Il gasolio da pesca brucia i conti: +65% in un mese. Il dato che colpisce subito, leggendo il rapporto, è quello relativo al gasolio marino. A marzo 2026, nei porti italiani di Ravenna e Livorno, il prezzo medio del gasolio da pesca ha raggiunto 0,99 EUR/litro, registrando un incremento del 65% rispetto a febbraio 2026 e del 55% rispetto a marzo 2025.
Si tratta dell’aumento mensile più elevato tra i quattro paesi monitorati dall’EUMOFA (Francia, Italia, Spagna e Regno Unito), che pure hanno tutti registrato rincari significativi. In Francia si è segnato un +60%, in Spagna un +48%, nel Regno Unito un +65% come l’Italia. Il trend, insomma, è europeo, ma per le imprese italiane — già alle prese con costi operativi strutturalmente elevati — l’impatto è tutt’altro che teorico.Vale la pena ricordare il contesto: dopo i picchi del 2022-2023, il prezzo del gasolio da pesca aveva mostrato una progressiva stabilizzazione nel corso del 2024 e nei primi mesi del 2025. Il balzo di marzo 2026 rappresenta quindi una brusca inversione di tendenza che rischia di erodere i margini di imprese che avevano faticosamente trovato un equilibrio. Per un’imbarcazione di media dimensione che consuma diverse centinaia di litri per uscita, un aumento di questo tipo si traduce in decine di euro in più a ogni uscita in mare, con effetti diretti sulla redditività delle campagne di pesca.
Prime vendite 2025 in Italia: -12% in volume e valore
Se il costo del carburante rappresenta il problema “in entrata”, i dati sulle prime vendite descrivono le difficoltà “in uscita” dal mercato. Nel corso del 2025, l’Italia ha registrato un calo del 12% sia in volume che in valore delle prime vendite rispetto al 2024, passando da 61.481 a 53.998 tonnellate e da 281 a 265 milioni di euro.
È un risultato che colloca l’Italia tra i paesi con le performance peggiori in Europa su questo fronte, insieme a Cipro, Estonia, Lituania e Svezia. Si tratta di una diminuzione doppia rispetto alle aspettative e particolarmente preoccupante perché interessa entrambi gli indicatori: non solo si vende meno, ma si incassa anche meno per quello che si vende.
Le specie che hanno contribuito maggiormente a questo calo sono state gamberi, vongole, sardine, acciughe e polpo. Un mix che tocca sia il segmento della pesca artigianale costiera — fortemente dipendente da molluschi e piccoli pelagici — sia quello della pesca industriale. Il dato sul polpo è particolarmente significativo: si tratta di una specie ad alto valore commerciale, la cui contrazione pesa in misura sproporzionata sul fatturato complessivo.
A dicembre 2025 il quadro si è leggermente ripreso rispetto all’andamento annuale, con prime vendite a 28,6 milioni di euro (+12% su dicembre 2024) e 4.960 tonnellate (+7%). Le specie che hanno trainato il mese sono state gamberi, sardine, vongole e seppie. Un segnale positivo di fine anno, ma insufficiente a compensare un 2025 complessivamente negativo.
Il paradosso del settore: valore in crescita altrove, volume in calo ovunque
Per contestualizzare meglio i dati italiani, è utile osservare cosa è accaduto negli altri paesi europei. A livello aggregato, il valore totale delle prime vendite nel 2025 tra tutti i paesi monitorati da EUMOFA è aumentato del 3% rispetto al 2024, raggiungendo 4,1 miliardi di euro. Il volume, invece, è sceso del 4% a 2,0 milioni di tonnellate.
Questo apparente paradosso — più soldi ma meno pesce — si spiega con la dinamica dei prezzi: in molti segmenti i prezzi medi al primo acquisto sono cresciuti, compensando parzialmente la riduzione dei quantitativi. È successo ad esempio con i piccoli pelagici (+8% in valore, volume stabile), con i crostacei (+5% in valore, +4% in volume), e con i cefalopodi (+4% in valore grazie soprattutto al polpo).
