Una formulazione nutrizionalmente corretta può perdere parte della propria efficacia se il pellet si rompe durante la movimentazione, genera quantità eccessive di fini o non è adatto alla specie, alla taglia e al sistema produttivo. La qualità fisica non è quindi un requisito accessorio: è ciò che permette ai nutrienti di raggiungere il pesce nelle condizioni previste dalla formulazione.
Se la composizione della dieta è corretta, quanto può incidere davvero la struttura fisica del mangime?
La risposta emerge spesso da ciò che accade tra il silo e l’acqua: polvere che aumenta dopo i trasferimenti, granuli spezzati nei sistemi pneumatici, pellet che affondano prima di essere intercettati o che perdono integrità durante la permanenza in acqua.
In tutti questi casi il mangime è stato acquistato, trasportato e distribuito, ma non è necessariamente arrivato al pesce nella forma prevista.
Il pellet, cioè il granulo con cui viene somministrata gran parte dei mangimi completi per acquacoltura, non è un semplice contenitore. È il mezzo attraverso cui proteine, lipidi, energia, vitamine e minerali devono superare trasporto, stoccaggio, movimentazione, distribuzione e immersione.
La formula stabilisce quali nutrienti fornire. La qualità fisica determina come quei nutrienti raggiungeranno il pesce.
La qualità può perdersi prima dell’ingestione
Tra la produzione del mangime e la bocca del pesce esiste una catena di passaggi meccanici. Il pellet viene caricato, scaricato, trasferito nei silos, movimentato attraverso coclee o tubazioni, dosato e infine distribuito.
Ogni caduta, sfregamento o variazione di pressione può danneggiarlo.
Quando la resistenza non è adeguata, una parte dei granuli si rompe e genera fini: frammenti e polveri che non si comportano come il pellet integro. Possono essere trasportati dalla corrente, affondare con velocità diverse, disperdersi prima dell’ingestione o risultare più difficili da intercettare.
La quantità registrata dal sistema di alimentazione può così non coincidere perfettamente con quella realmente disponibile per il pesce.
Su una singola somministrazione la differenza può sembrare modesta. Ripetuta ogni giorno e su grandi volumi, può ridurre la precisione del feeding, rendere meno attendibile la lettura del consumo e aumentare il carico organico del sistema.
Per questo il controllo non dovrebbe fermarsi al mangime ricevuto. Occorre osservare ciò che arriva effettivamente al punto di distribuzione, dopo tutti i passaggi interni dell’impianto.
Un prodotto conforme all’uscita dal mangimificio può infatti deteriorarsi durante lo stoccaggio o la movimentazione. Un aumento della polvere, la presenza di granuli spezzati, perdite superficiali di olio o comportamenti anomali in acqua non sono semplici imperfezioni: possono indicare che una parte della qualità fisica si è persa prima dell’ingestione.
Durezza, durabilità e stabilità in acqua non sono sinonimi
Nel linguaggio quotidiano si tende a definire un pellet semplicemente “resistente”. In realtà, la qualità fisica comprende proprietà differenti.
La durezza indica la forza necessaria per rompere un singolo granulo. La durabilità descrive la capacità del pellet di sopportare urti e abrasioni durante trasporto e movimentazione. La stabilità in acqua riguarda invece la capacità di mantenere struttura e materia dopo l’immersione.
Sono caratteristiche collegate, ma non equivalenti.
Un pellet duro non è necessariamente molto durevole. Un prodotto che resiste bene alla logistica non è automaticamente quello che conserva più a lungo la propria integrità in acqua. E una stabilità particolarmente elevata non rappresenta sempre un vantaggio.
L’obiettivo tecnico non è massimizzare ogni parametro, ma trovare il giusto equilibrio.
Il pellet deve essere abbastanza resistente da attraversare logistica e distribuzione senza produrre quantità eccessive di fini. Una volta in acqua, deve mantenersi integro per il tempo necessario a essere individuato e ingerito. Dopo l’ingestione deve però idratarsi e disgregarsi in modo coerente con la fisiologia digestiva della specie.
Il pellet migliore non è quello che resiste più a lungo in assoluto, ma quello che conserva le proprie caratteristiche per il tempo realmente necessario.
Il profilo fisico deve essere adatto al pesce e all’impianto
Non esiste un pellet universalmente migliore.
Dimensione, forma, densità, galleggiabilità e velocità di affondamento devono essere coerenti con la specie allevata, la taglia del pesce, il comportamento alimentare, il movimento dell’acqua e il sistema di distribuzione.
La dimensione è il parametro più immediato. Un pellet troppo grande può risultare difficile da ingerire o provocare ripetuti tentativi di presa e rilascio. Uno troppo piccolo obbliga invece il pesce a intercettare un numero maggiore di particelle per assumere la stessa razione e può rendere meno controllabile la somministrazione.
