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Un recente studio stima che lo strascico di fondo possa costare all’Europa fino a 16 miliardi di euro l’anno

La ricerca, finanziata da National Geographic, riapre il confronto sui costi sociali, climatici ed economici della pesca a strascico, tra valore produttivo, fondali marini e aree protette

Davide Ciravolo by Davide Ciravolo
4 Maggio 2026
in In evidenza, News, Pesca
strascico di fondo in Europa

La pesca a strascico di fondo è una delle attività più importanti e controverse della pesca europea. È una pratica storica, radicata in molte marinerie, capace di alimentare filiere complesse e di portare sui mercati specie ittiche di largo consumo. Allo stesso tempo è una tecnica sottoposta da anni a una crescente attenzione per gli effetti sugli habitat bentonici, sulla selettività delle catture, sui consumi energetici, sui rigetti e sul rapporto con le aree marine protette.

Un nuovo studio, intitolato The value of bottom trawling in Europe e pubblicato su Ocean and Coastal Management, entra nel cuore di questo dibattito con un approccio economico: quanto vale davvero la pesca a strascico di fondo se, accanto ai ricavi e all’occupazione, si considerano anche i costi ambientali e sociali?

La domanda è semplice solo in apparenza. Perché lo strascico non può essere raccontato soltanto come un problema ambientale, ma nemmeno può essere difeso soltanto in nome della produzione. Dentro questa attività convivono lavoro, imprese, prodotto alimentare, comunità costiere, sussidi pubblici, impatti sugli ecosistemi e, secondo gli autori dello studio, anche una componente climatica ancora difficile da quantificare con precisione ma potenzialmente rilevante.

Lo studio è firmato da Katherine D. Millage, Juan Mayorga, Sara Orofino, Trisha B. Atwood, Alan M. Friedlander, Louise S.L. Teh, Maria L.D. Palomares, U. Rashid Sumaila ed Enric Sala. Gli autori appartengono a realtà di ricerca internazionali, tra cui Pristine Seas della National Geographic Society, l’Environmental Markets Lab dell’Università della California Santa Barbara e l’Institute for the Oceans and Fisheries della University of British Columbia.

Per trasparenza, va riportato anche il dato sul finanziamento. Lo studio dichiara di essere stato finanziato dalla National Geographic Society e da un donatore anonimo. Nella dichiarazione sui potenziali interessi concorrenti, gli autori precisano inoltre che Enric Sala ha ricevuto supporto finanziario dalla National Geographic Society, mentre gli altri firmatari dichiarano di non avere interessi concorrenti noti. È un elemento importante da indicare, non per delegittimare il lavoro, ma per consentire al lettore di inquadrare correttamente la fonte, soprattutto su un tema destinato ad avere ricadute nel dibattito pubblico e nelle politiche europee della pesca.

L’analisi prende in esame la pesca a strascico di fondo e le draghe in un’area ampia, che comprende i Paesi dell’Unione europea, il Regno Unito, la Norvegia, l’Islanda, le Isole Faroe e altri territori del Nord Atlantico. Il periodo considerato va dal 2016 al 2021. La ricerca utilizza anche dati AIS, cioè i segnali di tracciamento automatico delle imbarcazioni, per stimare lo sforzo di pesca. Questo aspetto è centrale, perché gli stessi autori precisano che alcune unità più piccole, in particolare nel Mediterraneo, potrebbero non essere pienamente rappresentate nel campione. La cautela, quindi, è necessaria fin dall’inizio.

Il cuore dello studio è il tentativo di mettere nello stesso quadro benefici privati, benefici pubblici e costi collettivi. Da un lato ci sono i ricavi della pesca, il valore dell’occupazione diretta e il contributo alimentare delle proteine destinate al consumo umano. Dall’altro ci sono i sussidi pubblici, il valore delle catture rigettate, le emissioni dovute al consumo di carburante e quelle che lo studio attribuisce alla possibile risospensione e trasformazione del carbonio organico presente nei sedimenti marini.

