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Ostriche vive, la dimostrazione di come filtrano il mare

Una dimostrazione pubblica promossa da Purina e Oyster Heaven ha mostrato il ruolo ecologico delle ostriche vive, capaci di filtrare l’acqua marina e contribuire al ripristino degli habitat costieri

Davide Ciravolo by Davide Ciravolo
8 Maggio 2026
in In evidenza, News, Sostenibilità
ostriche che filtrano l’acqua di mare

George Birch, fondatore di Oyster Heaven, con alcune delle giovani ostriche che verranno deposte sul fondale marino. Fonte: ITV News Anglia

A Londra, per qualche giorno, le ostriche sono state raccontate in modo diverso: non come prodotto da servire, ma come organismi vivi capaci di filtrare l’acqua di mare. Non erano lì per essere aperte, condite e servite. Erano lì per mostrare qualcosa che accade ogni giorno sotto la superficie del mare, lontano dagli occhi della maggior parte delle persone: la loro capacità naturale di filtrare l’acqua e contribuire alla vita degli ecosistemi marini.

Lo spazio allestito da Purina insieme a Oyster Heaven, organizzazione impegnata nella conservazione marina, ha scelto una strada comunicativa molto efficace. Invece di raccontare il valore delle ostriche con un linguaggio tecnico o distante, lo ha mostrato dal vivo. I visitatori hanno potuto vedere con i propri occhi come questi molluschi filtrano l’acqua marina, trattenendo particelle in sospensione e contribuendo alla trasparenza dell’ambiente in cui vivono.

È una scena semplice, ma ricca di significato. Perché l’ostrica, nella percezione comune, è quasi sempre associata alla tavola, alla ristorazione, al consumo di pregio. Molto più raramente viene raccontata come organismo capace di svolgere una funzione ecologica. Eppure, prima ancora di diventare un prodotto, l’ostrica è una presenza viva all’interno di un habitat. Filtra, crea struttura, offre rifugio ad altre specie, partecipa all’equilibrio degli ambienti costieri.

Il progetto presentato al pubblico riguarda il ripristino di banchi di ostriche autoctone al largo della costa del Norfolk, nel Regno Unito. L’obiettivo annunciato è ambizioso: reintrodurre quattro milioni di ostriche nei prossimi due anni attraverso la creazione di strutture adatte a favorirne l’insediamento. Non si tratta di una semplice operazione simbolica, ma di un intervento pensato per ricostruire una presenza naturale che, in molte aree, si è drasticamente ridotta nel corso del tempo.

Le ostriche europee autoctone erano un tempo molto più diffuse lungo le coste britanniche. La loro diminuzione ha comportato non solo la perdita di una specie, ma anche l’indebolimento di una funzione ecosistemica importante. Quando scompaiono i banchi naturali di ostriche, infatti, si perde anche una parte della capacità dell’ambiente marino di autoregolarsi, ospitare biodiversità e migliorare la qualità dell’acqua.

Uno degli aspetti più immediati da comprendere è proprio la filtrazione. Una singola ostrica adulta può filtrare grandi quantità di acqua di mare in una giornata, con valori che possono arrivare fino a circa 200 litri in condizioni favorevoli. È un dato che va letto con attenzione, perché la capacità effettiva dipende da diversi fattori, tra cui temperatura, dimensione dell’animale, qualità dell’acqua e disponibilità di particelle nutritive. Ma resta un’indicazione potente per capire perché questi molluschi vengano considerati veri e propri “ingegneri dell’ecosistema”.

Filtrare l’acqua non significa soltanto renderla più limpida. Una maggiore trasparenza può permettere alla luce solare di penetrare meglio, favorendo la crescita di habitat sommersi come praterie marine e vegetazione acquatica. Questi ambienti, a loro volta, possono offrire riparo e nutrimento a pesci, crostacei, molluschi e molte altre forme di vita. Il beneficio, quindi, non riguarda solo l’ostrica in sé, ma l’intero sistema che può ricostruirsi attorno alla sua presenza.

È qui che il tema ambientale incontra direttamente la filiera ittica. Parlare di ripristino degli habitat non significa allontanarsi dalla pesca, dall’acquacoltura o dalla trasformazione. Significa guardare alla base ecologica su cui si regge ogni economia del mare. Acque più vitali, fondali più ricchi e habitat più stabili possono creare condizioni migliori per la biodiversità e, nel lungo periodo, anche per le risorse ittiche.

L’iniziativa ha anche un valore comunicativo che merita attenzione. Portare le ostriche vive nel cuore di Londra, davanti a un pubblico non necessariamente specializzato, significa rendere visibile ciò che normalmente resta nascosto. Molte persone consumano prodotti del mare, sentono parlare di sostenibilità, leggono di biodiversità, ma raramente hanno l’occasione di vedere concretamente come funziona un ecosistema marino.

