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Caro energia, dove arrivano davvero gli aiuti alla filiera ittica?

INCHIESTA | Il rincaro energetico attraversa l'intera filiera ittica, ma le compensazioni emergenziali italiane verificate nel 2026 riguardano soprattutto pesca e acquacoltura. Dopo lo sbarco continuano i costi di refrigerazione, congelamento, trasformazione e logistica. Il FEAMPA consente agli Stati membri di intervenire anche su trasformazione e commercializzazione.

Mariella Ballatore by Mariella Ballatore
21 Settembre 2026
in In evidenza, News
caro energia filiera ittica

caro energia filiera ittica

In Italia il caro energia ha prodotto nel 2026 crediti d’imposta e indennizzi rivolti principalmente alla produzione primaria. Nei bandi emergenziali FEAMPA verificati i beneficiari appartengono alla pesca e all’acquacoltura. Per trasformazione e commercializzazione sono stati individuati anche contributi per l’efficienza energetica, ma si tratta di investimenti e non di ristori equivalenti dei maggiori costi correnti. Il punto non è sostituire o ridurre il sostegno alla produzione primaria, ma verificare se agli strumenti già destinati a pesca e acquacoltura possano affiancarsi interventi anche per le fasi successive della filiera. Il diritto europeo consente di farlo.

Il pesce non smette di richiedere energia quando arriva in banchina. Prima c’è il carburante necessario per l’attività in mare. Poi arrivano ghiaccio, refrigerazione, congelamento, lavorazione, conservazione, confezionamento e trasporto a temperatura controllata.

È proprio l’estensione del problema lungo questa catena ad essere stata segnalata a Pesceinrete da Natale Amoroso, presidente nazionale di AIC Pesca. Amoroso ha confermato una sofferenza delle aziende che attraversa l’intero percorso del prodotto, “dal prelievo della risorsa al piatto”.

Il punto, chiarisce Amoroso, non è mettere in discussione le misure destinate a chi pesca o produce in acquacoltura. Pesca e acquacoltura devono continuare a essere sostenute di fronte alla pressione dei costi; la questione è considerare anche ciò che accade negli anelli successivi della stessa filiera, dove operano imprese di trasformazione, conservazione, commercializzazione e logistica spesso economicamente e societariamente distinte da quelle della produzione primaria.

Una volta sbarcato, infatti, il prodotto continua il proprio percorso attraverso imprese e strutture che devono garantirne temperatura, conservazione, lavorazione e movimentazione. Il costo energetico sostenuto in queste fasi si aggiunge a quello della produzione primaria, non lo sostituisce.

Da questa osservazione parte la verifica: quanto pesa realmente l’energia dopo lo sbarco e fino a dove arrivano gli strumenti messi in campo nel 2026?

Il costo energetico continua dopo lo sbarco

Per le marinerie il rapporto tra energia e attività produttiva è immediato. Se aumenta il gasolio, cresce il costo necessario per uscire in mare. Già a marzo, l’aumento del gasolio marino e le conseguenze sulle imprese di pesca avevano mostrato quanto rapidamente il rincaro potesse incidere sull’operatività delle flotte.

A terra l’impatto è meno evidente, ma altrettanto strutturale. Una cella frigorifera deve continuare a funzionare indipendentemente dalle oscillazioni dell’elettricità. Lo stesso vale per gli impianti di congelamento, per molti processi di trasformazione e per la logistica refrigerata.

La catena del freddo non è un consumo accessorio: è una condizione necessaria perché il prodotto possa essere conservato, lavorato e commercializzato.

A dare una dimensione economica al fenomeno è il rapporto più recente dello STECF-JRC sulla trasformazione ittica europea.

Nel 2023 in Italia risultavano 404 imprese con la trasformazione di pesce, crostacei e molluschi come attività principale. I costi complessivi di produzione ammontavano a 2,631 miliardi di euro, dei quali 107,1 milioni erano costi energetici.

Tradotto in termini immediati, l’energia rappresentava circa il 4,1% di tutti i costi produttivi: poco più di 4 euro ogni 100 euro spesi dalle imprese per produrre.

Il dato va letto correttamente. Nel 2023 la spesa energetica aggregata era scesa da 110,6 milioni nel 2022 a 107,1 milioni, circa il 3,2% in meno. Non dimostra quindi un rincaro verificatosi in quell’anno. Mostra piuttosto quanto l’energia costituisca una componente strutturale dei costi della trasformazione italiana anche quando la spesa complessiva diminuisce.

Nel 2026 elettricità e gas sono tornati a salire

Nel corso del 2026 il quadro dei mercati energetici si è nuovamente irrigidito.