Secondo gli autori, il bilancio netto medio della pesca a strascico di fondo in Europa sarebbe negativo, con una perdita stimata tra 2,07 e 15,97 miliardi di euro all’anno. La forbice è ampia perché dipende soprattutto dal valore economico attribuito alle emissioni di CO₂ e dalle ipotesi utilizzate per stimare il rilascio di carbonio dai sedimenti. Ma il messaggio dello studio è chiaro: una parte rilevante dei benefici sarebbe catturata dal settore privato, mentre i costi maggiori ricadrebbero sulla collettività.

Il dato più immediato riguarda la distribuzione tra benefici e costi. La ricerca stima un beneficio netto medio per il settore privato pari a circa 180 milioni di euro l’anno. Sul versante pubblico, invece, il costo netto sarebbe compreso tra 2,25 e 16,15 miliardi di euro all’anno. Gli autori stimano ricavi annui medi per 4,41 miliardi di euro, un valore delle proteine prodotte per il consumo umano pari a 2,46 miliardi e un valore dell’occupazione diretta pari a 1,78 miliardi. Sono numeri che confermano il peso economico e sociale dello strascico e impediscono qualunque lettura superficiale.

Il problema, secondo lo studio, è che questi benefici non esauriscono il conto complessivo. I sussidi pubblici destinati alla pesca a strascico vengono stimati in media in 1,17 miliardi di euro all’anno, mentre il valore delle catture rigettate è calcolato in circa 220 milioni di euro. La voce più pesante, però, riguarda le emissioni atmosferiche associate al carbonio dei sedimenti disturbati dagli attrezzi trainati sul fondo. In questo caso il costo annuale stimato varia tra 4,87 e 18,15 miliardi di euro, a seconda del costo sociale del carbonio utilizzato nel modello.

È proprio qui che il tema diventa più delicato. La relazione tra pesca a strascico, sedimenti marini e carbonio è una materia scientificamente complessa. Gli autori riconoscono che esistono incertezze importanti, soprattutto sui parametri che descrivono la degradazione del carbonio organico dopo il disturbo del fondale. Non tutti i sedimenti reagiscono allo stesso modo, non tutti gli habitat hanno la stessa capacità di accumulare carbonio e non tutti gli attrezzi hanno il medesimo impatto. La ricerca, quindi, non va letta come una sentenza uniforme su ogni flotta, ogni area e ogni segmento produttivo.

Questa prudenza è decisiva. Il rischio, nel dibattito pubblico, è trasformare uno studio complesso in uno slogan. La pesca a strascico non è uguale ovunque. Cambiano le specie bersaglio, le profondità, la composizione dei fondali, l’intensità dello sforzo, le dimensioni delle imbarcazioni, le tecnologie utilizzate e le regole di gestione. Lo stesso vale per gli impatti. Un modello su scala europea può offrire una fotografia utile, ma non sostituisce le valutazioni territoriali e gestionali necessarie per assumere decisioni equilibrate.

Allo stesso tempo, il lavoro non può essere liquidato solo perché utilizza scenari e parametri oggetto di discussione scientifica. Anche adottando ipotesi più conservative, gli autori sostengono che il costo climatico associato al disturbo dei sedimenti resti significativo. In altre parole, il punto non è affermare che ogni uscita in mare produca lo stesso effetto, ma riconoscere che il disturbo dei fondali potrebbe avere un peso economico e climatico maggiore di quanto finora considerato nelle politiche della pesca.

Lo studio affronta anche il rapporto tra pesca a strascico e aree marine protette. Secondo l’analisi, il 13,04% dello sforzo annuo di pesca a strascico, misurato in kilowattora, si svolgerebbe all’interno di aree marine protette implementate o designate nell’area considerata. Se si guarda al tempo trascorso in pesca, la quota sale al 23,17%. Allo stesso tempo, le aree con protezione piena o elevata contro le attività più impattanti rappresenterebbero appena lo 0,07% dell’area marina analizzata.

Questo dato tocca un nervo scoperto della politica europea del mare. Un’area formalmente protetta non è necessariamente un’area sottratta alle attività di pesca più invasive. Molte aree marine protette, in Europa, consentono ancora forme di utilizzo produttivo anche rilevanti. Per gli autori, una progressiva eliminazione dello strascico dalle aree marine protette potrebbe generare benefici ambientali e climatici, ma solo se accompagnata da misure capaci di evitare un semplice spostamento dello sforzo di pesca verso altre zone.