Questa immagine mostra quanto sia più pulita l’acqua grazie all’azione filtrante delle ostriche – CBBC

Da questo punto di vista, la dimostrazione funziona perché non predica, non semplifica in modo banale e non si limita a uno slogan. Mostra. E quando un cittadino vede l’acqua cambiare lentamente davanti ai propri occhi, grazie al lavoro silenzioso di un organismo vivo, il concetto di sostenibilità diventa più vicino, più comprensibile, più reale.

È uno spunto interessante anche per il Mediterraneo e per chi, ogni giorno, si occupa di mare, prodotti ittici, acquacoltura, conservazione, comunicazione o educazione alimentare. La sostenibilità marina ha bisogno di essere raccontata meglio. Non solo con dati e dichiarazioni, ma con esperienze capaci di creare consapevolezza. Un conto è dire che un habitat è importante. Un altro è far vedere cosa succede quando quell’habitat torna a funzionare.

Il coinvolgimento di Purina aggiunge un ulteriore elemento di riflessione. L’azienda utilizza ingredienti marini, in particolare derivati anche da sottoprodotti della pesca, per alcune produzioni destinate al pet food. Il sostegno a progetti di ripristino marino viene quindi presentato come parte di un impegno più ampio verso gli ambienti da cui provengono le risorse utilizzate. È un terreno su cui serve sempre attenzione: ogni iniziativa aziendale legata alla sostenibilità va valutata nella concretezza dei risultati, nella durata dell’impegno e nella trasparenza degli obiettivi. Ma il segnale resta significativo.

Sempre più imprese che hanno un rapporto diretto o indiretto con il mare stanno comprendendo che la salute degli ecosistemi non è un tema laterale. Non riguarda soltanto ambientalisti, biologi o istituzioni. Riguarda anche chi produce, trasforma, distribuisce, comunica e vende prodotti legati alle risorse marine. La qualità dell’ambiente è parte della qualità della filiera.

Il caso delle ostriche del Norfolk racconta proprio questo passaggio culturale. Il mare non può essere considerato solo come uno spazio da cui prelevare risorse. È un sistema vivo, fatto di relazioni delicate, funzioni naturali e habitat che possono degradarsi, ma anche essere ricostruiti se ci sono competenze, investimenti e continuità. Il ripristino delle ostriche autoctone non è una soluzione miracolosa a tutti i problemi del mare, ma è un esempio concreto di come si possa intervenire per restituire funzionalità a un ambiente impoverito.

La parte forse più interessante della storia resta però il pubblico. Le persone si sono fermate, hanno osservato, hanno fatto domande. Si sono incuriosite davanti a un mollusco che, per una volta, non veniva raccontato attraverso il gusto, ma attraverso la sua utilità ecologica. Questo interesse è prezioso, perché senza comprensione pubblica anche i migliori progetti rischiano di restare confinati tra addetti ai lavori.

Il mare ha bisogno di essere spiegato. Non solo difeso, non solo celebrato, non solo utilizzato. Spiegato. Bisogna raccontare cosa accade sotto la superficie, perché certi habitat sono importanti, che ruolo hanno le specie meno appariscenti, come un organismo apparentemente semplice possa contribuire alla salute di un intero ambiente.

In questa storia, l’ostrica diventa molto più di un prodotto. Diventa una chiave di lettura. Ci ricorda che la biodiversità non è un concetto astratto, ma una rete di funzioni concrete. Che un habitat sano non nasce per caso. Che la qualità dell’acqua, la presenza di specie marine, la produttività degli ecosistemi e il futuro delle filiere ittiche sono elementi collegati tra loro.

E forse è proprio questa la lezione più utile: a volte, per parlare davvero di sostenibilità, non serve alzare il tono. Basta mostrare un’ostrica viva che fa il suo lavoro. Silenziosamente, continuamente, naturalmente. Perché sotto la superficie del mare, molto prima delle nostre etichette e delle nostre strategie, la vita conosce già il valore dell’equilibrio.

Tags: biodiversità marinaeconomia bluecosistemi mariniNorfolkostricheOyster HeavenPurinaqualità dell’acquaripristino habitatSostenibilità marina
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Davide Ciravolo

Davide Ciravolo

Autore Pesceinrete, retail ittico e mercati seafood Davide Ciravolo è autore Pesceinrete. Si occupa di mercati, distribuzione e scenari commerciali della filiera ittica, con particolare attenzione al rapporto tra prodotto, retail e consumi. La sua esperienza come ex buyer di Esselunga gli permette di osservare il settore seafood anche dal punto di vista della GDO e delle dinamiche di assortimento.

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