Nel dibattito europeo sulle importazioni ittiche dalla Russia c’è un dato che continua a sorprendere: i filetti di pesce, nonostante sanzioni, dazi e tensioni geopolitiche, restano una presenza solida sugli scaffali e nelle catene di approvvigionamento dell’Unione Europea. Non si tratta di un’anomalia statistica, ma del risultato di dinamiche di mercato che vanno ben oltre la contingenza politica.
I numeri parlano chiaro. Secondo Eurostat, tra gennaio e novembre 2025 l’UE ha destinato circa 466,6 milioni di euro all’importazione di filetti di pesce russi, segnando un incremento del 42% rispetto al 2021. Una crescita che racconta molto del funzionamento reale del mercato europeo dei prodotti ittici: quando un prodotto garantisce continuità di fornitura, standard industriali consolidati e prezzi competitivi, la domanda tende a rimanere stabile anche in contesti complessi.
Il nodo centrale è economico prima ancora che politico. La Russia dispone di ampie risorse di pesce bianco e di una filiera strutturata su grandi volumi, con flotte e impianti di trasformazione pensati per l’export. Questo modello industriale consente di assorbire meglio l’aumento dei costi che negli ultimi anni ha colpito molti Paesi produttori, dall’energia alla logistica, fino al costo del lavoro. In un mercato europeo sempre più orientato verso prodotti trasformati e semi-lavorati, i filetti rispondono perfettamente alle esigenze dell’industria e della distribuzione.
Va ricordato che il pacchetto di misure introdotto dall’UE nel 2022 non ha colpito in modo uniforme tutte le categorie. Alcuni prodotti simbolici, come caviale e crostacei, sono stati oggetto di divieti diretti, mentre i filetti di pesce sono rimasti esclusi da un bando totale. Questa scelta regolatoria ha lasciato aperto un canale commerciale che, negli anni successivi, si è dimostrato tutt’altro che marginale.
Dal 1° gennaio 2024 lo scenario è cambiato ulteriormente con l’introduzione di un dazio del 13,7% sul pesce russo, in sostituzione del precedente regime a dazio zero previsto dai contingenti tariffari ATQ. L’aspettativa era una frenata immediata delle importazioni, ma l’effetto reale è stato più attenuato del previsto. I costi aggiuntivi non hanno annullato il vantaggio competitivo dei filetti russi, soprattutto in un contesto di inflazione generalizzata lungo tutta la filiera ittica europea.
Nel maggio 2025 sono arrivate nuove restrizioni, con l’inserimento nella lista delle sanzioni di due grandi operatori del settore, Norebo e Murman Seafood. Anche in questo caso, però, il mercato ha reagito rapidamente. Altri esportatori hanno preso il loro posto, dimostrando come la capacità produttiva russa nel segmento dei filetti sia sufficientemente ampia da compensare l’uscita di singoli player.
Il risultato è che, a novembre 2025, la quota dei filetti di pesce russi sul totale delle importazioni UE di questa categoria è salita dall’originario 6,7% all’8,2%. Guardando al quadro complessivo, il valore delle importazioni europee di prodotti ittici negli ultimi quattro anni è cresciuto del 15%, superando i 680 milioni di euro, con la Russia che pesa per circa il 4,2%.
Questi dati restituiscono un’immagine chiara: le barriere commerciali, da sole, non bastano a ridisegnare rapidamente le catene di approvvigionamento quando esistono esigenze strutturali di mercato. Nel medio e lungo periodo, la presenza dei filetti russi nell’UE dipenderà dall’evoluzione delle politiche tariffarie, dall’estensione delle sanzioni e dalla capacità degli esportatori di adattarsi a un contesto sempre più regolato. Per la filiera ittica europea, è un tema che resta aperto e che merita di essere osservato con attenzione, perché riguarda non solo la geopolitica, ma l’equilibrio economico di un intero comparto.












