La pesca artigianale nel Mediterraneo e nel Mar Nero sta affrontando una trasformazione silenziosa ma decisiva: il progressivo invecchiamento della forza lavoro. I dati più recenti indicano che quasi la metà dei pescatori attivi ha ormai superato i quarant’anni, mentre la presenza dei giovani rimane limitata. Una dinamica che non riguarda soltanto il mercato del lavoro, ma che coinvolge l’intero equilibrio delle comunità costiere e la trasmissione delle conoscenze legate al mare.
Secondo il report The State of Mediterranean and Black Sea Fisheries 2025, il 47% dei pescatori della pesca su piccola scala ha più di 40 anni e soltanto il 17% ha meno di 25 anni. Numeri che fotografano un settore sempre più anziano e nel quale il ricambio generazionale fatica a prendere forma.
Il tema è stato al centro dello Small-Scale Fishers’ Forum dedicato al coinvolgimento dei giovani nella pesca artigianale, organizzato ad Atene dalla Commissione generale per la pesca nel Mediterraneo (GFCM) della FAO con il supporto del WWF Grecia e del WWF Mediterraneo. L’incontro ha riunito pescatori, istituzioni e organizzazioni internazionali per discutere le difficoltà che rendono sempre meno attrattiva questa professione per le nuove generazioni.
Fare il pescatore oggi significa gestire un’impresa
Se in passato la pesca veniva spesso percepita come una professione tramandata di generazione in generazione, oggi la realtà è molto diversa. Andare per mare rappresenta solo una parte del lavoro. Il pescatore deve gestire investimenti, affrontare costi operativi in crescita e confrontarsi con una mole sempre maggiore di adempimenti amministrativi.
Miguel Angèl Mercant Sirer, pescatore di Cala Ratjada nelle Isole Baleari, ha sintetizzato bene questa trasformazione: chi lavora nel settore non è più soltanto un pescatore, ma un imprenditore che deve assumersi rischi economici e responsabilità gestionali. In queste condizioni, se la pesca non garantisce un reddito dignitoso diventa difficile convincere i giovani a intraprendere questa strada.
Il basso potenziale di guadagno rappresenta infatti uno dei principali fattori che allontanano le nuove generazioni dal settore.
Burocrazia e accesso ai finanziamenti
Tra gli ostacoli più citati dai pescatori emerge la complessità delle procedure amministrative. Ottenere una licenza, registrare un’imbarcazione, adempiere agli obblighi di dichiarazione delle catture o rispettare i diversi sistemi di controllo richiede tempo, competenze e spesso risorse economiche che non sempre sono disponibili per chi si affaccia per la prima volta alla professione.
L’accesso ai finanziamenti rappresenta un’altra barriera importante. I costi di investimento per avviare o modernizzare un’attività di pesca possono essere elevati e i criteri di ammissibilità ai programmi di sostegno risultano spesso difficili da soddisfare per i giovani pescatori.
Diversi partecipanti al forum hanno sottolineato come l’accumulo di obblighi amministrativi possa diventare un vero fattore di scoraggiamento. Il pescatore greco Stavros Nanidis ha osservato che spesso le regole vengono elaborate lontano dal mare, senza una reale comprensione delle condizioni operative quotidiane delle piccole flotte.

Concorrenza sleale e pesca non dichiarata
La sostenibilità economica della pesca artigianale è influenzata anche dalla concorrenza irregolare. La pesca illegale, non dichiarata o non regolamentata continua a rappresentare un problema rilevante in molte aree del Mediterraneo.
La vendita di catture non registrate, senza tracciabilità e senza tassazione, altera i mercati e riduce le opportunità economiche per chi opera nel rispetto delle norme. In alcune zone costiere anche la pesca ricreativa può generare tensioni, soprattutto quando le catture vengono immesse sul mercato senza controlli adeguati.
Per molti pescatori diventa quindi fondamentale rafforzare i sistemi di licenza, la dichiarazione delle catture e i meccanismi di tracciabilità per garantire condizioni di concorrenza più equilibrate.
