Pesca e acquacoltura tornano al centro del dibattito politico nazionale ed europeo in un momento decisivo per il futuro del settore. A Roma si è svolto un confronto tra parlamentari ed eurodeputati del Partito Democratico e i principali stakeholder della filiera ittica, dedicato alle “Sfide e prospettive della pesca e dell’acquacoltura”, con l’obiettivo di rimettere al centro del confronto europeo non solo la tutela ambientale, ma anche la sostenibilità economica e sociale delle imprese.
Il timing non è casuale. Il 2026 segna l’avvio del percorso di revisione della Politica Comune della Pesca, ferma da oltre dieci anni, mentre a Bruxelles prende forma il nuovo Quadro Finanziario Pluriennale 2028–2034. Due passaggi che, secondo operatori e rappresentanze, determineranno la capacità dell’Europa di garantire un futuro produttivo al comparto.
Il punto di partenza è un dato strutturale che pesa come un macigno: oggi la produzione ittica nazionale copre appena il 15–18% della domanda interna, mentre le importazioni sfiorano i 4 miliardi di euro. Un divario che evidenzia la crescente dipendenza dall’estero e che rende sempre più urgente una riflessione sul modello europeo di gestione della pesca e dell’acquacoltura.
Nel corso del confronto è emersa con forza una richiesta condivisa: la sostenibilità non può essere declinata esclusivamente in chiave ambientale. La protezione degli ecosistemi marini deve procedere di pari passo con la tutela del lavoro, del reddito e della competitività delle imprese. In questo senso, è stata ribadita la contrarietà a misure uniformi come i tagli lineari delle giornate di pesca, giudicati poco aderenti alla reale pressione sugli stock e incapaci di tenere conto delle profonde differenze tra aree geografiche, sistemi di pesca e marinerie.
Tra le proposte avanzate, l’adozione di piani di gestione per aree omogenee e il superamento del criterio dei “giorni di pesca” a favore di parametri più legati all’effettivo tempo di attività degli attrezzi in mare, ritenuti più coerenti con un approccio basato sui dati scientifici.
Ampio spazio è stato dedicato anche alle emergenze ambientali che stanno trasformando rapidamente il Mediterraneo. Specie aliene, mucillagini, aumento delle temperature e fenomeni di anossia stanno incidendo direttamente su habitat e catture, senza che le imprese dispongano di strumenti adeguati per fronteggiare le perdite. Da qui la richiesta di rifinanziare il Fondo di solidarietà nazionale per la pesca e l’acquacoltura e di rendere pienamente operativa la Cisoa, per garantire tutele ai lavoratori nei periodi di fermo forzato.
Per l’acquacoltura, uno dei nodi più critici resta quello delle concessioni demaniali. Procedure complesse, tempi lunghi e frammentazione amministrativa continuano a frenare investimenti e innovazione. Al tempo stesso, è stato richiamato il tema della pianificazione dello spazio marittimo, con la richiesta di un coinvolgimento reale del settore nei processi decisionali legati allo sviluppo dell’eolico offshore e alle politiche di ripristino della natura lungo le coste.
Il confronto ha assunto una chiara dimensione europea sul fronte delle risorse. È stata infatti annunciata la presentazione di un emendamento del gruppo S&D al Parlamento europeo, illustrato da Giuseppe Lupo, che propone di destinare almeno 7,5 miliardi di euro ai Piani nazionali e regionali per pesca e acquacoltura e 1,5 miliardi di euro alla rubrica “Global Europe”, con linee di bilancio dedicate alle politiche sugli oceani, al Patto per il Mediterraneo e agli accordi di pesca sostenibili.
Secondo le eurodeputate del Partito Democratico Annalisa Corrado e Camilla Laureti e l’eurodeputato Giuseppe Lupo, che hanno promosso il confronto con le parti sociali e seguito l’iniziativa a livello europeo, il nuovo Quadro finanziario pluriennale dovrà garantire risorse certe e dedicate per sostenere il reddito dei pescatori, accompagnare la transizione ecologica del settore, favorire la modernizzazione delle imprese e assicurare, al tempo stesso, la tutela degli stock ittici e della biodiversità marina.
Un impegno che, secondo i promotori, dovrà tradursi in politiche europee più aderenti alla realtà operativa del settore, capaci di difendere lavoro, presidio delle aree costiere e sicurezza alimentare, senza prescindere dal contributo di chi il mare lo vive e lo lavora ogni giorno.












