La visita di Costas Kadis in Sicilia porta il Commissario europeo dentro alcuni dei nodi più complessi della pesca mediterranea. Il suo valore, però, non può essere misurato durante il tour. Nel marzo 2025 Kadis spiegò che conoscere direttamente le realtà locali serviva a orientare meglio le politiche europee. Oggi, con la Politica comune della pesca già sottoposta a valutazione e la Vision 2040 in preparazione, la questione diventa concreta: quanto di ciò che Bruxelles ascolta nei porti riesce a diventare riconoscibile nelle decisioni?
Portare un Commissario europeo nei porti, davanti alle flotte e alle comunità che vivono quotidianamente gli effetti delle politiche dell’Unione significa aggiungere alla lettura dei dossier la conoscenza diretta dei territori.
È questo il valore immediato della presenza di Costas Kadis in Sicilia.
La pesca mediterranea concentra nello stesso spazio sostenibilità delle risorse, redditività delle imprese, capacità della flotta, costi operativi, ricambio generazionale, concorrenza internazionale e futuro delle comunità costiere. Questioni che nei documenti possono essere affrontate separatamente, ma che nella vita di un’impresa incidono contemporaneamente sulla stessa attività.
Vederle da vicino conta.
Il punto decisivo viene dopo: capire se quella conoscenza contribuisca a precisare, modificare o arricchire le politiche che seguiranno.
È qui che il precedente italiano di Kadis acquista interesse. Non per stabilire se una visita sia stata utile o inutile, ma per porre una domanda più rigorosa: come si misura l’effetto dell’ascolto istituzionale?
Dalle Marche alla Sicilia, il significato dell’ascolto
Nel marzo 2025 Kadis compì la sua prima visita ufficiale in Italia. Dopo gli incontri istituzionali a Roma raggiunse San Benedetto del Tronto insieme al ministro Francesco Lollobrigida per confrontarsi direttamente con una delle principali realtà pescherecce dell’Adriatico.
Il Commissario indicò allora con chiarezza il significato di quel confronto: conoscere problemi, opportunità e caratteristiche dei territori era necessario per “orientare al meglio le politiche europee”.
Quella dichiarazione offre oggi un criterio con cui leggere anche la missione siciliana.
Da allora il quadro europeo è avanzato. Il Patto europeo per gli oceani è stato adottato, la Commissione ha completato la valutazione della Politica comune della pesca e sta preparando una Vision 2040 per pesca e acquacoltura destinata a definire una prospettiva di lungo periodo per il settore.
Rimane però difficile stabilire quale parte dell’ascolto avvenuto nelle Marche sia confluita concretamente in questi processi.
Nella documentazione pubblicamente disponibile non emerge un provvedimento europeo specificamente riconducibile alla visita di San Benedetto del Tronto.
Questo non dimostra che quell’incontro non abbia prodotto effetti.
Né sarebbe ragionevole aspettarsi che una singola missione territoriale generi, da sola, un atto europeo riconoscibile.
Mostra però qualcosa di importante: il passaggio tra ascolto e decisione è molto meno visibile dell’ascolto stesso.
Ed è precisamente qui che nasce l’interrogativo che oggi ci riguarda.
Ascoltare non significa accogliere, ma deve lasciare una traccia
A San Benedetto del Tronto, di fronte alle preoccupazioni del settore, Kadis ribadì che le decisioni sulla gestione della pesca devono poggiare sulle evidenze scientifiche e sullo stato degli stock, richiamando nello stesso tempo la necessità di tenere insieme tutela dell’ecosistema e sostenibilità economica delle comunità.
È un punto essenziale.
Ascoltare una marineria non significa trasformarne automaticamente le richieste in una decisione europea.
La politica comune deve comporre dati scientifici, conservazione delle risorse, condizioni economiche e sociali, sicurezza alimentare, interessi differenti e obblighi internazionali.
Pretendere una corrispondenza diretta tra ogni istanza avanzata in un porto e una successiva misura di Bruxelles sarebbe quindi semplicistico.
La domanda corretta è un’altra: quanto è leggibile il percorso compiuto da ciò che viene ascoltato?
Quali elementi emersi dai territori contribuiscono a modificare una valutazione? Quali vengono accolti? Quali non possono esserlo? Quali problemi generano nuovi strumenti? Quali restano aperti?
Non si tratta di chiedere che Bruxelles dia ragione a chi parla.
Si tratta di poter comprendere che cosa Bruxelles faccia di ciò che ascolta.
È una distinzione importante anche perché la stessa Commissione attribuisce un ruolo esplicito al confronto con gli stakeholder. Nel percorso verso la Vision 2040 per pesca e acquacoltura, i contributi raccolti dovranno concorrere alla costruzione della strategia insieme al dialogo su competitività, level playing field, sicurezza alimentare, conservazione delle risorse e transizione delle comunità costiere.