La sfida della digitalizzazione
Negli ultimi anni la gestione della pesca sta attraversando una progressiva trasformazione digitale. Strumenti come la registrazione elettronica delle catture, i sistemi di monitoraggio delle imbarcazioni e le piattaforme di gestione dei dati possono migliorare la trasparenza e la sicurezza delle attività.
Allo stesso tempo queste innovazioni richiedono nuove competenze. Il giovane pescatore croato Dino Bozanic ha ricordato che oggi le competenze digitali non rappresentano più un’opzione, ma una condizione necessaria per operare con successo nel settore.
La transizione tecnologica deve però essere accompagnata da adeguati percorsi di formazione. Senza supporto e programmi di sviluppo delle competenze, la digitalizzazione rischia di creare ulteriori difficoltà proprio per i pescatori su piccola scala.
Il ruolo della formazione e del trasferimento delle conoscenze
Tra le possibili soluzioni discusse durante il forum emerge con forza il tema dell’istruzione. Scuole di pesca, percorsi di formazione professionale e centri di apprendimento locali possono rappresentare strumenti importanti per favorire l’ingresso dei giovani nel settore.
Una formazione strutturata permette anche di valorizzare il trasferimento delle conoscenze tra generazioni, integrando esperienza pratica, ricerca scientifica e principi di sostenibilità. Iniziative educative che avvicinano i giovani agli ecosistemi marini e ai sistemi alimentari legati alla pesca possono contribuire a creare una nuova sensibilità verso questa professione.

Le donne nella filiera della pesca
Un altro elemento emerso dal confronto riguarda il ruolo delle donne. Nel Mediterraneo e nel Mar Nero rappresentano quasi il 30% della forza lavoro lungo la filiera della pesca, ma la loro presenza rimane spesso poco visibile.
Safae Oualla, giovane pescatrice marocchina, ha ricordato come molte donne continuino a essere marginalizzate nonostante il contributo fondamentale che offrono nelle attività di trasformazione, commercializzazione e gestione delle imprese familiari. Rafforzare la partecipazione femminile rappresenta quindi una leva importante per rendere il settore più inclusivo e resiliente.
Cosa rischia di perdere il Mediterraneo
Nonostante tutte le difficoltà, la pesca artigianale continua a rappresentare una componente essenziale del settore ittico nel Mediterraneo e nel Mar Nero. Le imbarcazioni di piccola scala garantiscono circa il 58% dell’occupazione totale a bordo nella regione.
La pesca su piccola scala non è soltanto un’attività economica. È un sistema alimentare locale, una parte integrante dell’economia delle comunità costiere e un presidio per la tutela degli ecosistemi marini.
Quando i giovani abbandonano il settore, non si perde soltanto forza lavoro. Si disperdono conoscenze, tradizioni e capacità di adattamento che hanno permesso alle marinerie mediterranee di evolversi nel tempo.
Il pescatore italiano Elia Gusso ha espresso una preoccupazione condivisa da molti colleghi: con i redditi attuali e con i sistemi pensionistici esistenti diventa difficile immaginare un futuro stabile nella professione.
La strategia per il futuro
Il coinvolgimento delle nuove generazioni rappresenta uno dei pilastri della strategia GFCM 2030, che punta a rafforzare la sostenibilità sociale ed economica della pesca artigianale nella regione.
Attraverso iniziative come lo Small-Scale Fishers’ Forum e programmi di sviluppo delle competenze come MedSea4Fish e BlackSea4Fish, l’obiettivo è trasformare il dialogo tra istituzioni e pescatori in strumenti concreti di sostegno.
Il ricambio generazionale nella pesca mediterranea dipenderà però da un insieme di fattori: accesso più semplice alla professione, normative più equilibrate, strumenti finanziari adeguati, percorsi formativi e maggiore riconoscimento del ruolo delle donne.
Senza queste condizioni, il rischio è che la domanda non sia più perché i giovani lasciano la pesca, ma chi resterà a portarla avanti.