Nei lotti poco uniformi, una granulometria non adeguata può inoltre accentuare la competizione. I soggetti più grandi intercettano più facilmente il mangime, mentre quelli di taglia inferiore possono avere maggiori difficoltà ad accedervi, contribuendo ad ampliare la variabilità del lotto.
Anche il comportamento nella colonna d’acqua deve essere progettato.
Un pellet galleggiante permette di osservare più facilmente il consumo in superficie, ma non è adatto a tutte le specie e a tutti i sistemi. Un pellet che affonda troppo rapidamente può attraversare la zona di alimentazione prima di essere intercettato. Uno troppo lento può essere allontanato dalla corrente o distribuito fuori dall’area utile.
La domanda corretta non è quindi se sia migliore un mangime galleggiante o affondante in termini assoluti. È quale comportamento fisico consenta a quella specie, in quel sistema, di intercettare il mangime con maggiore regolarità.
Lo stesso principio vale per la stabilità in acqua. Un pellet destinato a essere ingerito rapidamente non ha le stesse esigenze di una dieta rivolta a organismi che si alimentano più lentamente.
Anche in questo caso, la qualità non coincide con il valore massimo possibile, ma con l’adeguatezza rispetto all’impiego reale.
Automazione e RAS rendono visibili le incoerenze
La diffusione dei sistemi automatici di alimentazione e degli impianti a ricircolo rende la qualità fisica ancora più rilevante.
Quando il feeding viene gestito attraverso dosatori e programmi digitali, i chilogrammi distribuiti sono trattati come un dato preciso. Questa precisione, però, perde significato se una parte del mangime raggiunge il punto di somministrazione sotto forma di polvere o frammenti.
Il sistema può registrare correttamente la massa erogata senza distinguere quanta parte abbia conservato la forma necessaria per essere intercettata dal pesce.
La precisione digitale non corregge una perdita di integrità fisica.
Nei RAS, i sistemi di acquacoltura a ricircolo, il fenomeno diventa ancora più evidente. Il mangime interagisce non soltanto con il pesce, ma anche con correnti, scarichi, filtri meccanici, biofiltri e sistemi di raccolta dei solidi.
Fini e residui entrano nel circuito e aumentano il materiale che deve essere gestito dalla filtrazione. Un comportamento non coerente con la geometria delle vasche o con il movimento dell’acqua può inoltre modificare il punto in cui il mangime viene intercettato o raccolto.
In un sistema aperto una parte di questa variabilità può disperdersi senza essere immediatamente misurata. In un circuito chiuso diventa invece materiale da rimuovere e gestire.
Più l’allevamento diventa automatizzato e controllato, meno può permettersi che la forma fisica del mangime sia una variabile incerta.
“La qualità fisica del pellet è un elemento di fondamentale importanza in acquacoltura – conferma Marco Scolari, Quality and System Manager di Skretting Italia – e va gestita in maniera accurata in funzione della specie a cui è destinato il mangime e della tecnologia di allevamento. Velocità di affondamento, percentuale di galleggiamento, durabilità e stabilità in acqua sono tutti parametri essenziali, per i quali abbiamo stabilito specifiche che devono essere rispettate perché il mangime sia considerato conforme e quindi spedito al cliente. Specifiche che misuriamo con metodiche standardizzate tra tutti i laboratori Skretting, permettendo di confrontare i risultati e metterli in relazione con la composizione della formula e i parametri di processo. In questo modo possiamo garantire ai nostri clienti la qualità fisica richiesta, facendo sì che i nutrienti contenuti nel mangime raggiungano il pesce nelle condizioni previste e contribuendo al mantenimento della qualità dell’acqua di allevamento”.
Per l’allevatore, dunque, la domanda utile non è soltanto: “Questo mangime è di buona qualità?”.
La domanda più precisa è: “Mantiene le proprie caratteristiche nel mio impianto ed è coerente con il comportamento alimentare del mio pesce?”
La risposta passa anche dall’osservazione quotidiana: quanta polvere si forma, come il pellet sopporta i trasferimenti, dove si colloca nella colonna d’acqua, quanto tempo resta disponibile e come viene intercettato dal lotto.
Sono dettagli apparentemente piccoli, ma è proprio nella loro somma che la qualità dichiarata incontra la realtà dell’allevamento.
La formula determina ciò che il mangime contiene. La qualità fisica contribuisce a determinare quanto efficacemente quel valore viene consegnato al pesce.
In acquacoltura, la performance nutrizionale non comincia con la digestione. Comincia prima, nel momento in cui la dieta riesce ad attraversare integra tutto ciò che la separa dall’animale.













