molto della direzione che sta prendendo il settore. L’acquacoltura del futuro non dovrà controllare solo i parametri visibili e misurabili con gli strumenti più tradizionali. Dovrà interrogarsi anche su ciò che gli animali percepiscono.

Non si tratta di far ascoltare musica ai pesci come scorciatoia produttiva. Si tratta di imparare ad ascoltare meglio i pesci. E forse proprio da questo ascolto potrà nascere un modo più intelligente di progettare gli ambienti in cui vengono allevati.

Tags: acquacolturaallevamenti itticiBenessere Animalebioacusticainnovazione acquacolturamusica e pescipescirumore subacqueosistemi RASwelfare in acquacoltura
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Autrice Pesceinrete Alice Giacalone scrive per Pesceinrete occupandosi di attualità, imprese, mercati e scenari della filiera ittica. Nei suoi contributi segue l’evoluzione del settore seafood con attenzione ai temi che incidono sul lavoro degli operatori, dalla pesca all’acquacoltura, dalla sostenibilità alle dinamiche commerciali.

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