Il trasporto marittimo europeo genera fino a 9 miliardi di euro l’anno per i bilanci dell’Unione europea e degli Stati membri attraverso l’EU ETS. Gli armatori europei chiedono che una parte di queste risorse torni al settore per sostenere combustibili sostenibili, tecnologie pulite e rinnovo della flotta. La questione non riguarda solo le compagnie di navigazione: tocca direttamente la competitività della logistica, dei porti e delle filiere che dipendono dal mare, compresa quella ittica.
Miliardi dal mare, ma pochi tornano al mare
Il trasporto marittimo europeo è già dentro la transizione climatica. Con l’ingresso nel Sistema europeo di scambio delle quote di emissione, il settore contribuisce in modo rilevante alle casse pubbliche: secondo un nuovo rapporto dell’European Community Shipowners’ Associations, il gettito può arrivare fino a 9 miliardi di euro l’anno tra bilancio europeo e bilanci nazionali.
La stima è significativa. Nello scenario con un prezzo della CO₂ pari a 100 euro a tonnellata, il contributo ai bilanci nazionali arriverebbe a 7,7 miliardi di euro. Con un prezzo di 85 euro a tonnellata, scenderebbe a 6,6 miliardi. Sono cifre che fotografano un dato politico prima ancora che economico: il mare sta pagando la transizione, ma non sempre riceve gli strumenti per realizzarla.
Il punto sollevato dagli armatori europei è proprio questo. Con poche eccezioni, le entrate generate dal settore non vengono reinvestite in modo mirato nella decarbonizzazione del trasporto marittimo. Secondo l’ECSA, gli Stati membri destinano alla transizione energetica dell’economia solo una quota limitata delle entrate complessive dell’ETS. Per il mare, la quota specifica resta ancora più fragile.
Il nodo dei combustibili sostenibili
Il problema non è soltanto normativo. È industriale.
I combustibili sostenibili per il trasporto marittimo costano in media quattro volte più dei carburanti oggi utilizzati. Questo divario rende complessa la sostituzione su larga scala, soprattutto in un settore che opera su rotte internazionali, margini variabili e investimenti di lungo periodo.
L’ECSA stima in circa 40 miliardi di euro il fabbisogno di investimenti necessario per accompagnare la transizione energetica dello shipping europeo. Non si tratta solo di acquistare nuove navi o adattare quelle esistenti. Servono infrastrutture portuali, disponibilità reale di carburanti alternativi, tecnologie di bordo, sistemi di approvvigionamento e una filiera energetica capace di rispondere alla domanda.
Senza questo passaggio, la decarbonizzazione rischia di rimanere una traiettoria scritta nei regolamenti ma non pienamente sostenibile nella pratica quotidiana delle imprese.
Perché riguarda anche la filiera ittica
Per il settore ittico, il tema non è distante. Gran parte del seafood europeo si muove attraverso una logistica complessa, fatta di porti, container refrigerati, collegamenti internazionali, distribuzione veloce e controllo della catena del freddo. Se il trasporto marittimo cambia costi, carburanti e modelli operativi, cambia anche una parte della competitività della filiera alimentare.
La transizione energetica dello shipping può diventare un’opportunità se accompagnata da investimenti coerenti. Può invece trasformarsi in un fattore di pressione se i costi ambientali ricadono sulle imprese senza un adeguato ritorno in innovazione, efficienza e infrastrutture.
È qui che la richiesta degli armatori europei assume un valore più ampio. Non si chiede di fermare la transizione, ma di renderla praticabile. Se il settore contribuisce con miliardi di euro attraverso l’ETS, una parte di queste risorse dovrebbe sostenere direttamente l’adozione di combustibili sostenibili e tecnologie pulite.
L’Europa rischia un paradosso industriale
Gli armatori europei rivendicano un impegno già visibile. Secondo l’ECSA, il 44% degli ordini globali di navi alimentate da combustibili sostenibili fa capo ad armatori dell’Unione europea. È un segnale forte: una parte importante della flotta futura si sta già orientando verso soluzioni più pulite.
Ma il quadro produttivo racconta un’altra realtà. L’Europa produce solo il 10% dei combustibili sostenibili mondiali e meno del 5% di questa quota è destinato all’uso marittimo. L’Asia, al contrario, concentra il 74% dei progetti di produzione.
Il rischio è evidente: avere navi pronte a utilizzare carburanti più sostenibili, ma non abbastanza carburante disponibile nei porti europei. Una transizione così costruita finirebbe per penalizzare proprio chi ha investito prima.
Per questo la decarbonizzazione del trasporto marittimo non può essere letta solo come un costo ambientale. È una partita industriale, logistica e geopolitica. E riguarda anche il seafood, perché ogni filiera che vive di mare dipende dalla capacità dell’Europa di rendere il trasporto più pulito senza renderlo meno competitivo.
Il messaggio degli armatori è netto: il settore è disposto a cambiare, ma la transizione non può essere finanziata solo da chi la deve attuare. Se l’ETS genera miliardi dal trasporto marittimo, una parte di quei miliardi deve tornare al mare. Non come compensazione, ma come investimento nella competitività futura dell’economia blu europea.