Il rischio della delocalizzazione dello sforzo è decisivo. Chiudere un’area senza ridurre davvero la pressione complessiva può produrre risultati inferiori alle attese. Se lo sforzo di pesca viene semplicemente trasferito altrove, magari verso fondali ugualmente sensibili o verso aree già sottoposte a pressione, il beneficio ambientale può ridursi in modo significativo. Per questo lo studio richiama l’esigenza di una gestione più ampia, fatta non solo di restrizioni spaziali, ma anche di riduzione dello sforzo, programmi di riconversione, dismissione volontaria delle licenze, formazione e sostegno alle comunità coinvolte.

La parte forse più politica della ricerca riguarda i sussidi. Gli autori suggeriscono che le risorse pubbliche oggi destinate a sostenere la pesca a strascico potrebbero essere ripensate per accompagnare una transizione graduale verso metodi meno impattanti. Non si tratta di una questione semplice. La pesca non è un settore astratto, ma un insieme di imprese, equipaggi, famiglie e territori. Ogni scelta restrittiva, se non costruita con attenzione, rischia di scaricare i costi sui soggetti più fragili della filiera.

Per questo, il messaggio più utile per il settore ittico non è “chiudere tutto”, ma misurare meglio. Misurare meglio gli impatti, distinguere tra flotte, aree, attrezzi e habitat, capire quali segmenti hanno margini di miglioramento e quali richiedono politiche di accompagnamento. Una transizione senza dati solidi diventa ideologia. Una difesa dello status quo senza contabilità ambientale rischia invece di non reggere più davanti alle nuove priorità europee su clima, biodiversità e sostenibilità.

Per il Mediterraneo e per l’Italia, il tema richiede una lettura ancora più prudente. Le flotte sono diverse da quelle del Nord Europa, molte imprese hanno dimensioni ridotte, la pesca costiera ha un forte valore sociale e le alternative economiche non sono sempre immediate. La sostenibilità, in questo contesto, non può essere ridotta a uno slogan. Deve diventare una politica industriale, capace di tenere insieme conservazione, redditività, sicurezza alimentare e dignità del lavoro.

Il punto di equilibrio è difficile, ma inevitabile. Da una parte, il settore ittico deve poter continuare a produrre cibo, occupazione e valore. Dall’altra, le politiche pubbliche non possono più limitarsi a misurare soltanto le catture e i ricavi. Devono interrogarsi anche sui costi indiretti: habitat degradati, fondali alterati, emissioni, perdita di biodiversità, conflitti con altri segmenti della pesca e utilizzo delle risorse pubbliche.

La pesca a strascico resterà al centro del confronto europeo nei prossimi anni. Lo studio pubblicato su Ocean and Coastal Management non chiude il dibattito, ma lo rende più difficile da affrontare con argomenti semplificati. Il valore di una pesca non si misura più soltanto dal pesce sbarcato, dal fatturato generato o dai posti di lavoro sostenuti. Si misura anche da ciò che accade sotto la superficie: agli habitat, ai sedimenti, agli stock, alle altre attività di pesca e al capitale naturale da cui dipende il futuro stesso della filiera.

La sfida, per l’Europa e per il settore ittico, è tutta qui: costruire una pesca capace di continuare a produrre valore senza trasferire alla collettività costi che diventano sempre più difficili da ignorare. Una sfida che non si vince con le contrapposizioni, ma con dati migliori, politiche più intelligenti e una transizione costruita insieme agli operatori, non contro di loro.

Tags: Aree Marine Protetteemissioni CO2fondali marinipesca a strascicopesca europeapesca sostenibilePesceinretesettore itticosostenibilità itticastrascico di fondo
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Davide Ciravolo

Davide Ciravolo

Autore Pesceinrete, retail ittico e mercati seafood Davide Ciravolo è autore Pesceinrete. Si occupa di mercati, distribuzione e scenari commerciali della filiera ittica, con particolare attenzione al rapporto tra prodotto, retail e consumi. La sua esperienza come ex buyer di Esselunga gli permette di osservare il settore seafood anche dal punto di vista della GDO e delle dinamiche di assortimento.

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