Il ricambio generazionale nella pesca e nell’acquacoltura non è possibile se le imprese non hanno redditività, mezzi moderni e prospettive di lavoro concrete. È il messaggio portato dal ministro Francesco Lollobrigida alla riunione informale dei ministri UE della pesca, svoltasi a Cork ieri ed oggi. L’Italia ha chiesto finanziamenti adeguati, semplificazione, investimenti per il rinnovo della flotta, valorizzazione del pescato europeo e una revisione profonda della Politica comune della pesca.
“C’è un futuro per questa attività?” Il Ministro Francesco Lollobrigida ha aperto così il proprio intervento alla riunione informale dei ministri dell’Unione europea responsabili della pesca, svoltasi a Cork, in Irlanda.
L’incontro, presieduto dal ministro irlandese dell’Agricoltura, dell’Alimentazione e degli Affari marittimi Martin Heydon (nella foto con Lollobrigida), ha riunito i ministri della pesca, la Commissione europea e i rappresentanti istituzionali invitati.
Al centro del confronto, il futuro della Politica comune della pesca, lo sviluppo sostenibile della pesca e dell’acquacoltura e le condizioni necessarie per favorire l’ingresso delle nuove generazioni.
Lollobrigida ha però posto una questione preliminare: prima di discutere come attirare i giovani, l’Europa deve chiedersi se la pesca sia ancora in grado di offrire reddito, stabilità e prospettive imprenditoriali.
Alla luce dei dati attuali, ha sostenuto il ministro, parlare di ricambio generazionale senza intervenire sulla crisi strutturale delle imprese rischia di essere inutile.
Nel mondo le flotte crescono, in Europa arretrano
Lollobrigida ha contrapposto l’espansione delle flotte mondiali alla progressiva riduzione della capacità produttiva europea.
Ha richiamato il caso della Cina, passata dalle poche centinaia di imbarcazioni del 1985 a oltre 2.500 unità impiegate nella pesca a livello mondiale. Una consistenza che, secondo i dati di alcune organizzazioni non governative citati dal ministro, arriverebbe a circa 17.000 unità considerando anche le navi di supporto.
Il confronto riguarda anche il Mediterraneo. Nei bacini in cui operano le marinerie europee sono presenti flotte di Paesi terzi che, secondo Lollobrigida, continuano a crescere o mantengono sostanzialmente invariata la propria capacità produttiva.
In Europa sta accadendo il contrario.
Il ministro ha indicato una riduzione delle marinerie del 28% in trent’anni, con punte del 40% in alcuni comparti.
Anche il dato occupazionale restituisce la profondità della crisi: i pescatori europei sarebbero passati dai 258.000 del 1990 a meno di 120.000 oggi.
“Siamo al disastro”, ha affermato Lollobrigida.
Una valutazione netta, con la quale il ministro ha descritto un’Europa sempre meno competitiva e sempre più dipendente dalle forniture provenienti dall’estero.
Il problema non riguarda soltanto chi lavora a bordo. Ogni impresa che lascia il settore indebolisce mercati ittici, cooperative, cantieri, trasformatori, distributori e servizi portuali. Quando si riduce la flotta, si restringe un intero sistema produttivo.
Meno giornate in mare, costi più alti
Alla riduzione delle marinerie si aggiunge l’aumento dei costi di produzione.
Lollobrigida ha richiamato in particolare il carburante, una delle principali voci di spesa delle imprese di pesca, il cui costo è stato indicato come quasi raddoppiato negli ultimi anni.
Sul fronte degli approvvigionamenti, il ministro ha ricordato che la dipendenza italiana dall’estero raggiunge l’80%.
Contemporaneamente sono diminuite le possibilità operative della flotta.
In Adriatico, le giornate assegnate all’Italia sono passate dalle 116.982 del 2020 alle 71.458 del 2026, con una riduzione vicina al 40%.
Nel Mediterraneo occidentale, per la pesca del nasello, le giornate sono scese da 84.761 nel 2020 a 33.036 nel 2026, con una contrazione del 61%.
Secondo Lollobrigida, questi numeri mostrano gli effetti dell’impostazione seguita finora dall’Unione europea: alla crisi degli stock si è risposto soprattutto riducendo il prelievo e le giornate di pesca, senza proteggere adeguatamente la capacità economica delle imprese.
