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Home Acquacoltura

Di Crescenzo. Piccoli “giganti” crescono nella produzione ittica di qualità sostenibile

Mariella Ballatore by Mariella Ballatore
6 Settembre 2017
in Acquacoltura

Dopo un riposo estivo sono contento di tornare a scrivere in questa mia rubrica per condividere idee, progetti ed esperienze con chiunque apprezzi questi miei modesti articoli.
Il lavoro al quale quotidianamente mi prodigo con passione e amore, consiste per lo più nell’assistere e indirizzare verso nicchie di mercato coloro che vedono nell’innovazione acquaponica una rivoluzione lavorativa e sociale.

Mi capita spesso di partecipare ad incontri con alti funzionari di organizzazioni ed enti pubblici ed esperti di acquacoltura, provenienti dai piú disparati angoli del mondo, così come di venir contattato da italiani che vivono in località poco conosciute. L’aspetto che accumuna le loro richieste è la ferma volontà di avviare un’attività di produzione alimentare che gli permetta di far fronte a questo momento di forte crisi economica e di disgregazione del tessuto relazionale. Il loro obiettivo consiste nel non essere più semplici precari consumatori, in balia di variabili fuori del proprio controllo, ma produttori consapevoli e futuri specialisti di questo settore in crescita. Tutti sono allarmati dalla competizione con i colossi internazionali della produzione ittica e agroalimentare. Io cerco allora di indirizzarli verso i cosiddetti mercati di nicchia con una domanda di prodotti che non può venire soddisfatta dalla Grande Distribuzione alimentare.

La produzione di determinate specie di animali – come i gamberi di acqua dolce e marini (mazzancolla e astice erupeo di mare) oppure pesci come la sogliola, la spigola e l’orata – impiegando tecniche di allevamento innovative, consente di ottenere qualità e quindi valore, con minore forza lavoro ed un impatto ambientale notevolmente ridotto (ad esempio permettendo il 90 % di acqua risparmiata). Due di queste tecniche sono l’Acquacoltura a ricircolo idrico chiuso e l’Acquaponica. Si tratta di sistemi di allevamento ecosostenibili che permettono una produzione ittica a km. 0 in ambienti anche urbani.

La domanda alimentare globale è sempre più consapevole ed esigente verso prodotti tracciabili nei quali non sia compromessa la composizione organolettica e soprattutto che provengano da una filiera produttiva rispettosa dell’ambiente e del benessere animale. L’Acquaponica in particolare è una tecnica di allevamento ittico e coltivazione vegetale sinergica che si iscrive a pieno diritto all’interno del fenomeno globale della circular economy e che vede coinvolti sempre più tanti piccoli produttori locali che cooperano insieme per crearsi uno spazio all’interno del mercato. In questa contesto la commercializzazione dei prodotti agroalimentari ed ittici così prodotti include principalmente attività che si riconoscono nella filiera corta che dal produttore arriva direttamente al consumatore, senza intermediari. Chiari esempi di azioni di marketing diretto sono la vendita sul posto di produzione, la consegna diretta dei prodotti ai singoli punti vendita o di trasformazione (come ristoranti, negozi biologici, erboristerie e pescherie ad esempio), la fornitura a mercati professionali di nicchia (come vivai e negozi di acquariologia) e la preparazione culinaria offerta direttamente al consumatore dai proprietari di agriturismi che hanno installato impianti acquaponici.

Nel nostro Paese, in particolare, in cui l’agricoltura tradizionale è predominante, la tecnologia acquaponica può farsi strada principalmente attraverso aziende piccole e medie che sfruttino le potenzialitá del sistema per reintrodurre sul mercato alimenti della tradizione nostrana (distinta per ogni regione) che la Grande Distribuzione ha scartato in nome della globalizzazione. Qui torna la mia ostinazione nel far riflettere su queste famose nicchie di mercato che sono pregne di opportunità lavorative per chi voglia inserirsi con il proprio prodotto.