Il PUN Index GME, indice di riferimento dell’energia elettrica scambiata sul Mercato del Giorno Prima, è passato da 114,41 euro/MWh a febbraio a 180 euro/MWh ad agosto: un incremento del 57,3% in sei mesi. Rispetto ad agosto 2025, il valore di agosto 2026 risulta superiore del 65,5%.

Ancora più marcata la dinamica del gas. Il prezzo medio mensile delle transazioni sui mercati spot GME riferite alla consegna al PSV è passato da 34,94 euro/MWh a febbraio a 64,53 euro/MWh ad agosto, con un aumento dell’84,7%.

Questi valori non rappresentano le bollette effettivamente pagate dalle singole imprese. Contratti fissi o indicizzati, condizioni di fornitura, profili di consumo, oneri e modalità di acquisto possono trasmettere le variazioni dei mercati in tempi e proporzioni differenti. Non è stata individuata nelle fonti pubbliche una serie 2026 delle bollette effettivamente sostenute dalle sole imprese italiane della trasformazione ittica.

I dati consentono però di documentare un fatto: nel 2026 la pressione sui prezzi all’ingrosso dell’energia è aumentata sensibilmente proprio mentre una parte della filiera continua ad avere consumi difficilmente comprimibili.

Il problema assume un peso particolare per le imprese di dimensioni minori. Secondo un’analisi diffusa oggi da Confartigianato, le micro e piccole imprese italiane pagano l’elettricità 25,99 centesimi per kWh, il 17,9% in più della media UE, con un extracosto complessivo stimato in 3,7 miliardi di euro. Una parte rilevante del divario deriva dalla componente fiscale e parafiscale della bolletta, superiore del 47,4% alla media europea. Lo squilibrio cresce al diminuire dei consumi: per le imprese sotto i 20 MWh il differenziale raggiunge il 75,5%. Non si tratta di dati specifici del comparto ittico, ma il confronto fotografa il contesto nel quale operano anche molte piccole aziende della trasformazione, conservazione, distribuzione e commercializzazione del seafood.

Gli indennizzi italiani guardano soprattutto alla produzione primaria

La risposta nazionale all’aumento dei costi della pesca è partita dal carburante.

Il decreto-legge 33/2026 ha stanziato 10 milioni di euro per un credito d’imposta destinato alle micro, piccole e medie imprese che esercitano la pesca professionale. Il beneficio riguarda gasolio e benzina acquistati tra il 1° marzo e il 31 maggio 2026 ed è riconoscibile fino al 20% della spesa ammissibile, al netto dell’IVA.

La precisazione “fino al” è importante: qualora le richieste complessive superino i 10 milioni disponibili, il decreto attuativo prevede una riduzione proporzionale del beneficio.

Il 28 agosto la Commissione europea ha inoltre autorizzato un regime italiano da 285 milioni di euro per imprese della produzione primaria agricola, della pesca e dell’acquacoltura.

Anche questa cifra richiede attenzione: 285 milioni è la dotazione dell’intero regime multisettoriale, non lo stanziamento assegnato alla pesca italiana. Le fonti pubbliche disponibili non indicano infatti la ripartizione fra agricoltura, pesca e acquacoltura. Per queste ultime due attività il parametro utilizzato è il consumo di carburante.

Lo stesso orientamento emerge dai bandi regionali FEAMPA verificati per l’evento eccezionale del 2026. Piemonte, Lazio, Calabria, Veneto, Sardegna, Puglia, Campania e Sicilia hanno attivato o programmato indennizzi nei quali i beneficiari documentati appartengono a pesca e acquacoltura. Nei testi esaminati ricorrono le attività ATECO 03.1 e 03.2, mentre gli stessi indennizzi non comprendono le imprese industriali della trasformazione o del commercio.

La Sicilia, ad esempio, ha approvato a settembre un bando con 12,107 milioni di euro destinato alle micro e PMI della pesca e dell’acquacoltura.

Dire che dopo lo sbarco non esistano aiuti sarebbe tuttavia scorretto.

Nel 2026 sono stati verificati anche strumenti FEAMPA rivolti a trasformazione e commercializzazione. In Puglia, all’interno di un bando più ampio, 486.892 euro sono riservati alla transizione energetica. In Veneto, la quota verificata destinata all’azione energetica è pari a 149.760 euro.

Gli interventi finanziabili comprendono efficientamento della refrigerazione, isolamento, illuminazione, sistemi di pompaggio, fonti rinnovabili e gestione dei consumi.