Il risultato è un settore chiamato a sostenere costi più elevati, investire nella transizione e rispettare regole sempre più complesse, pur avendo meno tempo a disposizione per produrre reddito.
In queste condizioni, le aziende rinviano gli investimenti, le imbarcazioni invecchiano e il mestiere perde attrattività. Il ricambio generazionale diventa così non soltanto difficile, ma concretamente impossibile.
“La Politica comune della pesca va rivista totalmente”
Nel suo intervento, Lollobrigida ha riconosciuto il ruolo fondamentale della scienza nella gestione delle risorse ittiche.
Ha però chiesto che le valutazioni sullo stato degli stock tengano conto anche dei fattori diversi dalla pesca che incidono sugli ecosistemi marini.
Il ministro ha quindi posto una domanda provocatoria: è possibile proteggere le specie marine senza preoccuparsi anche della progressiva scomparsa dei pescatori?
“Possiamo preoccuparci di una specie in estinzione, che sono i pescatori, insieme alle altre specie delle quali attenzioniamo la sorte?”, ha chiesto.
Il senso del passaggio è chiaro: la sostenibilità ambientale non può essere separata dalla sostenibilità economica e sociale.
Proteggere le risorse significa anche evitare la scomparsa delle imprese, delle competenze professionali e delle comunità costiere che dipendono dalla pesca.
Per questo Lollobrigida ha indicato come obiettivo prioritario una revisione radicale della Politica comune della pesca.
“Il principale obiettivo che dobbiamo porci è rivedere totalmente la Politica comune della pesca”, ha affermato.
Non una modifica marginale, quindi, ma un cambio di impostazione capace di correggere gli indirizzi che, secondo il ministro, hanno contribuito in maniera determinante alla crisi del settore.
Flotta, semplificazione e valore del pescato europeo
Il primo intervento richiesto dall’Italia riguarda il rinnovo della flotta.
Secondo Lollobrigida, non è sostenibile chiedere alle imprese di finanziare da sole il passaggio verso imbarcazioni più sicure, moderne ed efficienti, soprattutto mentre affrontano costi crescenti e minori possibilità operative.
Servono quindi finanziamenti adeguati per il ricambio delle imbarcazioni, la riduzione dei consumi, il miglioramento della sicurezza a bordo e l’introduzione di tecnologie capaci di rendere il lavoro meno pesante e più attrattivo.
Il secondo fronte è la semplificazione.
Lollobrigida non ha messo in discussione la necessità dei controlli. Ha però chiesto che gli adempimenti non diventino un ulteriore fattore di debolezza per le imprese europee.
“Mentre noi riempiamo di carte i nostri pescatori, nel resto del mondo si pesca in maniera ben lontana dai nostri standard”, ha osservato.
Il ministro ha quindi richiamato la disparità tra gli obblighi imposti alle flotte dell’Unione e le condizioni in cui operano alcuni concorrenti internazionali.
Il terzo punto riguarda la valorizzazione del pescato europeo.
Secondo Lollobrigida, sul mercato arrivano prodotti di importazione ottenuti senza rispettare gli stessi standard richiesti ai pescatori dell’Unione. Qualità, tracciabilità, sostenibilità e rispetto delle regole devono quindi essere riconosciuti anche nel prezzo.
Senza questa valorizzazione, le imprese europee sostengono costi più elevati senza riuscire a trasformare i propri standard in un vantaggio competitivo.
Il messaggio portato dall’Italia a Cork è dunque chiaro: il ricambio generazionale non nasce da un incentivo isolato, ma dalla ricostruzione delle condizioni necessarie per fare impresa nella pesca e nell’acquacoltura.
Servono redditività, accesso agli investimenti, flotte moderne, regole sostenibili e un mercato capace di riconoscere il valore del prodotto europeo.
Richiamando il Monumento ai Patrioti irlandesi visitato a Cork, Lollobrigida ha concluso il proprio intervento con un invito ad accelerare.
“Perché farlo? Perché è giusto e dobbiamo anche sbrigarci.”
L’obiettivo, ha concluso il ministro, non è più rinviabile: salvaguardare le future generazioni europee dall’impoverimento strutturale del sistema produttivo.













