L’acquacoltura sostenibile entra sempre più nel cuore delle politiche europee per il cibo, il mare e la crescita blu. Non come comparto laterale della filiera ittica, ma come una delle leve su cui costruire sicurezza alimentare, autonomia produttiva e resilienza delle comunità costiere.
È il messaggio lanciato da Costas Kadis, Commissario europeo per la pesca e gli oceani, intervenuto ad Atene alla quarta edizione dell’Aquaculture Industry Congress 2026, che si è svolta il 15 e 16 maggio scorsi.
Nel suo intervento di apertura, Kadis ha indicato l’acquacoltura sostenibile come “un pilastro strategico per la sicurezza alimentare, la resilienza climatica e la crescita blu dell’Europa”. Una definizione che sposta il tema oltre il perimetro strettamente produttivo e lo colloca dentro una visione più ampia: quella di un’Europa chiamata a rafforzare i propri sistemi alimentari, a ridurre le fragilità dell’approvvigionamento e a sostenere le economie costiere.
Il Commissario ha riconosciuto che la Politica comune della pesca e le Linee guida strategiche europee per l’acquacoltura hanno contribuito a dare impulso al settore. Ma il punto, oggi, è andare oltre. Per rendere l’acquacoltura europea davvero competitiva servono innovazione, semplificazione normativa, investimenti adeguati e una gestione più efficace degli spazi.
È proprio su questi aspetti che si gioca una parte importante del futuro del comparto. In molti Paesi europei, lo sviluppo dell’acquacoltura continua infatti a confrontarsi con procedure autorizzative complesse, tempi lunghi, difficoltà nella pianificazione delle aree idonee e incertezza per chi deve investire. Ostacoli che rischiano di rallentare un settore al quale l’Europa chiede invece di produrre di più, meglio e in modo sostenibile.
“L’Unione europea ha bisogno di sistemi alimentari resilienti, comunità costiere forti e maggiore autonomia strategica. L’acquacoltura deve essere parte della soluzione e del futuro dell’Europa”, ha affermato Kadis.
Il messaggio arrivato da Atene è netto: l’acquacoltura sostenibile non può restare prigioniera delle dichiarazioni di principio. Se l’Europa vuole davvero farne un asse della propria crescita blu, dovrà mettere imprese, territori e investitori nelle condizioni di operare con regole più chiare, tempi più certi e una visione industriale all’altezza delle sfide alimentari e ambientali dei prossimi anni.