La differenza rispetto agli indennizzi emergenziali è però sostanziale: questi contributi finanziano investimenti destinati a ridurre i consumi e migliorare l’efficienza nel tempo. Non compensano direttamente il maggior costo dell’energia già sostenuto durante la crisi.

Il FEAMPA permette di intervenire anche dopo lo sbarco

È il quadro europeo a mostrare che il perimetro delle compensazioni può essere più ampio.

La Decisione di esecuzione (UE) 2026/889, adottata dalla Commissione il 16 aprile, ha riconosciuto come evento eccezionale la perturbazione dei mercati iniziata il 28 febbraio 2026. Ciò consente di utilizzare l’articolo 26, paragrafo 2, del FEAMPA per compensare mancati guadagni e costi aggiuntivi sostenuti fino al 31 dicembre 2026.

Il passaggio decisivo riguarda la definizione del settore che può beneficiare dello strumento.

Il regolamento europeo comprende nel “settore della pesca e dell’acquacoltura” tutte le attività di produzione, trasformazione e commercializzazione dei prodotti della pesca e dell’acquacoltura.

Il post-sbarco, quindi, non è escluso dalla base giuridica europea. Gli Stati membri mantengono il margine per individuare destinatari, operazioni, metodologie e risorse all’interno dei rispettivi programmi.

Il Portogallo offre un esempio concreto di utilizzo più ampio di questa possibilità.

L’avviso MAR2030-2026-25 dispone 18 milioni di euro complessivi: 13 milioni alla pesca, 500 mila euro all’acquacoltura e 4,5 milioni alla trasformazione e commercializzazione.

Il confronto va però mantenuto entro i suoi confini reali. La componente destinata al post-sbarco riguarda imprese di preparazione e conservazione che dispongono di propria flotta di consegna e compensa determinati combustibili. Non è quindi un rimborso generalizzato dell’elettricità utilizzata negli stabilimenti o nelle celle frigorifere.

Il significato del caso portoghese è un altro: nell’ambito dello stesso quadro FEAMPA attivato per la crisi del 2026, uno Stato membro ha scelto di comprendere formalmente anche una parte della trasformazione.

Su questo quadro Amoroso intende ora aprire l’interlocuzione con il Governo.

Il presidente nazionale di AIC Pesca ha anticipato a Pesceinrete di avere già pronto un dossier che porterà all’attenzione del MASAF, con l’obiettivo di mettere a disposizione del Ministero un quadro documentato delle difficoltà segnalate dalle imprese.

“È importante che il Governo abbia tutti gli elementi per valutare fino in fondo la situazione. Il sostegno già riconosciuto a pesca e acquacoltura resta fondamentale; adesso occorre capire se esistano spazi, strumenti e risorse per affiancare ulteriori interventi dove la pressione dei costi continua a essere più forte. Il dossier servirà proprio ad aprire questo confronto con il MASAF e a ragionare insieme sulle possibili soluzioni”, afferma Amoroso.

Il dossier rappresenterà il punto di partenza dell’interlocuzione con il Ministero. Sarà il confronto successivo a definire gli eventuali approfondimenti e gli strumenti da valutare.

Gli atti esaminati definiscono intanto con precisione il punto di partenza. Tra le misure verificate al 19 settembre 2026, non emerge un analogo ristoro settoriale dei maggiori costi correnti di elettricità e gas sostenuti dalla trasformazione e dalla commercializzazione ittica. Questa conclusione riguarda gli strumenti specificamente destinati al settore e non esclude che singole imprese possano accedere, quando ne possiedono i requisiti, a misure orizzontali rivolte ad altri comparti produttivi.

Il rincaro energetico non termina dunque allo sbarco e il diritto europeo non obbliga gli Stati a fermare lì le compensazioni. In Italia, però, la risposta emergenziale documentata nel 2026 resta concentrata soprattutto su pesca e acquacoltura, mentre per le attività successive prevalgono strumenti destinati agli investimenti.

Resta da capire se e come l’Italia, continuando a sostenere pesca e acquacoltura, intenda affiancare strumenti anche per gli altri operatori della filiera esposti all’aumento dei costi energetici.

 

Tags: acquacolturacaro energiaFEAMPAfiliera itticapescatrasformazione ittica
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Mariella Ballatore

Direttrice responsabile e co-founder di Pesceinrete Mariella Ballatore è direttrice responsabile e co-founder di Pesceinrete. Segue da anni l'evoluzione della filiera ittica, con attenzione a pesca, acquacoltura, mercati, sostenibilità, normativa, trasformazione e distribuzione. Il suo lavoro unisce informazione specializzata, comunicazione di settore e conoscenza diretta degli operatori della blue economy.

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