Ai banchi dei supermercati, infatti, le nostre scelte di acquisto sono limitate alle specie vegetali ed animali che sono state sottoposte a svariati processi selettivi per assicurarsi che potessero essere le più resistenti e le meno deperibili durante una lunga fase di trasporto. Inoltre le quantità richieste dalla Grande Distribuzione sono cospicue e soddisfatte soltanto da chi può fare grandi produzioni con investimenti consistenti, il che obbliga gli agricoltori e gli allevatori a concentrare le loro risorse economiche e la loro forza lavoro solo su un prodotto specifico. Ciò implica che ogni anno essi sono costretti a giocare ad una sorta di roulette russa con il loro raccolto. Capirete bene che in questo momento di forte instabilità climatica e di siccità ciò significa avere la cosiddetta spada di Damocle che ti pende a filo sul collo. Allora, il punto di tutta questa storia qual é – si starà chiedendo di certo qualcuno di voi. Il fatto è che in Italia anche sulla consapevolezza di questi dati in definitiva siamo ancora arretrati.

Il nostro clima italico mite che ha reso “il buon mangiare” ragione di vanto in tutto il mondo ci rende ora ciechi di fronte all’evidenza – già chiara in Paesi come la Germania e l’Inghilterra – che ci stiamo climaticamente tropicalizzando e non si può più fare affidamento sulla benevolenza delle stagioni nè sulla loro stabilità meteorologica. Ciò comporta che stiamo iniziando anche noi, come gli altri Paesi europei, a ragionare su una produzione alimentare al coperto ovvero indoor e a km. 0 che recuperi la nostra tradizione grazie anche all’innovazione tecnologica. Ad esempio permettendoci di reintrodurre specie di pesci e gamberi d’acqua dolce che sono spariti oramai dai bacini idrici naturali del nostro Bel Paese. Bisogna quindi iniziare nuovamente a ragionare in termini locali ancor più che globali. Le esperienze e le conoscenze dovrebbero divenire allora i veri canali di una globalizzazione più sana ed equilibrata che rispetta le peculiarità storiche e culturali di ogni nazione.

Iniziamo quindi col prendere ad esempio i Farmer’s market che sono diffusi negli Stati Uniti e nei quali il consumatore acquista direttamente dai vari produttori acquaponici che invece di competere, cooperano al fine di poter provvedere ad un’offerta completa in termini di animali acquatici e piante commestibili. Per vendere un prodotto, anche se di qualità eccelsa, bisogna però impegnarsi a farlo conoscere anche attraverso il Web ed i canali social, anche curando la parte di sensibilizzazione del sistema di produzione impiegato, affinché il consumatore abbia a disposizione tutte le informazioni che gli permettano di comprendere appieno il valore aggiunto di un prodotto acquaponico o di acquacoltura a ricircolo chiuso. In base alla quantità di prodotto che si può fornire e alla frequenza con la quale può essere consegnato, è possibile anche rifornire un supermercato in maniera costante. In genere è tuttavia molto più facile e conveniente stipulare un accordo commerciale con singoli negozi e ristoranti interessati a proporre alla loro clientela alimenti premium di alta qualità allevati utilizzando solo metodi naturali.

In conclusione, ciò che emerge dall’analisi conoscitiva di molte imprese di allevamento ittico sparse nel mondo è che quelle che nascono grazie all’opera e coinvolgimento diretto dei fondatori, che vi lavorano anche quotidianamente “bagnandosi le mani”, tendono ad occupare sempre più nicchie commerciali alimentari lasciate vuote dalle grandi aziende. La scelta di puntare ad una produzione di qualità mirata ad un mercato specifico, seguendo anche in prima persona la comunicazione ai consumatori e curando la post-vendita, si è dimostrata una carta vincente per la riuscita imprenditoriale, senza entrare in competizione diretta con le multinazionali.

Ciò che mi auguro pertanto è che anche qui in Italia si dia inizio a questa piccola rivoluzione culturale e sociale, prendendo a riferimento le esperienze di successo all’estero e tenendo sempre bene a mente che le realtà economiche locali rappresentano oggi come ieri la spina dorsale ed il futuro del nostro Made in Italy anche in campo alimentare.

Dr. Davide Di Crescenzo
AquaGuide

Tags: acquacolturaacquaponica
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Mariella Ballatore

Direttrice responsabile e co-founder di Pesceinrete Mariella Ballatore è direttrice responsabile e co-founder di Pesceinrete. Segue da anni l'evoluzione della filiera ittica, con attenzione a pesca, acquacoltura, mercati, sostenibilità, normativa, trasformazione e distribuzione. Il suo lavoro unisce informazione specializzata, comunicazione di settore e conoscenza diretta degli operatori della blue economy.

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