L’ascolto, dunque, non è un elemento accessorio del processo.
Proprio per questo può essere legittimamente osservato anche nei suoi esiti.
La Sicilia arriva mentre l’Europa sta tracciando il futuro della pesca
La tempistica rende la missione siciliana particolarmente significativa.
La Commissione ha ormai completato la valutazione della Politica comune della pesca, registrando progressi ma anche criticità ancora aperte.
La gestione basata sulla scienza e la riduzione della pressione su numerosi stock rappresentano risultati da riconoscere. Allo stesso tempo, il quadro europeo continua a evidenziare difficoltà economiche, problemi di ricambio generazionale, dipendenza energetica, esigenze di modernizzazione e una dimensione socioeconomica che resta centrale per la tenuta del settore.
Uno studio pubblicato nell’aprile 2026 sulla capacità e sulla sostenibilità della flotta europea aggiunge altri elementi: aumento dei costi operativi, volatilità dei mercati, invecchiamento delle imbarcazioni e della forza lavoro e necessità di investimenti.
La diagnosi, quindi, non arriva soltanto dalle marinerie.
Una parte delle criticità che il settore porta ai tavoli istituzionali è riconosciuta dalle stesse analisi europee.
Ed è questo che rende particolarmente delicato il passaggio dalla diagnosi alla politica.
La sostenibilità biologica resta un presupposto irrinunciabile. Senza stock in salute non esiste futuro per la pesca.
Ma nemmeno gli stock in salute, da soli, garantiscono l’esistenza di una pesca europea.
Servono imprese economicamente sostenibili, lavoratori, competenze, investimenti, sicurezza, ricambio generazionale e comunità capaci di continuare a esercitare l’attività.
Non sono obiettivi alternativi alla conservazione.
Sono parte dello stesso problema di lungo periodo.
Nel Mediterraneo questa relazione incontra una complessità ulteriore.
Le flotte dell’Unione operano in un bacino condiviso con Paesi terzi; gli stock superano i confini amministrativi; imprese e prodotti competono sugli stessi mercati senza essere necessariamente sottoposti alle medesime condizioni normative.
Non a caso il tema del level playing field (condizioni di concorrenza eque) compare anche nel percorso europeo verso il 2040.
La questione diventa allora più ampia della singola misura di gestione:
come tenere insieme sostenibilità delle risorse, competitività delle imprese e permanenza delle attività produttive europee nello stesso mare?
La verifica comincia dopo la visita
È difficile immaginare una fase più appropriata per conoscere direttamente il Mediterraneo.
Ma proprio perché Bruxelles sta tracciando il futuro della pesca, l’ascolto non può essere considerato un risultato in sé.
Nessuna decisione europea complessa nasce da una sola visita e sarebbe improprio cercare una relazione causale diretta tra un incontro in un porto e un successivo atto della Commissione.
La verifica è diversa.
Bisognerà osservare se le politiche future sapranno leggere meglio le specificità dei diversi bacini; se modernizzazione della flotta e ricambio generazionale saranno affrontati come componenti della sostenibilità; se il rapporto con i Paesi terzi troverà strumenti capaci di coniugare apertura del mercato e condizioni di concorrenza più equilibrate; se dimensione biologica, economica e sociale riusciranno a dialogare maggiormente dentro le decisioni.
E bisognerà capire quale spazio avranno pesca, acquacoltura e comunità costiere nel futuro quadro finanziario europeo, tema già al centro del confronto sul post-2027 approfondito da Pesceinrete.
È lì che potrà essere cercato, eventualmente, anche il valore della missione siciliana.
Una visita istituzionale non è di per sé un risultato. Può essere una parte del processo che conduce a un risultato.
Può aumentare la conoscenza. Può correggere una percezione. Può mettere un decisore davanti a problemi che un dossier restituisce soltanto in parte. Può avvicinare chi costruisce una politica a chi ne sperimenta quotidianamente gli effetti.
Tutto questo ha valore.
Il compito dell’osservatore viene dopo: verificare se quel valore sia riuscito a trasferirsi nelle scelte.
Nel marzo 2025 Kadis disse che conoscere direttamente le realtà locali era essenziale per orientare meglio le politiche europee.
È probabilmente il criterio più corretto con cui leggere anche la sua presenza in Sicilia.
Non serve celebrarla. Non serve neppure anticiparne un giudizio negativo. Serve ricordarla quando arriveranno le decisioni.
Perché allora la domanda più interessante non sarà se Costas Kadis sia stato in Sicilia.
Sarà capire se, nelle politiche europee che verranno, sarà possibile riconoscere che in Sicilia c’è stato davvero.