L’Italia, in controtendenza, ha perso su entrambi i fronti. Ciò suggerisce che il problema non è solo congiunturale — legato alle oscillazioni dei stock ittici o alle condizioni meteo — ma potrebbe riflettere difficoltà strutturali più profonde: pressione concorrenziale delle importazioni, calo della capacità produttiva della flotta, difficoltà nei canali distributivi.
L’Italia e le importazioni: sempre più dipendente dall’estero
Un altro dato che emerge chiaramente dal rapporto riguarda le importazioni extra-UE. Nel 2025, l’Italia ha importato 493.731 tonnellate di prodotti ittici extra-UE per un valore di quasi 3 miliardi di euro, con un aumento del 6% in volume e del 9% in valore rispetto al 2024. L’Italia è il terzo mercato UE per importazioni, dopo Spagna e Paesi Bassi.
In particolare, il rapporto dedica un approfondimento all’orata (Sparus aurata), la seconda specie più importata nella categoria “altri pesci marini”. I dati sono significativi per il mercato italiano: nel 2025, l’Italia ha importato 18.327 tonnellate di orata da paesi extra-UE, il 26% in più rispetto al 2024, con prezzi aumentati del 10%. La quasi totalità di questa orata proviene dalla Turchia (77%) e dall’Albania (18%).
Per gli operatori dell’acquacoltura italiana — che producono orata di qualità ma a costi più elevati — questi numeri rappresentano una sfida concorrenziale concreta e crescente. Il prezzo dell’orata turca importata si è attestato intorno a 4-5 EUR/kg, sensibilmente inferiore a quanto mediamente spunta l’orata italiana sui mercati wholesale.
Cosa ci dice l’inflazione sul potere d’acquisto dei consumatori
Un elemento di contesto importante per interpretare la debolezza delle prime vendite italiane è quello dell’inflazione. In Italia, a gennaio 2026, l’inflazione generale si è attestata all’1,0%, tra le più basse d’Europa. Un dato apparentemente positivo, ma che va letto insieme ai trend dei prezzi dei prodotti ittici.
A livello europeo, l’indice armonizzato dei prezzi al consumo per pesce e frutti di mare è cresciuto del 2,7% su base annua a gennaio 2026, con il pesce fresco o refrigerato che segna addirittura un +3,3%. In un contesto in cui i redditi reali delle famiglie sono rimasti sotto pressione negli ultimi anni, un pesce che costa di più può facilmente perdere terreno rispetto ad altre proteine animali — carne in primis — soprattutto nei consumi domestici quotidiani.
Guardare avanti: segnali e incognite per il 2026
Il quadro che emerge dal rapporto EUMOFA di marzo 2026 per gli operatori italiani è caratterizzato da tensioni su più fronti simultaneamente:
- Costi operativi in decisa risalita dopo mesi di relativa stabilità
- Volumi produttivi in calo strutturale che riducono la massa critica delle imprese
- Concorrenza delle importazioni crescente, in particolare dall’area mediterranea e mediorientale
- Consumi domestici che faticano a mantenere i ritmi del passato
Le buone notizie — se così si possono chiamare — vengono da un lato dal recupero di dicembre 2025, che lascia aperta la possibilità di un avvio 2026 più positivo, e dall’altro dalle politiche europee in discussione. La Commissione Europea ha infatti aperto una consultazione pubblica per definire una “Visione 2040” del settore ittico e dell’acquacoltura, che affronta esplicitamente temi come la dipendenza dai combustibili fossili, il ricambio generazionale e la sostenibilità economica delle imprese. Un processo che gli operatori italiani farebbero bene a seguire con attenzione, e possibilmente a influenzare.
Perché i dati di oggi diventino le politiche di domani, serve che la voce del settore si faccia sentire chiaramente. I numeri del rapporto EUMOFA, nel bene e nel male, offrono gli argomenti per farlo.












